Imputato dopo 20 anni suicida in carcere, il legale: 'Su di lui mano pesante, non ha retto'

Il 59enne trovato esanime nella sua cella a una settimana dalla sentenza

Il suicidio in carcere di Stefano Monti, imputato in Corte d'Assise a Bologna per l'omicidio, avvenuto il 5 dicembre 1999, del buttafuori Valeriano Poli, "è una tragedia che conclude una vicenda processualmente complessa". Infatti, spiega il suo legale Roberto D'Errico, "un 60enne incensurato, che per la prima volta entra in carcere a 20 anni dai fatti contestati e che si proclama innocente, vive una situazione particolare, e nell'inferno del carcere, che è un luogo violento per definizione, evidentemente non ha retto alla pressione del processo".

Anche perché, sottolinea l'avvocato, il processo, per cui la sentenza era prevista per mercoledì prossimo, "è stato impostato in maniera molto aggressiva dalla Procura, che da giugno del 2018 fino ad ottobre ha negato a Monti i colloqui con i familiari, prima che la Corte decidesse di concederli una volta iniziato il dibattimento". L'arresto di Monti arrivò nel giugno scorso: prova regina una macchia di sangue sullo scarpone della vittima, estrapolata con una particolare tecnologia forense.

Allo stesso modo, secondo D'Errico può aver influito sulla decisione di Monti di suicidarsi anche "la forte pressione mediatica a cui è stato sottoposto dopo il suo arresto". In sostanza, chiosa il legale, "al di là dei fatti personali, su cui è sempre difficile dare un giudizio, va valutato il contesto" che si era creato intorno a Monti nell'ultimo anno. Al momento, fa poi sapere D'Errico, i familiari non intendono prendere alcuna iniziativa dopo quanto accaduto: "sono distrutti dal dolore, per ora si augurano solo che questa vicenda si sia chiusa definitivamente".

Sul suicidio interviene, senza fare il nome di Monti, anche il sindacato di Polizia Sappe, che in una nota spiega che l'uomo "si è tolto la vita impiccandosi nel bagno della stanza dove era ristretto". Purtroppo, aggiungono il segretario generale aggiunto Giovanni Battista Durante e il segretario nazionale Francesco Campobasso, "non è stato possibile trarlo in salvo, come spesso avviene". (Ama/ Dire)

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