'Ndrangheta in Emilia, la truffa del clan a Zola Predosa

Imprenditori trevigiani del vino truffati a più riprese. In un capannone alle porte di Bologna la fidejussione falsa per 3 milioni di euro

Truffa degli uomini del clan, dietro la supervisione dei Grande Aracri, in un capannone di Zola Predosa. Anche questo emerge dalle carte che hanno portato in carcere 16 persone in Emilia e in Calabria, per reati che vanno dalla truffa all'associazione mafiosa, nell'ambito di quello che è stato definito il 'secondo round' nella lotta alle infiltrazioni mafiose in Emilia, ovvero l'operazione 'Grimilde'. Una operazione che ha avuto il suo baricentro nel reggiano e tra le province di  Modena, Piacenza, Mantova, ma che ha anche toccato il territorio felsineo, come emerge dalla ordinanza di custodia del Gip Alberto Ziroldi.

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L'episodio 'bolognese', scritto nelle carte dei giudici, si perde nelle 262 pagine dell'ordinanza, fitte di relazioni tra nomi che spuntano in evidenza numerosissime volte, primi tra tutti quello dei fratelli Grande Aracri. Vittima di quella che viene descritta come una truffa ripetuta con la attiva partecipazione di affiliati alla costola emiliana della 'ndrangheta cutrese è stata una azienda di vino trevigiana, dalla quale sarebbe partiti interi camion di vino in direzione della provincia di Crotone, carichi più volte pagati con assegni scoperti e fidejussioni false. Un danno costato all'azienda oltre 273mila euro, si legge sempre nell'ordinanza.

Teatro della truffa, condotta per mezzo di M.F. - 59enne calabrese residente a Bologna, uomo vicino al clan e già arrestato in passato per truffe e raggiri finanziari - è stato un capannone di Zola Predosa, dove in almeno due occasioni i referenti della azienda trevigiana - in affari con gli intermediari dei Grande Aracri e già con problemi economici a riguardo- si incontrano per fare un altro affare, attirati forse dai volumi proposti.

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Due gli incontri, tra il dicembre 2012 e il gennaio 2013, dove si stipula un accordo per la fornitura di prosecco dai colli veneti alle tavole calabresi: destinataria dei carichi una coop del genovese che risulta iscritta alla camera di commercio come allevamento di bovini, e della quale il 59enne si spaccia come referente. Partono subito due assegni da 60mila euro l'uno, pure i Tir carichi di prosecco trevigiano. Solo dopo si scoprirà che gli assegni sono scoperti.

In un altra occasione è lo stesso sedicente rappresentante della coop a proporre agli imprenditori veneti l'ulteriore acquisto di vino, un quantitativo ingente, circa un milione di bottiglie. Siccome i dubbi dall'altra parte iniziano a serpeggiare, viene messa sul piatto una fidejussione da tre milioni di euro, spacciati come garantiti da una banca. L'affare però sfuma definitivamente quando, quasi per caso, il consulente commerciale dell'azienda trevigiana si imbatte nella proprietaria dell'immobile di Zola, e viene a sapere del vero cognome del 59enne. Pochi giorni dopo i rappresentanti dell'azienda veneta sporgono querela in Procura.

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Il Gip, nella sua relazione su questi episodi, avvalla la tesi dei pm solo in parte: per il 59enne si tratta 'solo' di truffa in concorso, ma non di reati di tipo mafioso. Per uno dei boss Grande Aracri si configura invece il concorso nell'insolvenza fraudolenta, ma neppure per lui c'è l'aggravante mafiosa, ipotesi invece confermata allo stesso boss in una trentina di capi di imputazione riferiti nella stessa indagine, aprendogli così le porte del carcere.

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