Parola all'avvocato

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Licenziamento valido se durante il preavviso la donna scopre di essere incinta?

(Corte di Cassazione, ordinanza n. 9268 del 2019)

Il fatto

Una lavoratrice aveva ricevuto all’inizio di aprile 2004 una lettera di licenziamento per giustificato motivo oggettivo che avrebbe però avuto efficacia al termine del periodo di preavviso, ossia dalla metà del mese di maggio dello stesso anno. Qualche settimana dopo l’intimato licenziamento la donna scopriva di essere in stato di gravidanza. Pertanto si rivolgeva al giudice impugnando il licenziamento e sostenendo che lo stesso fosse nullo in quanto contrario a quanto disposto dall’art. 54 D.Lgs. 151/2001. La Corte d’Appello di Ancona rigettava il ricorso e stabiliva la validità del licenziamento in quanto dalla perizia medica effettuata nel corso del processo era emerso che l’inizio dello stato oggettivo di gravidanza risaliva alla metà del mese di aprile, ossia successivamente all’intimazione del recesso da parte del datore di lavoro. La lavoratrice, insoddisfatta, ricorreva pertanto in Cassazione.

La norma di riferimento. L’art. 54 del D.Lgs. 151/2001 prevede il divieto di licenziamento per le lavoratrici in gravidanza. In particolare, i primi due commi della norma recitano:

1. Le lavoratrici non possono essere licenziate dall'inizio del periodo di gravidanza fino al termine dei periodi di interdizione dal lavoro previsti dal Capo III, nonché fino al compimento di un anno di età del bambino.

2. Il divieto di licenziamento opera in connessione con lo stato oggettivo di gravidanza, e la lavoratrice, licenziata nel corso del periodo in cui opera il divieto, è tenuta a presentare al datore di lavoro idonea certificazione dalla quale risulti l'esistenza all'epoca del licenziamento, delle condizioni che lo vietavano […]”.

Il successivo comma 5 prevede che il licenziamento intimato in violazione delle disposizioni citate sia nullo.

La decisione della Corte

I giudici della Suprema Corte hanno affermato la correttezza della sentenza di secondo grado ed hanno ribadito la validità del licenziamento intimato alla lavoratrice. In particolare è stato evidenziato che il licenziamento, in quanto atto unilaterale recettizio, si perfeziona nel momento in cui la manifestazione di volontà del datore di lavoro giunge al lavoratore. Pertanto è irrilevante che l’efficacia del licenziamento – intimato all’inizio di aprile- fosse posticipata ad un momento successivo – metà di maggio (Cass. n. 6845 del 2014; n. 18911 del 2006).

Da tali affermazioni discende una conseguenza: per poter verificare se il datore di lavoro potesse validamente esercitare il suo potere di recesso e licenziare legittimamente la lavoratrice occorre fare riferimento al momento in cui il licenziamento è stato intimato – e non al successivo momento in cui sarebbe scaduto il preavviso. La Corte d’appello di Ancona si era attenuta ai principi della Cassazione ed all’art. 54 proprio perché al momento dell’intimazione del licenziamento la lavoratrice non si trovava oggettivamente in stato di gravidanza.

Il principio di diritto

“Il recesso si perfeziona nel momento in cui la manifestazione di volontà del datore giunge a conoscenza del lavoratore di lavoro, e non già alla data di effettiva cessazione del rapporto, la Corte ha osservato che è da quel momento che deve essere calcolati i termini di cui al comma 1 dell’art. 54 D.lgs. 151/2001”.

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