Giorno della Memoria, la testimonianza: "Mio nonno fuggì così, rischiando il tutto per tutto"

La famiglia Sinigaglia aveva un negozio in via Ugo Bassi: "La denuncia del padrone dei locali, la nomina dei periti per valutare i beni e metterli all'asta, la confisca del conto...questioni burocratiche che proseguono fino a pochi giorni prima della Liberazione di Bologna"

Il libretto da rifugiato di Giorgio Sinigaglia

Oggi è il 27 gennaio. Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria e in tutto il mondo dal 2005 si celebra la commemorazione delle vittime dell'Olocausto. In questo stesso giorno del 1945 le truppe dell'Armata Rossa, impegnate nella offensiva Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.

E nella storia ci sono le storie. A Bologna, fra le altre, c'è quella della famiglia Sinigaglia, del loro negozio in via Ugo Bassi, delle lettere di un ragazzino mandate ai genitori che stavano in un altro campo: e non va dimenticata. Nell’ambito del programma di celebrazioni per la Giornata della Memoria 2019, il Museo Ebraico di Bologna ha organizzato un incontro (domenica 10 febbraio ore 17.00) dal titolo: “La persecuzione della famiglia di Giorgio Sinigaglia: ricordi e documenti originali 1938-1946” che sarà introdotto dal professor Andrea Marchi e vedrà come relatore il figlio Massimo Sinigaglia.

E' a lui che chiediamo di spiegarci qual è la storia della sua famiglia e di cosa tratta in particolare questo appuntamento che tiene viva la storia di una famiglia perseguitata in base alle leggi razziali. 

«Intanto l'incontro sarà una chiacchierata sul filo dei ricordi personali, dato che non sono uno storico di professione - spiega Massimo Sinigaglia - ma basata anche su una serie di documenti originali di assoluto interesse anche a distanza di oltre 70 anni da quegli eventi drammatici. Alla base c’è la persecuzione in base alle leggi razziali della famiglia Sinigaglia, culminata nell’avventurosa fuga in Svizzera di mio padre quindicenne, con i genitori e la sorella diciottenne, che avvenne il 25 novembre del 1943, superando faticosamente da cittadini non allenati un valico nevoso di montagna fra Val d’Ossola e Canton Ticino, grazie alla premonizione del nonno che fu tra i pochi ebrei a decidere di fuggire subito rischiando il tutto per tutto».

«Di quell’anno e mezzo da rifugiato, che il papà ha vissuto come un’avventura e ricordava nonostante tutto come un bel periodo della sua vita, ci restano per fortuna molte bellissime lettere che inviava ai genitori internati in un altro campo, in cui parla di fame, di freddo e di meravigliose calde pantofole che aveva trovato nei pacchi della Croce Rossa, ma anche delle speranze nella Liberazione, dolendosi con considerazioni anche strategiche per la lenta avanzata degli Alleati, che seguiva informandosi sulla stampa libera, sempre con una carica umana non comune.

È stato rielaborando questo ricordo di perseguitato che decenni dopo si è trasformato in testimone instancabile e presenza fissa alla Giornata della Memoria e agli incontri con centinaia di studenti in moltissime scuole, fino a che la salute l’ha sorretto, un compito tanto più prezioso in questi tempi in cui si è fatto concreto il rischio che alcune aspetti di quella storia tremenda in Europa possano tornare».

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Accennava anche ad altri documenti di interesse storico: di che si tratta? 

«Sì, oltre alle lettere della famiglia verranno mostrate infatti copie dei documenti degli uffici A.B.E. (Asportazione Beni Ebraici: il nome è tutto un programma...) conservati all’archivio di Stato relativi al dossier su mio nonno Attilio; si tratta di una storia “minore”, perché riguarda appena pochi mobili e tessuti che si trovavano nel negozio di maglieria in affitto di Via Ugo Bassi. ma forse per questo ancora più interessanti. Si va dalla vera e propria denuncia da parte del padrone del negozio, alla nomina dei periti per valutare i beni e metterli all’asta, dalla confisca del conto corrente a numerosi scambi tra proprietario, prefettura e podestà per questioni burocratiche che proseguono fino a pochi giorni prima della Liberazione di Bologna e riprendono subito dopo con una lettera a firma del Sindaco Dozza che in una città appena liberata, con migliaia di sinistrati e ancora la caccia ai fascisti in periferia si deve occupare di 2 scansie e qualche scialle e giustificarsi con il prefetto sulla mancata vendita…». 

E’ come se il meccanismo della persecuzione una volta messo in moto fosse quasi auto-alimentato dalla burocrazia e travalicasse il senso comune?

«Esatto, è la prova di come sia perfetta la definizione di Hannah Arendt sulla “banalità del male” con le sue drammatiche conseguenze: la vita delle persone sconvolta da un atto violento e volontario iniziale – come la promulgazione delle leggi razziali - i cui effetti però come un’onda arrivano in mille rivoli, dove zelanti burocrati, uomini e donne comuni – che non commetterebbero mai una violenza diretta ad un’altra persona e potremmo anche definire singolarmente “buoni” o almeno “non ostili” – sono gli strumenti pratici della persecuzione e del male.

Un ottimo esempio è una circolare dell’aprile '46, ben un anno dopo la fine della guerra, in cui ancora su carta intestata della “Regia” Questura, un solerte funzionario chiede al suo Dirigente se può rilasciare il passaporto a mio nonno, perché ha trovato in archivio “precedenti politici” a suo nome, ignaro o disinteressato del fatto che tali precedenti  erano solo il fatto di essere ebreo e quindi schedato dalle Leggi Razziali, che però evidentemente non erano state cancellate dalla fedina penale dei perseguitati…».

Incredibile… ma il passaporto poi è stato concesso?

«Sì il dirigente, bontà sua, ha scritto di pugno che “nulla ostava” alla concessione, ma su quella circolare, come su tutti gli altri documenti che mostrerò all’incontro, ci sono mediamente almeno 4-5 sigle di uffici, stanze, capi e capetti diversi, ognuno dei quali evidentemente valida, trasmette, controfirma, conferma….In pratica è un meccanismo che collettivizza e spersonalizza la responsabilità individuale, ognuno ha solo eseguito gli ordini e il suo compito e così nessuno è o si sente colpevole, come le centinaia di anonimi ferrovieri che guidavano solo le locomotive dirette ad Auschwitz…».

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