Fiera, a rischio licenziamento anche coppie: "Abbiamo figli, non possiamo finire in mezzo a una strada"

Le storie dei lavoratori di BolognaFiere in esubero. Tra paura, rabbia e qualche precisazione: "Siamo già flessibili e soprattutto veniamo pagati solo se, quando e per quanto lavoriamo"

Li vediamo compatti e combattivi, ma dietro ognuno di loro, come è naturale, c'è una storia. Sono i lavoratori di Bologna Fiere, quei 123 dipendenti che hanno protestato davanti alla sede della Città Metropolitana mercoledì, davanti alla sede dell'Ascom in Strada Maggiore per poi occupare il Comune ieri (qui il VIDEO dell'irruzione) e che lunedì si faranno sentire in Consiglio comunale per poi replicare la protesta davanti ai palazzi della Regione martedì, dove è convocata l'Assemblea legislativa.

"Abbiamo visto gli anni d'oro della fiera - racconta Claudia Cavina, presa come precaria nel'1987 e assunta nell'1998 - e siamo convinti di quanto indotto abbia la capacità di produrre per l'intera città di Bologna. I servizi che forniamo non sono servizi che non saranno più necessari in futuro: voglio sottolineare che noi addette all'informazione siamo state selezionate in fase di assunzione con l'obbligo di conoscenza di almeno due lingue straniere e che quindi non siamo portierato come qualcuno ha detto. Noi rimaniamo fermi sulla nostra posizione, non molliamo. Io voglio morire con un contratto Bologna Fiere". 

Anche Luca De Donatis ha qualcosa da dire: nel suo caso a rischiare il posto di lavoro in famiglia sono in due, visto che anche sua moglie è dipendente Bologna Fiere: "Abbiamo due figli di 13 e 14 anni e non possiamo finire in mezzo a una strada. Lavoro qui dal 1986 e ho partecipato alla trattativa per il passaggio del part-time, esperienza che mi porta a ben sperare. In tutto siamo una decina di coppie a lavorare per l'ente fiera e naturalmente in circostanze come la mia il rischio è doppio. Gli errori commessi? Le ultime gestioni non hanno mai avuto un piano industriale, ma cariche provenienti unicamente dal mondo della politica. I ridimensionamenti sono accettabili, inaccettabile è invece perdere una fiera come Lineapelle". 

Lavora in fiera dal 1982 anche Lisa Marzolini, conosciuta dai colleghi come Laurina: "Intanto vorrei chiarire a scanso di equivoci che noi siamo pagati solo quando lavoriamo e che siamo già molto flessibili, non solo in termini di orari, ma anche di mansioni: ognuno di noi ne ha almeno tre, ci spostano orari e giorni da un momento all'altro e ci fanno gestire i padiglioni da più punti di vista. C'è chi prende 15 mila euro all'anno lordi, al massimo 20, ma non si pensi che i nostri siano degli stipendi alti". 

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