Selene Maggistro, l'autrice della 'Fidanzata psicopatica' ha il cancro

"Le mie figlie, belle, sane e felici. Il lavoro che va bene e le bollette pagate con facilità. Il sogno di pubblicare un libro. Poi per caso, ti legge un editore e ti chiede se vuoi essere pubblicata. Una favola" fino al giorno 0

Selene firma il suo libro

Selene Maggistro è stilista di professione e scrittrice per passione: è partita dai social e dopo aver ottenuto un grande seguito di fan (grazie ai suoi aforismi ironici sulla vita di coppia dalla parte di una lei un po' particolare...) è arrivato anche un libro dal titolo emblematico "Fidanzata Psicopatica". E' stato uno shock per amici virtuali e non, leggere ieri il titolo del suo ultimo post sul diario: "Adesso vi racconto del mio tumore al cervello"

La speranza che si trattasse di una metafora o di un attacco di humor nero (al quale chi legge Selene è anche abituato) svanisce dopo la lettura delle prime righe del racconto, che comincia con un improvviso cedimento delle gambe, i soccorsi, le prime ore in ospedale. Così, quella donna che nella sua immagine pubblica ha scelto di impugnare un coltello che le consenta di difendere i suoi rapporti amorosi (si tratta pur sempre della finzione letteraria che porta in scena una donna 'psicopatica' e gelosissima) adesso deve armarsi fino i denti per combattere una malattia. E il sostegno dal web arriva immediatamente, come una valanga: incoraggiamenti, preghiere, esperienze personali, a pochi minuti dalla pubblicazione di questo post:

13 agosto 2015 - Giorno 0

"Lentissima e impacciata, ho parcheggiato la macchina pianissimo. Avevo seriamente paura d'investire il mio cane, che ha la brutta abitudine di corrermi incontro quando mi vede arrivare. Poi finalmente spengo il motore e apro lo sportello. Ero scesa, stavo scendendo bene, ma ho trovato il vuoto sotto i piedi, pensavo di aver pestato il bassotto, non so come, mi sono ritrovata a terra. Boom tutta a terra"

"CREDO DI AVER PRESO A CALCI MIA FIGLIA". "Come in quei film dove la protagonista sviene e il suo amore le corre incontro. Solo che io non ero svenuta, ero sveglissima, ma le mie gambe non erano molto convinte e siccome non c'era il mio amore a sorreggermi, ho fatto l'unica cosa che trovavo sensata "MAMMA!!"  Arrivano mamma, nonna e le mie bambine, nessuna che capisce.
Io sdraiata in giardino che urlo senza motivo. Poi le mie gambe cominciano a saltare. E non ero io a decidere di farlo!
Ok niente, sarà stato un caso, mi alzo e ripeto a tutti che sto bene, entro in casa. E torno a terra. Le mie gambe avevano deciso di saltare, a momenti alternati, fermandosi giusto per quel minuto che mi bastava ogni volta per farmi pensare che fosse tutto finito.
Credo di aver preso a calci mia figlia, l'ho anche chiesto dopo, tutti negano ma secondo me l'ho presa davvero. Ma che cos'ho? Una crisi epilettica? Ma non si dovrebbe essere incoscienti durante crisi epilettica? Perché io penso, capisco e ragiono? Mia madre, che mi vede saltellare sul pavimento come un pesce appena pescato, chiama l'ambulanza.  Arrivano i paramedici che io sembro la bambina dell'esorcista.  Li prendo a calci parecchie volte, ho ripetuto "mi scusi" così tante volte che ormai la parola aveva perso di significato. Coi primi controlli base vedono che ho la glicemia molto bassa.  "Presto datele dello zucchero!" 10 bustine di zucchero sotto la lingua".

