Parola all'avvocato

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Fine vita: l’amministratore di sostegno può manifestare il dissenso alle cure?

(Tribunale di Roma, 23 settembre 2019)

In assenza di disposizioni anticipate di trattamento l’amministratore di sostegno può rifiutare le cure proposte all’amministrato, senza bisogno dell’intervento del giudice tutelare.

È questo il caso sul quale i giudici del Tribunale di Roma si sono pronunciati con sentenza dello scorso 23 settembre. L’amministratore di sostegno si era rivolto al giudice tutelare chiedendo l’autorizzazione a rifiutare le cure proposte all’amministrato, in assenza di un testamento biologico.

I giudici hanno stabilito che qualora l'amministratore di sostegno abbia la rappresentanza esclusiva in ambito sanitario della persona amministrata, il consenso informato è espresso esclusivamente dal medesimo amministratore, senza necessità di una ulteriore autorizzazione da parte del giudice tutelare. Ciò significa che se le decisioni in ambito sanitario sono state già tutte attribuite da parte del giudice tutelare all’amministratore di sostegno nel momento in cui gli ha conferito l’incarico ed i poteri conseguenti, sarà soltanto tale soggetto a potere disporre la sospensione della terapia. All’amministratore spetterà così il compito di ricostruire ed accertare la volontà della persona amministrata, anche in via presuntiva, alla luce delle dichiarazioni che aveva reso in passato l’amministrato, anche alla presenza dello stesso amministratore.

La posizione della Corte Costituzionale

La sentenza del Tribunale di Roma deve necessariamente relazionarsi con la decisione dello scorso 13 giugno della Corte Costituzionale. La Consulta era stata infatti investita della questione di legittimità costituzionale dell’art. 3 della L. 219/2017 il quale al quarto comma prevede espressamente che quando sia stato nominato un amministratore di sostegno, la cui nomina preveda l'assistenza necessaria o la rappresentanza esclusiva in ambito sanitario, il consenso informato è espresso o rifiutato anche dall'amministratore di sostegno ovvero solo da quest'ultimo, tenendo conto della volontà del beneficiario, in relazione al suo grado di capacità di intendere e di volere.

I giudici hanno stabilito che la norma è costituzionalmente legittima Tuttavia hanno affermato che:

Ø  il conferimento all'amministratore di sostegno della "rappresentanza esclusiva in ambito sanitario" non porta "con sé, anche e necessariamente, il potere di rifiutare i trattamenti sanitari necessari al mantenimento in vita";

Ø  tale potere, ove opportuno, dovesse essere conferito appositamente dal giudice tutelare.

È quindi il giudice tutelare che, al momento del conferimento dell’incarico, deve fare una specifica valutazione del quadro clinico del beneficiario.

Una decisione condivisibile? Non proprio. Alla luce delle considerazioni appena svolte, appare evidente che il giudice tutelare romano abbia fornito una lettura decisamente estensiva dell'art. 3 della Legge 22 dicembre 2017, n. 219, forse non condivisibile, né conforme all’interpretazione della norma di cui alla citata sentenza della Corte Costituzionale.

Il tema del fine vita rimane, come evidente, sempre aperto su molteplici fronti, ancora non risolti.

Lo dimostra il comunicato dello scorso 25 settembre con il quale l’Ufficio stampa della Corte Costituzionale, in merito al caso Cappato, ha fatto sapere che i giudici riuniti in camera di consiglio hanno ritenuto “non punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”. Si legge ancora “in attesa di un indispensabile intervento del legislatore, la Corte ha subordinato la non punibilità al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua (articoli 1 e 2 della legge 219/2017) e alla verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del SSN, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente. La Corte sottolinea che l’individuazione di queste specifiche condizioni e modalità procedimentali, desunte da norme già presenti nell’ordinamento, si è resa necessaria per evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili, come già sottolineato nell’ordinanza 207 del 2018. Rispetto alle condotte già realizzate, il giudice valuterà la sussistenza di condizioni sostanzialmente equivalenti a quelle indicate”.

Restiamo quindi in attesa del deposito della sentenza per conoscerne compiutamente le motivazioni.

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