Licenziati, il giudice li reintegra. Fiom: "Fu discriminazione"

I due giovani lavoratori di 24 e 26 anni erano stati licenziati da un'azienda di Lama di Reno. Grande soddisfazione dei sindacati: "Una vittoria del sindacato e di tutti i lavoratori; si tratta di un provvedimento che è anche un monito per la politica"

"Come FIOM di Bologna riteniamo che questa ordinanza sia una vittoria del sindacato e di tutti i lavoratori; si tratta di un provvedimento che è anche un monito per la politica, perché dimostra che il diritto ad essere reintegrati sul posto di lavoro (come previsto dall’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori) è un diritto che attiene innanzitutto alla dignità delle persone. E’ una ordinanza che parla anche al sistema delle imprese: queste aziende non possono avere cittadinanza in un territorio, come Bologna, che ha nella qualità delle relazioni sindacali ed industriali un tratto distintivo.

E l'ordinanza del giudice del lavoro di Bologna a cui si fa riferimento è quella che da ragione a due giovani lavoratori pakistani in causa contro la Dismeco, azienda dell'area di Marzabotto (si trova precisamente a Lama di Reno) che impiega una trentina di dipendenti e si occupa di smaltire i rifiuti elettronici industriali o domestici.

I due, licenziati dopo essere stati assunti nel 2013, dopo la decisione del giudice dovranno essere reintegrati e rimborsati dall'azienda, dalla quale si attende comunque un ricorso, di tutti gli stipendi persi (come prevede la legge Fornero) oltre alle spese. Si tratta del 26enne Khurram Shezad e il 24enne Gukfam Shehzada, rispettivamente delegato Rsu e iscritto Fiom tra i piu' attivi: vengono licenziati nell'aprile scorso, accusando gia' una discriminazione durante un periodo di cassa integrazione.

"Al processo - spiega oggi in conferenza stampa nella sede della Fiom l'avvocato Alberto Piccinini, al fianco della collega Stefania Mangione - si e' provato infatti che tutti i lavoratori iscritti alla Fiom non venivano chiamati al lavoro ma restavano sospesi in cassa. Solo chi avesse cancellato la propria iscrizione alla Fiom sarebbe stato chiamato". Addirittura, e' emerso che un lavoratore e' stato richiamato al lavoro per un mese dopo aver revocato la propria iscrizione per poi essere ricollocato in cassa integrazione dopo essersi ri-iscritto alla Cgil. 

VIDEO SINDACATI-2

"Dopo un’ampia istruttoria nel corso della quale sono stati sentiti otto testimoni, il Giudice ha accertato la natura discriminatoria dei licenziamenti considerando anche le seguenti circostanze - spiega la nota dei sindacati - 1. Durante la cassa integrazione che ha preceduto i licenziamenti è risultato accertato e confermato da numerosi testimoni che il capo reparto della Dismeco chiedeva ai lavoratori di cancellare la propria iscrizione al sindacato quale condizione per poter essere richiamati al lavoro. E’ risultato addirittura accertato che un lavoratore è stato richiamato al lavoro per un mese dopo aver revocato la propria iscrizione per poi essere ricollocato in cassa integrazione a seguito di nuova iscrizione alla CGIL. 2. Prima di procedere con i due licenziamenti individuali, la Dismeco aveva avviato una procedura di licenziamento collettivo prospettando il licenziamento di 5 dipendenti per una generica “crisi del settore”. La stessa Dismeco aveva poi inspiegabilmente abbandonato la procedura, per intimare immediatamente dopo i due licenziamenti al delegato sindacale RSU Khurram Shezad e all’iscritto FIOM e attivista Gukfam Shehzada, anche in questo caso per una generica “riorganizzazione aziendale”; 3. Le motivazioni poi esternate solo nel corso della causa relative alla presunta soppressione dei posti di lavoro e all’impossibilità di ricollocare i due lavoratori in altri reparti si sono rivelate inconsistenti, smentite dalla stragrande maggioranza dei testimoni e quindi indicative della discriminazione. 4.Il Giudice ha ritenuto, a tal proposito, di dover trasmettere gli atti alla Procura della Repubblica per valutare l’ipotesi di falsa testimonianza di tre testimoni indicati dall’Azienda".

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