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Io, infermiere all'ospedale Covid Bellaria: "Si muore soli, ma c'è umanità" | VIDEO INTERVISTA

Il racconto di Francesco Ferraro, 26 anni, tra gli infermieri in servizio al Bellaria

 

Durante un ricovero in ospedale infermieri, oss e medici diventano facce familiari, persone a cui ci si affida e di cui ci si fida. Viste le caratteristiche del coronavirus, oggi lo sono ancora di più e per i pazienti positivi rappresentano la propria famiglia.

La malvagità del Covid-19, come ricordato anche dal commissario regionale per l'emergenza Sergio Venturi, risiede in quel lato disumano della malattia stessa che obbligando l'isolamento non permette la vicinanza dei propri cari. In nessun momento, né durante il ricovero, né durante la morte. Niente funerali, niente veglie, niente di niente: si muore soli. Accompagnati da un operatore.

Francesco Ferraro è uno di loro: 26 anni, infermiere dell'ospedale Bellaria da circa un anno, da un giorno all'altro si è ritrovato a lavorare in una struttura dedicata ai pazienti Covid-19.

"Non è una situazione semplice, c'è un afflusso continuo di malati. Si è passati da una realtà routinaria a uno scenario emergenziale – racconta –, ci siamo dovuti attrezzare nel migliore dei modi per fronteggiare ogni giorno situazioni di sofferenza: da un lato il paziente, dall'altro appunto la famiglia, a casa, dietro al telefono. Diventiamo le persone più vicine ai pazienti che ci riconoscono come fossimo dei familiari e, purtroppo, alcune le vediamo morire da sole, accompagnate da un operatore". 

Si lavora a coppia: un infermiere dentro, nella zona 'sporca', e un altro fuori, nella zona pulita. "Il lavoro è cambiato molto, non esiste più la tua équipe di lavoro: ci si trova con nuovi colleghi e bisogna adattarsi l'uno all'altro. Però devo dire – prosegue –  che sin dai primi momenti ho notato un forte senso di solidarietà comune, complicità, come chi affronta la stessa sorte e non può che fare comunità. Questo è molto bello – dice Francesco – c'è molta più comprensione verso il collega, questa cosa mi fa pensare che ne usciremo presto, questo senso di solidarietà rincuora molto".

Casa e lavoro, turni pesanti, immagini difficili da non portarsi con sé la sera, o la mattina. La vita privata di Francesco, come quella di tutti i lavoratori e le lavoratrici della sanità, è cambiata molto. La sua fortuna, ci dice, è quella di vivere insieme ad altri colleghi per cui, almeno a casa, nessuno lo tiene isolato. Però non vede da un po' la sua ragazza e non sa quando la rivedrà. "Mancano tante cose che prima erano normali alle quali, proprio perché tali, non davamo l'importanza che forse meritavano".

"C'è un episodio, tra tutti, che mi ha veramente commosso: un giorno sono entrato con tuta, casco e mascherina nella stanza di una signora e lei pensava fossi suo nipote. All'inizio le ho tenuto il gioco, poi non ho potuto che dirle la verità e alla fine ci siamo messi a ridere".

(Alcune immagini sono dell'Ufficio Stampa Policlinico S.Orsola)

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