Lutto all'Alma Mater: è scomparso il professor Pietro Bellasi

Cittadino svizzero e italiano, laureato in Sociologia presso la Faculté de Sciences Economiques et Sociales di Ginevra

Uomo di arte e di scienza, la sociologia e la socio-antropologia hanno rappresentato l’area principale dei suoi studi, dedicandosi - come ebbe lui stesso a scrivere - ad “una sorta di analisi infinita nell’ascolto del sociale”, irriducibile a suo parere a variabili precostituite, poiché centrale è sempre l’enigma della “condizione umana”. Anche nei periodi dei movimenti studenteschi degli anni 1970 riuscì a condividere sia con i giovani sia con i colleghi opportunità di crescita e sperimentazione didattica.Ha insegnato a Scienze Politiche ed è stato insignito del Sigillum di Ateneo dal Rettore Calzolari. 

L'Alma Mater gli conferisce nel 2008 il Sigillum. Come ebbe a scrivere nelle motivazioni del riconoscimento il Rettore Calzolari, “le qualità scientifiche ed umane, la piena disponibilità all’ascolto del sociale come del singolo studente sono state più salde e più coraggiose della complessità contemporanea e dei numeri sempre più elevati delle folle di allievi che, grazie a lui, per quasi quarant’anni hanno coltivato la passione del conoscere”.

I funerali si svolgeranno lunedì 13 agosto alle 16 nella chiesa ortodossa di San Basilio in via Sant'Isaia.

Pietro Bellasi, cittadino svizzero e italiano, laureatosi in Sociologia presso la Faculté de Sciences Economiques et Sociales di Ginevra, nel 1971 otteneva in Italia la Libera Docenza in Sociologia per iniziare ad insegnare subito dopo all’Università di Bologna, dove è stato titolare dell’insegnamento di Sociologia sino al 2004. Ha tenuto anche corsi di Sociologia del lavoro e, dopo il pensionamento, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia, nella laurea magistrale in Scienze della comunicazione pubblica e sociale, Sociologia dell’arte. La sua attività ha sempre avuto un respiro internazionale e come visiting professor ha insegnato nella Freie Universität di Berlino e per due volte alla Sorbona di Parigi. 

Ha ideato e diretto la collana Indiscipline presso la casa editrice Cappelli di Bologna con Jean Baudrillard, Daniel Singer, Jean Ziegler. Ha collaborato a pubblicazioni di scienze sociali, ma anche a riviste letterarie e di arti figurative italiane e straniere, nonché ai programmi della Radio e Televisione della Svizzera Italiana. Dopo il pensionamento, trasferitosi a Milano, ha collaborato stabilmente con la Fondazione Mazzotta, ideando e curando in Italia e all’estero numerose mostre di tipo socio-antropologico e di arte contemporanea.

Uomo di arte e di scienza, la sociologia e la socio-antropologia hanno rappresentato l’area principale dei suoi studi, dedicandosi - come ebbe lui stesso a scrivere - ad “una sorta di analisi infinita nell’ascolto del sociale”, irriducibile a suo parere a variabili precostituite, poiché centrale è sempre l’enigma della “condizione umana”. Anche nei periodi dei movimenti studenteschi degli anni 1970 riuscì a condividere sia con i giovani sia con i colleghi opportunità di crescita e sperimentazione didattica.

I titoli dei suoi volumi principali raccontano l’impervio itinerario scientifico che ha caratterizzato la traccia critica del suo insostituibile insegnamento. Fantasmi di potere, dove smonta sia “l’esplosione monoteistica dell’assolutismo”, sia la “disseminazione politeistica e microfisica del democraticismo di società bloccate”. Il paesaggio mancante, in cui l’arte diventa oggetto e soggetto di conoscenza del sociale. Il Giardino del Pelio, dedicato ai suoi studenti, ai quali da acuto osservatore illustra con densi frammenti di esperienza le passeggiate etnografiche in uno degli scenari da lui più amati della Grecia, quale patria affascinante e ambivalente della civiltà occidentale. Imperdibile, inoltre, la sua grande, innovativa introduzione alla traduzione italiana del testo di Baudrillard Dimenticare Foucault: vi si leggeva già l’intuizione dell’implosione del reale nell’iperreale di ciò che preludeva, nello sviluppo tecnologico detto virtuale, al tentativo estremo di fare a meno dell’immaginario disperdendovi illusoriamente ogni limite fisico e ogni distanza. Analista attento delle produzioni culturali di massa, Pietro Maria Bellasi disvelava nella pubblicità l’estetizzazione della vita quotidiana volta a ridurre il desiderio umano in bisogno di questo o quell’oggetto mercificato e in un articolo sulla rivista Communications fondata e diretta dal suo grande amico Edgar Morin mostrava la duplice istanza dell’industria culturale contemporanea, capace di “miniaturizzare” e al tempo stesso “megalizzare”, riuscendo così a soggiogare il suo pubblico attirandolo nella simulazione iperrealistica di un legame accattivante.

(fonte: Magazine Unibo)

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