Racket funerali, lo psicologo: "Vi spiego perchè la mente può arrivare ad agire così"

L'inchiesta apre riflessioni sull'atteggiamento delle vittime e di chi non si fa scrupoli. "Si tratta di professioni ad alto rischio - analizza l'esperto - e le istituzioni devono assumersi le proprie responsabilità"

Oggi via ai primi interrogatori di garanzia, che potrebbero portare ad allargare l'inchiesta "Mondo sepolto" sul "racket delle pompe funebri" ,che ha visto scattare numerosi arresti e sigilli ad alcune agenzie funebri della città. Scoperchiato il 'vaso di Pandora', ha scosso l'opinione pubblica e aperto un varco ad alcune considerazioni sulla gravità di raggirare qualcuno nel momento (in molti casi) di massima vulnerabilità.

Un approfondimento sul tema va nella direzione della psicologia: «La perdita di una persona cara compromette il nostro senso di sicurezza, il cervello percepisce l’evento come una minaccia e qualcuno potrà reagire a questo senso di vulnerabilità con rabbia e chiusura, mentre altri tenderanno ad appoggiarsi e fidarsi di tutti coloro che si mostreranno “amichevoli”. Questi ultimi sono chiaramente più a rischio rispetto a raggiri di vario genere, perché la loro reazione automatica è quella di fidarsi proprio per il bisogno di ricevere sostegno" spiega Alessandro Pesce, psicologo. 

Lutto e perdita, l’importanza di restare umani. Il momento del cambiamento e la necessità di un riadattamento: è questo che accade quando perdiamo qualcuno? 

«La perdita di una persona cara è un evento con il quale tutti noi abbiamo dovuto fare i conti. E’ un momento estremamente delicato, a volte travolgente e spietato ma paradossalmente quotidiano e naturale. E’ un cambiamento profondo nella vita di un essere umano e come ogni cambiamento richiede un riadattamento che coinvolge la persona su diversi livelli: cognitivo, emozionale, corporeo e relazionale e che in psicologia chiamiamo elaborazione del lutto. Tale processo richiede tempo e attraversa diverse fasi descritte da moltissimi psicologi da Freud ai giorni nostri. Qui mi concentrerò sugli aspetti emozionali e sul senso di protezione/sicurezza».

E’ importante premettere che le relazioni affettive hanno un ruolo dominante nel nostro senso di sicurezza e che la sicurezza è fondamentale per il benessere, nonché per l’equilibrio mentale, fisico ed emozionale. Pertanto, la morte di una persona cara mina più o meno profondamente la possibilità di sentirsi al sicuro, catapultando la persona in uno stato di grande vulnerabilità psicofisica e sociale. Questa condizione non ha nulla di patologico, anzi, è una fase necessaria per l’elaborazione emotiva del lutto che approda in una più serena accettazione dell’accaduto e permette di interiorizzare l’amore e le virtù della persona scomparsa. Come ha scritto Antoine de Saint-Exupéry nel libro Il piccolo principe: non so dove vanno le persone quando scompaiono, ma so dove restano.

I video che "incastrano"

Rabbia, dolore e paura sono tra le protagoniste principali durante tutte le fasi del lutto: sono emozioni naturali e fondamentali ma che in alcuni casi possono essere percepite come enormi maremoti che richiedono solidi argini per essere contenute e vissute. Vivere queste emozioni permette al sistema mente-corpo di riequilibrarsi ma comporta il lasciarsi andare a momenti di vulnerabilità e disperazione, pertanto diventa fondamentale avere attorno a sé persone a cui potersi affidare e istituzioni di cui potersi fidare. La fiducia e la protezione fornite dalla rete sociale e affettiva costituiscono gli argini per poter attraversare in sicurezza l’esperienza del lutto».

Nel momento della perdita di una persona cara è corretto dire che le difese si abbassano? Siamo più propensi a fidarci del prossimo?

«La reazione alle prime fasi del lutto è chiaramente soggettiva e dipende da individuo a individuo, più che ad un abbassamento delle difese assistiamo ad una disorganizzazione del sistema che regola l’equilibrio tra autonomia e richiesta. Mi spiego meglio: abbiamo detto che la perdita di una persona cara compromette il nostro senso di sicurezza, il cervello percepisce l’evento come una minaccia e qualcuno potrà reagire a questo senso di vulnerabilità con rabbia e chiusura, mentre altri tenderanno ad appoggiarsi e fidarsi di tutti coloro che si mostreranno “amichevoli”. Questi ultimi sono chiaramente più a rischio rispetto a raggiri di vario genere, perché la loro reazione automatica è quella di fidarsi proprio per il bisogno di ricevere sostegno. Non solo, questa disorganizzazione data dallo shock della perdita può portare i famigliari a provare sensi di colpa anche quando non esiste nessun colpevole per l’accaduto: i vari “se avessi fatto”…”se non gli avessi detto”… “oggi sarebbe ancora tra noi” servono a contenere il terribile senso di impotenza, mentre i “se l’avessi abbracciato di più”, “ se l’avessi chiamato una volta in più”, ecc.. emergono per mitigare il dolore della perdita. Questo meccanismo – se momentaneo – non ha nulla di patologico, è una reazione utile a contenere le emozioni dirompenti, ma è facile intuire come i sensi di colpa rendano più difficile scegliere in modo equilibrato quanto denaro e risorse investire per i riti funebri».

Intercettazioni choc: morti derubati e derisi

Può dirci qualcosa rispetto ai meccanismi psicologici delle persone che invece compiono il raggiro? Come possono giustificare quei loro comportamenti a se stessi?

«Astenendoci da qualunque ovvio giudizio morale che non compete a questa analisi, dobbiamo considerare che gli operatori dei reparti terminali, delle camere mortuarie, ecc...vivono quotidianamente immersi in un contesto emotivo estremamente intenso fatto di sofferenza, disperazione e morte. Anche se questo dolore non li coinvolge direttamente, il meccanismo dell’empatia (sentire dentro di sè ciò che prova l’altro) è un sistema automatico del nostro cervello, pertanto non è necessario essere i protagonisti di una vicenda per sentirsi coinvolti. Questo meccanismo è lo stesso che ci fa commuovere, patire o ridere a crepapelle quando guardiamo un film. La reazione a questi stimoli è ovviamente soggettiva, ma quando l’impatto emotivo supera la capacità dell’individuo di digerirlo, può avvenire ciò che in psicologia chiamiamo dissociazione patologica. Ovvero la persona - per proteggersi - attiva inconsapevolmente una scissione tra il proprio bisogno individuale e l’empatia verso un altro essere umano in difficoltà, che può portare a comportamenti distaccati e individualistici. Questa non vuol certo essere una giustificazione ai reati descritti dalla cronaca, ma una sensibilizzazione al fatto che queste sono professioni ad alto rischio, e che gli operatori, nonché le istituzioni che li coordinano, devono riconoscere l’esistenza di tale rischio e assumersene le responsabilità, adottando luoghi e contesti di sostegno utili a rielaborare le emozioni così intense a cui gli operatori sono esposti. La morte è un evento inevitabile che fa parte della vita, ma che richiede vicinanza, rispetto, cura e protezione da parte di ognuno di noi e da parte delle istituzioni coinvolte. La morte ci chiede di restare umani». 

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