UN RACCONTO TRAGICO, FATTO SENZA PERDERE LA VENA SARCASTICA. "Adesso, io non mi vorrei lamentare, ma son sempre una donna, una donna in dieta da due settimane che aveva già perso due chili e mezzo, cioè non si fa, che mi fate ingurgitare tutto questo zucchero - scrive ancora Selene, suscitando un sorriso amaro - Io ci ho dato sotto con la palestra vacca boia! Ho rifiutato torte e dolci e il mio cappuccino della mattina!  Ok comunque questo non gliel'ho detto, però l'ho pensato. Ma loro niente, ancora che me ne davano. Ho anche provato a chiedere una sigaretta, quando le mie gambe si fermavano per qualche minuto, ma mi hanno riso in faccia. Uffa.

L'ARRIVO IN OSPEDALE E IL MOMENTO DELLA VERITA'. "Arrivata all'ospedale i medici erano così stupiti che avevano le facce da "esci da questo corpo satana" e cominciano a rivoltarmi letteralmente dalla testa ai piedi. Mi tengono in mutande così tante volte che grazie a dio avevo fatto la ceretta, altrimenti sai che figura dimmerda proprio. Poi per fermarmi le gambe mi fanno una pera di Valium. E li ciao proprio, per due ore non ricordo niente. Comincia a passarmi l'effetto durante le visite, con una dottoressa che con un martelletto mi colpisce tutte le gambe e mi dimette con una ricetta per prenotarmi una risonanza alla gamba senza urgenza. È stress, sono i nervi, succede. Io vedevo arcobaleni rosa e unicorni, mia madre insiste per farmi visitare meglio allora si consultano otto medici e decidono di tenermi una notte in osservazione. M'infilano dentro un super macchinario e devo stare immobile. Ero strafatta, non ci ho fatto caso, però mi misero dentro solo la testa. Chissà perché non ci diedi importanza. Mio padre va a casa, resto con mia mamma in questo reparto pieno di gente che urla, ridendo per il Valium. Giuro che il Valium è stato proprio bello. Mando due messaggini, c'è un tipo alto e tatuato che mi scrive su whatsapp, gli dò confidenza perché di tipi alti, tatuati e fumatori non ce ne sono rimasti molti. Il Valium comincia a svanire, la gamba si era fermata e io connettevo abbastanza. Avevo fame.  Un'infermiera carina si offre di portarmi da mangiare. Poi sparisce. Mezz'ora. Madonna che fame".

"Rimbecco l'infermiera e le ricordo la mia cena, per la seconda volta mi promette di andarmela a prendere e poi sparisce di nuovo. Bene.  Allora se mi fanno ingurgitare bustine di zucchero direttamente sotto la lingua fottendosene della mia dieta, allora io pretendo per lo meno di ingurgitare qualcosa di buono. Mia madre va a prendermi dei biscotti alla macchinetta. Dei wafer al cioccolato e uno yogurt da bere. Quelle cose che normalmente non compro perché mi piacciono troppo e ne mangerei a quintali. Ero felice di mangiare. Su quel letto del pronto soccorso, pieno di gente che urlava. Io mi gustavo i miei wafer. Non li mangiavo da almeno un anno. A metà del terzo pacchetto entra l'infermiera traditrice ma senza la mia cena.  Entra accompagnata da un'altra bella donna. Una dottoressa bionda e magra, come quelle dei telefilm".

"Bella ma stronza, mi guarda e tutta incazzata mi dice "Ma lei perché sta mangiando?! Lei ha un tumore al cervello dobbiamo fare un'altra tac col liquido di contrasto! Ma perché sta mangiando?! Adesso non potremo fare la tac!" Vuoto. Non capisco. Disconnetto. No non capisco. Non erano i nervi? Non ero un po' nervosa? Non era un tic alla gamba? "Mi scusi come?" "Presto mi dica quanti ne ha mangiati! Ma chi le ha detto che poteva mangiare?!" "Mi può ripetere che cos'ho, per favore?" "Lei ha un tumore al cervello." "Ma io ho due bambine. Non posso avere un tumore. Io ho due bambine." Volevo fare più domande. Solo che piangevo. Incontrollabile. Era tutto incontrollabile".

