Emilia Romagna ai tempi della crisi: tra famiglie 'deprivate' e giovani ‘Neet’

Più nascite, popolazione vecchia ma 'non troppo'. Scolarizzazione in crescita, redditi mediamente buoni, ma preoccupa l'aumento delle famiglie che non riescono a garantirsi bisogni fondamentali e i giovani che non studiano e non lavorano

Più nascite, popolazione vecchia ma 'non troppo'. Scolarizzazione in crescita, redditi mediamente buoni, ma preoccupa l'aumento delle famiglie che non riescono a garantirsi bisogni fondamentali - come una buona alimentazione o il riscaldamento in inverno - e l'alta percentuale di ‘Neet’, cioè i giovani che non studiano e non lavorano. E' in sintesi il quadro della nostra regione, scattato dal primo Rapporto sulla società regionale voluto dall’Assemblea legislativa regionale, realizzato dall’Università di Bologna e presentato oggi nel capoluogo felsineo. Un Rapporto che prende in esame diversi argomenti: evoluzione della popolazione, formazione delle famiglie, salute e stili di vita, studiare e formarsi, lavorare e guadagnare. Ancora: informazione, fiducia, partecipazione, ovvero le vie della cittadinanza attiva, essere e sentirsi sicuri, muoversi e vivere l’ambiente.

NEET E FAMIGLIE DEPRIVATE. Dall'indagine emerge un'Emilia Romagna in trasformazione, con la popolazione che aumenta (+11,3% dal 2001 al 2011, rispetto al +6,4% a livello nazionale), più nascite e l’invecchiamento dei residenti che rallenta, sebbene resti comunque marcato. Un sistema di welfare consolidato, non ancora intaccato dalla crisi, ma che deve rispondere a nuove esigenze (preoccupano gli stili di vita dei giovani ed è più difficile l’accesso alla sanità per gli stranieri). Alta scolarizzazione (94,9% il tasso regionale di partecipazione nell’istruzione superiore, di fronte al 92,3% italiano), abbandono dei banchi di scuola al minimo, ma avanza la liceizzazione a scapito della formazione tecnica, pilastro del sistema manifatturiero regionale. Redditi mediamente elevati, ma preoccupa l’aumento delle famiglie ‘deprivate’, che cioè non riescono a garantirsi alcuni bisogni per loro fondamentali, come una adeguata alimentazione o l’utilizzo del riscaldamento nei mesi invernali, passate dal 10% del 2010 al 14% di oggi.

“Si tratta di una lettura non istituzionale dei dati che abbiamo raccolto- spiega la prof. Rossella Rettaroli, dell'Ateneo di Bologna -  di una analisi della modifica dei comportamenti individuali”. Tra i dati più significativi, l’invecchiamento della popolazione, comunque un dato ormai strutturale, e l’allarme riguardante i ‘Neet’, “cioè i giovani che non studiano e non lavorano, che sono il 15% degli emiliano-romagnoli nella fascia di età 15-29”.

Il professor Paolo Zurla, dell'Università di Bologna, invece, concentra la sua analisi sulle condizioni economiche delle famiglie: “Gli standard di vita sono mediamente elevati, ma una famiglia su tre giudica le proprie risorse insufficienti, anche se la concentrazione della ricchezza è in leggera diminuzione”. In un clima di recessione dell’occupazione a livello nazionale, prosegue, “in Emilia-Romagna calano i lavoratori uomini, a causa della crisi di due settori come l’edilizia e l’industria, ma aumentano le donne e i giovani, seppur con contratti a termine”. Infine, uno sguardo alla sicurezza: “I reati sono in realtà in calo- precisa-, ma aumenta la paura sia per l’ossessività dei media rispetto ad alcuni fatti di cronaca sia per l’aumento di reati cosiddetti minori che finiscono però per influire direttamente sulle esperienze personali dei cittadini”.

E’ questa sintesi l’Emilia-Romagna così come si presenta oggi, dopo anni di grandi trasformazioni e una durissima crisi economica, peraltro tuttora in corso. “La nostra società regionale si sta trasformando - afferma Palma Costi, Presidente dell’Assemblea legislativa - ma abbiamo basi solide, che rappresentano le fondamenta su cui innestare un cambiamento che può e deve portare a più lavoro, più inclusione, più equità, più innovazione, più sviluppo”. Anche l’Emilia-Romagna, infatti, “non è immune dagli effetti della crisi, sia sul piano economico che sociale. C’è una questione di genere che riguarda il carico di lavoro che pesa ancora sulle donne e c’è una questione generazionale, perché i giovani si sentono e sono meno tutelati rispetto alle generazioni precedenti e fanno più fatica ad avviare una loro vita autonoma. E c’è anche una questione legata più in generale alla paura di retrocedere da una condizione di sostanziale benessere, sia a livello individuale che di beni e servizi. La nostra è dunque una regione sì in trasformazione, ma che ancora poggia sui suoi punti di forza: un alto tasso di prolungamento della speranza di vita, cui si associano tassi di natalità in crescita, e non solo per la presenza di donne straniere; un welfare efficiente, che rappresenta tuttora un modello a livello nazionale; una buona tenuta dell’occupazione e dei livelli di reddito, così come il nostro tessuto imprenditoriale continua a dare segnali di innovazione ed espansione, in particolare in alcuni comparti”.

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