Sbloccaitalia, fiume di opere in stallo: nel dossier Legambiente anche l'SFM di Bologna

101 opere #sbloccafuturo individuate dall'associazione. Nella nostra Regione "tante le possibilità da cogliere" e sbloccare come il SFM "con stazioni da terminare e linee da adeguare, mentre i fondi pubblici inseguono grandi opere ben più eteree"

Centouno piccole e medie opere incompiute o inattuate, utili al territorio e ai cittadini. Con il dossier #sbloccafuturo Legambiente risponde alla richiesta lanciata dal premier Renzi ai sindaci d’Italia per individuare procedimenti fermi da anni, per ritardi o inconcludenze di settori diversi della Pubblica Amministrazione.
Anche in Emilia Romagna - secondo l'associazione - "tante le possibilità da cogliere su mobilità sostenibile, cura del territorio, risparmio energetico". Tra gli esempi di incompiute nel nostro territorio, Legambiente punta il dito contro il Servizio Ferroviario Metropolitano di Bologna, "che stenta ad essere completato nel suo disegno complessivo, con stazioni da terminare e linee da adeguare, mentre i fondi pubblici inseguono "grandi opere"  ben più eteree e difficilmente realizzabili, se non addirittura in contraddizione col disegno complessivo".

"Situazioni paradigmatiche che ci dicono come il vero motore che olia i meccanismi delle opere, sono le pressioni delle grandi lobby delle costruzioni" dice Lorenzo Frattini, presidente di Legambiente Emilia Romagna, " il partito trasversale del cemento che corregge, purtroppo non a fin di bene, i problemi di efficacia del Paese, facendo primeggiare non le opere giuste e moderne, ma quelle a più facile incasso e tarate sulle esigenze delle grandi imprese".

Sempre in Emilia Romagna, ci sono poi opere a portata di mano ma inspiegabilmente bloccate come i lavori necessari alla sicurezza idraulica del nodo modenese, in cui molti interventi sono già individuati e quantificati e all'interno dell'Accordo di Programma tra Regione  Ministero e sono in attesa delle risorse ministeriali, già previste. O il caso delle casse di espansione già realizzate sul torrente Parma, che con un intervento di adeguamento di circa 1,5 milioni potrebbero risolvere i problemi della carenza idrica estiva, ed evitare di spendere altre risorse per lo stesso obiettivo e mettere la parola fine a progetti assurdi come quelli di dighe appenniniche.

E NEL RESTO DEL PAESE? Individuato, a livello nazionale, un primo blocco di 101 cantieri che ancora non hanno visto la luce per responsabilità diverse. La voce più consistente riguarda il sistema dei trasporti (ferrovie, trasporti urbani, mobilità dolce), insieme alla messa in sicurezza del territorio dal rischio idrogeologico. Poi, a seguire, bonifiche, depurazione, riqualificazione urbana, sicurezza sismica, abbattimento di manufatti abusivi, impianti per chiudere il ciclo dei rifiuti. Nel decreto Sblocca Italia che il Governo ha annunciato per fine luglio per Legambiente dovranno trovar spazio regole e procedure per la realizzazione di opere la cui mancata realizzazione pesa negativamente sulla salute dei cittadini, sulla loro libertà di movimento, sulla possibilità di migliorare la qualità della vita, l’economia locale e nazionale.

“Se vogliamo un Paese sicuro, dinamico, moderno, le opere da sbloccare devono essere coerenti con questa idea di Paese, non basta fare ‘tana libera tutti’ contro i lacci e laccioli che imbriglierebbero il sistema. Perché alcuni di quei lacci hanno salvato l’Italia da ulteriori e più gravi disastri –dichiara Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente-. Si deve semplificare ma serve un sistema di controlli efficace, consolidato e di pari prestazioni su tutto il territorio. Bisogna assumersi la responsabilità di selezionare e scegliere quali siano i vincoli necessari e le semplificazioni utili a rilanciare il Paese, a fermarne il declino, a ricostruire un’Italia capace di futuro”.

Le opere individuate da Legambiente sono tra di loro molto diverse, sia per impegno finanziario che per consistenza dell’intervento. La più drammatica è senza dubbio la situazione che si sta determinando a L’Aquila e negli altri 56 Comuni colpiti dal terremoto 2009, dove il finanziamento di centinaia di progetti, già approvati e pari circa ad un miliardo di euro, sono bloccati dal patto di stabilità europeo.
Ma l’oscar del paradosso se lo aggiudicano a pari merito il progetto dell’idrovia Padova-Venezia, avviato nel lontano 1963, e l’abbattimento dell’albergo sulla scogliera di Alimuri, a Vico Equense, la cui procedura di abbattimento è partita anch’essa nel 1963. Anche in Emilia Romagna non mancano i paradossi. E' il caso del corridoio trasportistico tra La Spezia e il Brennero. Una delle grandi strozzature ferroviarie, del paese quella tra Parma e La Spezia, in cui da tempo è prevista la necessità di raddoppi  (ad es. tra Parma e Vicofertile) e la sistemazione di nodi importanti come quello di Fornovo, in cui negli anni sono state previste risorse ingenti, ma poi lasciate scappare dal territorio. E mentre queste opere languono, si finanziano interventi inutili (se non per le grandi ditte che si aggiudicano gli appalti) come il tratto di autostrada tra la via Emilia e Trecasali: un ramo stradale di 8 km a vicolo cieco che si arenerà di fronte al Po, ma pagato a caro prezzo con gli aumenti tariffari dell'autostrada della Cisa.

