Studente Unibo arrestato al Cairo. Un'amica: "Lo aspettavamo per un viaggio a Torino"

Due amici dell'attivista arrestato in Egitto raccontano chi è Patrick Zaky e cosa pensano della situazione

Patrick e i suoi colleghi a Bologna

Dalla parte di Giulio Regeni e di chi lotta nell'Egitto di Al Sisi. Dalla parte di chi difende i diritti umani, prima di ogni altra cosa. Con la voglia di migliorare il mondo.

A parlarci di Patrick Zaky, l'attivista e ricercatore arrestato all'aeroporto del Cairo, in Egitto, la notte tra giovedì 6 e venerdì 7 febbraio, sono due amici del ventisettenne. Katherine, amica di oggi, incontrata sotto i portici grazie all'interesse per gli studi di genere, e Amr, amico di ieri, conosciuto nel 2011 durante la primavera araba in Egitto.

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"Ho conosciuto Patrick a settembre, quando si è trasferito a Bologna per il primo anno di master all'università – racconta la studentessa irlandese –, frequentiamo lo stesso corso, il Gemma (studi di genere e delle donne) all'UniBo: io sono al secondo anno, lui al primo. Passiamo tantissimo tempo insieme, dentro e fuori l'università. È una persona eccezionale e un amico meraviglioso. Penso che chiunque lo abbia incontrato sarebbe d'accordo nel dire che è una grande persona da avere al proprio fianco".

"Mi spezza il cuore – continua Katherine – pensare che proprio le sue qualità, l'empatia e la compassione verso gli altri, lo abbiano portato dove è adesso: in prigione. Si impegna per gli altri e per i diritti umani: è per questi motivi che si ritrova a pagare questo prezzo ingiusto. Ci sentiamo distrutti, con il nostro gruppo di amici avevamo in programma un viaggio a Torino tra un paio di settimane, impazienti di trascorrere tutti insieme l'estate a Bologna. Doveva tornare qui la settimana prossima – continua – e invece è in stato di fermo tra le mani di chi ha ucciso Giulio Regeni. Proprio qualche giorno fa – conclude – Patrick ci ha raccontato che una volta incontrò Giulio durante una conferenza".

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Amr è un ragazzo egiziano di 29 anni, vive a Berlino, e Patrick lo ha conosciuto all'università tedesca del Cairo. In queste ore concitate, dalla capitale tedesca cerca di diffondere tutte le informazioni che riceve dal suo paese, chiedendo giustizia per il suo amico, per Giulio Regeni, per tutti i prigioneri politici egiziani.

"La prima volta che ho visto Patrick è stato durante la primavera araba nel 2011. Studiava alla mia stessa università al Cairo – racconta – inizialmente studiava farmacia, poi ha capito che il suo vero interesse erano i diritti umani e così ha deciso di cambiare settore. Negli ultimi anni ha lavorato nel campo dei diritti Lgbt, di quelli politici e religiosi, parte integrante della lotta per i diritti in Egitto. È sempre stato al centro di ogni battaglia per i diritti umani in Egitto. Negli utlimi mesi – prosegue – si è trasferito in Italia per focalizzare i suoi studi sul genere. Il suo contributo alla lotta dei diritti umani è insostituibile".

Purtroppo, Patrick non è un caso speciale, come ricorda Amr: "Ci sono migliaia di prigionieri politici in Egitto e voi italiani conoscete bene come agisce la polizia egiziana, sapete bene cosa è successo a Giulio Regeni. In questo momento è importante tenere alta l'attenzione e fare sentire a lui e a tutto il mondo che siamo impegnati nella ricerca della verità e della giustizia".

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L'appello dell'associazione dottorandi

L'appello è condiviso anche dalla rete di dottorandi e dottori di ricerca in Italia, Adi: "Patrick si è sempre posizionato dalla parte di coloro che difendono pacificamente i diritti umani e aveva in prima persona dimostrato solidarietà per Giulio. Riteniamo che perché fatti del genere non si ripetano più – scrivono dall'associazione – sia necessario l'impegno e il coraggio di tutti noi nel denunciarli. Per questo vigileremo affinché ciascuno faccia la sua parte per far luce su questo ennesimo sopruso della polizia egiziana. Uniamo la nostra voce a quella della famiglia Regeni nel chiedere al Governo di inserire l’Egitto nella lista dei Paesi non sicuri e di richiamare l’ambasciatore italiano in Egitto per consultazioni. Con questa vicenda l’Egitto mostra una volta di più la spietatezza della sua dittatura. Si tratta dell’ennesimo schiaffo che il nostro Paese riceve da un regime disumano e rappresenta un’ulteriore dimostrazione che l’Egitto non ha intenzione di collaborare con l’Italia per fare finalmente chiarezza sulla tragica fine di Giulio; e anzi si accanisce contro chiunque solidarizzi o si avvicini alla storia di Giulio Regeni".

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