In prima linea nel reparto Covid-19: “Non ci si abbandona alla paura, ma si trova dentro l’energia per combattere”

Il responsabile dell'area degenze Coronavirus di Villalba: "Clinica divisa in due, accogliamo anche i malati che arrivano dalle altre regioni. Ci sono anche dei piccoli nuclei familiari".

Una clinica esattamente divisa a metà: una parte per i malati di Coronavirus e la seconda parte dedicata ai pazienti affetti da altre patologie, comprese quelle oncologiche. Siamo all'interno di una delle cliniche private cittadine che hanno "prestato" strutture, strumenti e personale alla lotta contro il Covid-19, accogliendo il maggior numero di persone bisognose.  

Andrea Calafiore, Responsabile dell'Area Medica, spiega come si sono organizzati: "Ci siamo divisi in due metà ben isolate che hanno le loro rispettive aree degenza e terapia intensiva, naturalmente una delle due è esclusivamente riservata al trattamento Covid-19, mentre nella seconda area ci sono i pazienti non infetti che hanno bisogno di cure aldilà del virus". 

Le aree sono state ripensate per questa divisione? E' stato problematico? "Le zone dotate dei rispettivi macchinari e personale erano naturalmente già esistenti e abbiamo navigato a vista, adeguandoci a seconda delle necessità per accogliere sia i pazienti non infetti inviatici dalle altre strutture ospedaliere per liberare i reparti, sia quelli positivi. Nel coordinamento delle quattro aree collaboro con il dottor Paolo Guelfi tutti in squadra con un team di infettivologi e pneumologi condividendo naturalmente le scelte terapeutiche scelte dai colleghi per ognuno di loro". 

Quanti sono i pazienti malati di Coronavirus curati nella vostra struttura? Che età hanno di media? "Abbiamo in degenza una ventina di posti, quasi tutti occupati,  sette quelli in Terapia Intensiva solo per gli infetti. Alcuni provengono da alcune strutture cittadine e tanti da altre regioni. Confermiamo, come il dato generale, una preponderanza maschile e un target spalmato nelle fasce 40-60 e 70-80. Ci sono anche dei micro-nuclei familiari composti da marito e moglie o da genitore e figlio e in questi casi l'effetto del supporto reciproco è notevole". 

Come è cambiata la sua routine in queste settimane di emergenza? "Sono chiuso in reparto sette giorni su sette dalla mattina alla sera insieme a tutto il team. Siamo bardati e lavoriamo con tutti i dispositivi raccomandati, di cui nonostante gli approvvigionamenti difficoltosi siamo dotati. Ci sforziamo oltre modo di utilizzare solo lo stretto necessario nel modo più efficiente possibile.

Ciò che è cambiato molto è il rapporto umano, diverso da quello a cui siamo abituati. Di solito c'è un rapporto molto stretto fra medici e infermieri e con i parenti dei pazienti naturalmente. Le visite sono ovviamente tutte annullate e anche il rapporto con gli operatori sanitari è ridotto al minimo, fra l'altro sembriamo tutti uguali così mascherati...". 

Come stanno i suoi pazienti dal punto di vista psicologico? "Temevo di dover affrontare la paura dettata anche dall'eco mediatica e dal flusso di notizie continuo a cui stiamo assistendo: preciso che gli infetti del nostro reparto di degenza sono svegli e hanno dispositivi connessi alla nostra rete wi-fi attraverso la quale possono accedere a siti e notiziari. E invece ecco che nella malattia riescono a trovare dentro di loro tutta l'energia necessaria per lottare contro i sintomi piuttosto che abbandonarsi alla paura. Sono più in apprensione i familiari per l'incertezza del virus che i diretti interessati. 

Con che spirito lavorate voi, invece? "Siamo di fronte a una patologia per certi versi insolita il cui paradosso è che la stessa infezione passa da essere completamente asintomatica ad essere sindrome severa e questo ci impegna molto, ma siamo molto orgogliosi di poter combattere questa guerra". 

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