"Gli operatori sociali? A volte guadagnano quanto le persone che aiutano"

A dirlo è una veterana dello sportello della caritas diocesana. Estrema precarietà e cambi appalti le piaghe del settore. Ma anche la povertà ha cambiato volto: "Non più solo alcoolisti, ora anche famgilie in difficoltà con l'affitto". Nell'ultimo anno 800 persone hanno chiesto aiuto

"Ho visto tanti operatori sociali che guadagnano pochissimo e che lavorano in una situazione di totale precarietà, che si trovano ad aiutare persone con stipendi simili ai loro. Succede soprattutto con i dipendenti delle cooperative, che oggi vincono un appalto e domani rischiano di perderlo. Questo crea una certa empatia tra operatore e utente, ma in alcuni casi anche una forma di rabbia".

Così Maura Fabbri, da 27 anni al centro d'ascolto della Caritas diocesana di Bologna, racconta com'è cambiato il suo lavoro nel tempo: "Oggi ci troviamo di fronte a persone che ci fanno da specchio: non più alcolisti o tossicodipendenti, ma famiglie che dopo la crisi economica non riescono a pagare l'affitto. Una volta era più facile pensare: questa persona è altro da me. È molto più difficile invece incontrare una madre che non riesce a pagare l'affitto, con un figlio laureato che non trova lavoro: quella madre mi sta dicendo qualcosa, perché potrei essere io".

Il centro d'ascolto della Caritas si trova nel cuore di Bologna, in pieno centro storico, proprio di fianco alla torre medievale Prendiparte. Nel 2018, circa 800 persone si sono rivolte al centro, dove a turno lavorano quattro operatori: "Ci è richiesta una competenza sempre più ampia e trasversale, visto che i problemi sono sempre più complessi - continua Fabbri -. Dobbiamo conoscere meglio la normativa e la rete di servizi sul territorio: le persone sono stanche di essere rimpallate da uno sportello a un altro, hanno bisogno di un accompagnamento più costante"

E anche rispetto alla tipologia di utenti, la situazione nel centro d'ascolto Caritas è molto cambiata rispetto a vent'anni fa: "Oggi per strada ci sono tante persone istruite, che per anni hanno avuto un reddito di un certo tenore, ma poi con la crisi economica si sono trovati a perdere il lavoro, la famiglia, la casa, e alla fine anche il rispetto per se stessi. Certo, tra i senza dimora ci sono ancora persone con dipendenze e problemi di salute mentale, ma questa crisi ha mietuto molte vittime".

E anche per chi ha un tetto sopra la testa, il primo problema è sempre quello economico. "Le famiglie si chiedono: riuscirò a pagare l'affitto e le bollette? Come faccio a fare il bagnetto a mio figlio con l'acqua fredda in gennaio? Seguono poi altre difficoltà, come le incomprensioni di coppia e i problemi di genitorialità, con i figli che non capiscono perché non possono andare a mangiare la pizza con i loro amici.

C'è poi la questione sanitaria: chi non se lo può permettere non va più dal dentista, non fa fisioterapia e non riesce a pagarsi gli esami di controllo. Ultima ma non ultima, l'emergenza educativa: le famiglie povere non possono permettersi la scuola di musica o il corso sportivo per i figli, o di portarli a una mostra di pittura, al cinema o al teatro. Le generazioni future saranno deprivate di un aspetto di crescita importante". 

Al centro d'ascolto si rivolgono anche i migranti, che spesso non riescono a trovare casa anche quando hanno un contratto a tempo indeterminato: "I proprietari non vogliono affittare i loro appartamenti agli immigrati, che vivono nella più totale incertezza. Una volta, le persone che arrivavano in Italia avevano una situazione più semplice. Innanzitutto era più facile trovare un lavoro e pianificare così un futuro: portare in Italia la famiglia, comprare casa e ottenere la cittadinanza.

Trovare insomma quella vita migliore per cui avevano lasciato il loro Paese. Oggi i migranti sono molti di più e la situazione economica e sociale è molto peggiorata: "La torta non basta per tutti e il razzismo è molto più brutale. La povertà incattivisce: la guerra fra poveri sta avvenendo davvero".

Per far fronte ai bisogni crescenti della comunità, la Caritas insieme alla Fondazione Carisbo ha dato avvio al progetto "Insieme" per rafforzare la presenza dei servizi sul territorio e dare la possibilità alle famiglie di essere ascoltate e aiutate vicino al luogo in cui vivono. Nasceranno così tre nuovi centri di ascolto parrocchiali e inter-parrocchiali in zone della città con un elevato indice di fragilità sociale: "È un momento particolare nella vita della Caritas, una fase di trasformazione- conclude Fabbri- vogliamo coinvolgere e responsabilizzare le comunità parrocchiali rispetto ai bisogni e le situazioni delle persone in difficoltà".

Delle 140 Caritas parrocchiali in tutta la diocesi di Bologna, 70 hanno un centro d'ascolto: "Il nostro compito è sostenere questi centri, formarli sui bisogni delle persone e per metterli nelle condizioni di rispondere in maniera efficiente. Perché tutti i cittadini devono avere occhi per vedere, orecchie per sentire, e braccia per rimboccarsi le maniche e aiutare chi ne ha bisogno". (Rer/ Dire)

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