"Le lacrime scendevano senza che avessi il tempo di ragionarci. Mia madre stava provando ad infamare la dottoressa troia, così la chiamerò d'ora in avanti, ma anche lei non riusciva ad arrabbiarsi come avrebbe fatto in condizioni normali. Parlava ma era disconnessa. Le parole non avevano logica. La dottoressa troia nel frattempo sparisce. Ricompare dopo dieci minuti. In quei dieci minuti non lo so cosa abbiamo fatto. Non me lo ricordo e non per colpa del Valium. La dottoressa troia indispettita per la mia cena, dice che posso comunque fare la tac, e mi portano. Mi fanno una flebo, l'avevo sempre sentito dire del liquido di contrasto ma non sapevo cosa fosse. Anzi, pensavo fosse qualcosa che ti iniettavano in testa. Chissà perché avevo quest'idea. Sotto la tac questa volta ero lucida. Anche troppo. Piangevo ma dovevo stare immobile. Mi ricordo le lacrime che mi arrivavano dentro alle orecchie come rubinetti aperti che buttano fuori indisturbati. Ho due bambine. Io ho due bambine. Mi ritrovo in camera dove io e mia madre ci guardiamo nel occhi senza coraggio. C'è qualcosa d'irreale.  Mia sorella è morta, mia madre ha già seppellito una figlia. A noi non può succedere anche questo, è contro natura, è contro la sorte, non ce lo meritiamo".

Questo tumore al 90% dei casi è benigno - mi ha detto il medico - Ma non c'è benignità in questo tumore "La massa è molto vasta" continua la dottoressa "sul referto c'è scritto che è molto grande e non è nuovo, probabilmente c'è da molto tempo, e questo è un bene perché vuol dire che non è di rapida crescita, ma che è cresciuto molto lentamente, quindi non è molto aggressivo."  Le ho fatto delle domande che ora onestamente non ricordo. Credo di averle richiesto le stesse cose un paio di volte. Perché non riuscivo a comprendere. Mi manderanno in un centro specializzato di neurochirurgia la mattina dopo.  Ma mancava tanto alla mattina. 

Era il 13 d'agosto e credo di aver passato la notte fuori a fumare.  A guardare negli occhi mia madre.  L'avevo chiamato uno degli anni più belli della mia vita.  L'avevo detto per caso, chiacchierando, fino al giorno prima. Abbiamo avuto tanti traumi di superare, abbiamo affrontato ed elaborato la morte di mia sorella unendoci in una simbiosi speciale, io e la mia famiglia.
Abbiamo passato problemi economici, litigate, momentacci. Ma quest'anno era stato molto bello".

"Le mie figlie, belle, sane e felici, nonostante la mia separazione. Il lavoro che andava bene e le bollette pagate con facilità. Il sogno indiscusso di pubblicare un libro. Di chi scrive per anni pieno di sogni, poi per caso, ti legge anche un editore e ti chiede se vuoi essere pubblicata. Per me è stata una cazzo di favola.  Non ho bussato alle porte di nessuno, non ho tentato mandando manoscritti invano. Mi hanno cercata loro. E questo libro mi ha dato così tante soddisfazioni che nemmeno le credevo possibili. Quest'anno ho viaggiato, l'ho presentato in giro per l'Italia.  Ho firmato autografi. Quel pomeriggio, il pomeriggio del 13 agosto, mentre passeggiavo con le mie figlie, mi avevano fermato tre ragazze diverse. Mi avevano riconosciuta "ma tu sei Selene Maggistro? Ci facciamo una foto?" 

Perché lo sto raccontando, Perché lo sto rendendo pubblico, io questo non lo so, forse solo perché sento il bisogno di farlo. Perché ci sono tanti amici a cui non ho detto niente. O forse perché ho un tumore al cervello, quindi passatemi la parte patetica. Il diario è tanto lungo, e questa storia non è finita. Però vi tengo aggiornati, giuro".

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