Al di là delle situazioni paradossali ed estreme, il viaggio per l’Italia bloccata conferma alcuni ostacoli noti. E’ il caso del patto di stabilità interno che blocca opere di ogni tipo e di differenti livelli di impegno tecnico e finanziario, dalla bonifica dall’eternit di Casale Monferrato, una delle bonifiche simbolo della nostra era, alla ristrutturazione della Circumvesuviana, al risanamento della galleria cittadina Montebello–piazza Foraggi a Trieste. Non mancano neanche esempi di opere necessarie e previste, ma per le quali il problema è rappresentato dalle risorse finanziarie. Risorse che mancano e impediscono l’ammodernamento della linea ferroviaria Torino-Cuneo-Ventimiglia-Nizza o la chiusura dell’anello ferroviario di Roma, dove dal 1990 si aspettano 5 km di collegamento ferroviario per “chiudere il cerchio”. Non mancano ovviamente risorse finanziarie perse o a rischio, soprattutto quelle di origine europea. Come nel caso della ferrovia Roma–Nettuno, dove sono ad alto rischio i fondi del POR 2007-2013 o, ancora più drammatico, se possibile, il rischio che in Sicilia si perda quasi un miliardo di fondi europei per fogne e depuratori.

Anche in  Emilia Romagna, pur con un alta percentuale di finalizzazione di utilizzo delle risorse europee, il patto di stabilità e la mancanza di strutture tecniche adeguate nei Comuni mette a rischio risorse europee destinate alla riqualificazione energetica del patrimonio edilizio.

Sotto il titolo di “inadempienze” della pubblica amministrazione si nascondono molteplici tipologie di blocco. Spesso è l’inerzia degli enti locali che dovrebbero progettare, coordinarsi, impegnare i fondi come in Valle d’Aosta per il collegamento ferroviario con il Piemonte, o nell’area delle Olimpiadi invernali di Torino, dove i comuni non si accordano su come impegnare i fondi per la riqualificazione energetica delle strutture. Non mancano i casi in cui le opere sono bloccate dalla mancanza delle autorizzazioni ministeriali, come per la bonifica di Porto Torres (Ministero dell’Ambiente), o a Taranto dove non si riescono a costruire i 750 metri che mancano per collegare il porto alla rete ferroviaria nazionale perché il soggetto attuatore (RFI) è in attesa di sapere dai ministeri competenti (Ministero dello sviluppo economico e delle Infrastrutture) se per tale opera si debba o meno chiedere la Notifica sugli aiuti di stato da parte della UE. Ma sul terreno dell’inerzia la situazione più paradossale è forse quella del Mar Piccolo a Taranto, dove la bonifica prevista da anni rischia di rimanere congelata dal pensionamento del Commissario, una situazione facilmente prevedibile, ma per risolvere la quale non si è fatto assolutamente nulla nei tempi utili.

"Ma più spesso - dice Legambiente - ci si trova di fronte alla guerra delle competenze e al gioco dei rimpalli." In alcuni casi l’opera è bloccata dal passaggio di competenze da un livello istituzionale all’altro, come per la bonifica de La Maddalena, abbandonata dallo Stato con il trasferimento del G8 a L’Aquila ed ora in carico al Comune. Il problema più diffuso sono le competenze che si sovrappongono, non si coordinano, entrano in conflitto tra un livello e l’altro, come per la ciclovia abruzzese, bloccata dalla mancanza di coordinamento tra comuni, province e regione, o il collegamento ferroviario del porto di Gioia Tauro con la rete ferroviaria nazionale, dove l’opera è bloccata dai contrasti tra RFI, autorità portuale, comune, provincia e regione. Oppure si consuma un conflitto suicida tra livelli paralleli, come tra i comuni salentini in guerra per lo sbocco finale di un sistema di depurazione intercomunale ormai completato.

Infine c’è il grande blocco provocato da contenziosi infiniti tra ditte e pubblica amministrazione, dove a farne le spese sono i cittadini o l’ambiente. A Lampedusa i lavori di ammodernamento del depuratore sono bloccati dal contenzioso della vecchia ditta che gestiva l’impianto con il Comune, a Posada il contenzioso tra la Maltauro (la ditta recentemente coinvolta nello scandalo Expo 2015) e l’ente appaltante, il Consorzio di Bonifica della Sardegna Centrale, blocca ormai da più di tre anni la diga Maccheronis per l’ampliamento del lago sul Rio Posada, o, risalendo lungo la Penisola, in Liguria è bloccato il rifacimento della tratta ferroviaria Genova–Ventimiglia, che si sarebbe dovuto concludere nel 2010 ed i cui lavori sono stati interrotti per anni per un contenzioso fra l’ente appaltante (Italferr) e l’impresa spagnola Ferrovial Agroman, che ha portato al sequestro preventivo dei cantieri.

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