Così dal 1492 suonano le campane a Bologna: "Una tradizione antica che ha bisogno di giovani"

«Cerchiamo giovani che vengano a imparare l'arte campanaria: quello che devono saper fare è giocare in squadra. Così portiamo avanti una tradizione antichissima»

Le campane a Bologna suonano dal 1492. L'Unione campanari bolognesi esiste dal 1912. La campana più grossa della città pesa 33 quintali ed è quella custodita nella Cattedrale di San Pietro. Per suonare una campana ci vuole una squadra di quattro elementi in sinergia fra loro. Tutte cose che si imparano chicchierando con Stefano Bonetti, presidente dell'Unione campanari bolognesi: «Cerchiamo giovani che vengano a imparare questa antica tradizione: quello che devono saper fare è giocare in squadra. Così portiamo avanti una tradizione antichissima». 

Storia della tradizione campanaria bolognese

La tradizione campanaria bolognese nacque nella seconda metà del XVI secolo sul campanile della Basilica di San Petronio quando si avvertì il desiderio di codificare oltre la musica sacra, utilizzata durante le liturgie, anche il suono delle campane in modo da rendere più solenni le celebrazioni e le feste religiose. Nel corso del ‘700 le campane della Chiesa Cattedrale furono armate in modo da poter essere suonate a doppio come quelle di San Petronio. Altre chiese del centro cittadino seguirono questi esempi, finchè nel XIX secolo la tradizione raggiunse la massima espansione, diffondendosi in quasi tutte le parrocchie della diocesi e sconfinando anche nelle diocesi limitrofe (Modena, Ferrara, Imola e Faenza). Ovviamente all’aumentare dei campanili dotati di bronzi suonabili con questo metodo si ebbe anche un aumento notevole del numero di campanari che imparavano questa tecnica. Alla fine del 1800 ed inizi del ‘900 quasi tutte le parrocchie avevano una propria squadra di campanari e non erano rari i casi in cui nella stessa parrocchia vi erano due o tre squadre che si misuravano nella maestria di esecuzione dei doppi alla bolognese.

Nel 1912 venne fondata l’Unione Campanari Bolognesi (ad opera di 34 soci fondatori) la cui sede è sita dal 1920 sul campanile della Basilica di San Petronio, nella sala sottostante la cella campanaria; dal 1950 in avanti abbiamo assistito ad una lenta regressione del numero dei campanari; il fattore principale che contribuì al verificarsi di questa flessione fu il profondo mutamento sociale e culturale che investì il nostro paese in quegli anni, quando si passò da un’economia di tipo rurale ad una di tipo industriale. I tempi e i ritmi della vita contadina furono travolti e con essi anche la cultura che quella società aveva prodotto, di conseguenza anche la tradizione campanaria, come una delle sue espressioni, subì un duro colpo. I tempi nuovi, i ritmi serrati e l’automatismo imperante lasciavano poco spazio ai giovani che avrebbero potuto accostarsi all’arte campanaria oltre tutto la mentalità allora corrente, che tutto ciò che aveva a che fare col passato rurale, fosse associato a qualcosa di inutilmente vecchio e sorpassato sostenuto da persone grezze ed ignoranti, non favorì certo il mantenimento della tradizione. In aggiunta a questo evento si ebbe un’ulteriore fattore negativo nella gelosia mostrata da alcuni maestri campanari che tendevano a trasmettere la loro arte solo ai propri figli o famigliari non favorendo così la diffusione di suddetta tradizione. Infine la messa a punto di meccanismi di automazione o di riproduzione del suono delle campane, anche se per fortuna fu poco praticata nel bolognese, costituiva un’ulteriore insidia perché poteva sembrare la via più comoda e sbrigativa per avere sempre e in qualsiasi momento la disponibilità di far suonare le campane (va altresì detto che in questi casi il risultato fonico e di esecuzione lascia molto a desiderare rispetto ai tradizionali doppi eseguiti a mano: anche orecchi profani sanno cogliere facilmente la differenza). Negli anni ’70 si ebbe il culmine di questa crisi: pochissimi giovani erano presenti nelle fila dei campanari.

Campanari di Bologna: "Andiamo dai 14 agli 80 anni" 

«Per fortuna oggi questa tendenza negativa è stata fermata e molti ragazzi si stanno avvicinando a questa arte plurisecolare, forse per il gusto della riscoperta di tradizioni dal sapore antico, forse per la constatazione che suonare le campane alla bolognese è un esercizio ginnico accattivante, perché abbisogna di senso del ritmo, memoria ferrea, forza fisica e capacità di fare squadra. Piacevole è anche il clima di amicizia e di solidarietà forte che si viene a creare fra coloro che suonano assieme e che condividono sui campanili la gioia di praticare il suono delle campane alla bolognese, il proprio tempo libero e qualche bicchiere di vino robusto e generoso. Attualmente l’Unione Campanari Bolognesi conta 378 soci (quasi tutti praticanti) distribuiti su un territorio comprendente le diocesi di Bologna, Imola e Faenza: «Facciamo comunque un appello ai giovani che provano curiosità per questa attività, abbiamo bisogno di nuove leve. La nostra fascia di età va dai 14 agli 80 anni» ha detto il presidente Stefano Bonetti. 

«Come si può facilmente capire da queste poche righe noi campanari ci divertiamo a praticare la nostra arte, ma sicuramente l’Unione Campanari Bolognesi, che noi costituiamo, non scorda mai quale sia il suo primo scopo, quello cioè di “mantenere viva e far sempre più conoscere ed apprezzare la bella tradizione dei Sacri Bronzi ad onore e propagazione del culto cattolico” come recita il secondo articolo del nostro Statuto. Per perseguire questo scopo abbiamo sempre tenuto ottimi rapporti con l’Autorità Ecclesiastica per disciplinare e bene orientare qualsiasi intervento si voglia eseguire sui campanili, in modo da salvaguardare i concerti di campane da opere di elettrificazione che ne impedirebbero l’uso tradizionale. Alcuni documenti in merito sono stati stilati dal Vicario Generale e sono stati integralmente riportati in questo sito. Curiamo sempre scrupolosamente i servizi religiosi che ci vengono richiesti in occasione delle varie feste dalle Parrocchie, in modo da non lasciare mai disattesa nessuna richiesta ci venga rivolta. Inoltre siamo anche attenti e sensibili alle richieste dei giovani che desiderano accostarsi alla tradizione dell’arte campanaria bolognese: nel 1991 si è svolto il “1° Corso di Avviamento all’arte Campanaria Bolognese” che tanto interesse ha suscitato anche presso la stampa, portando i campanari bolognesi ad essere presenti non solo nelle televisioni italiane ma anche su reti svizzere e tedesche. Nel 1993 è stata realizzata presso la Villa Pallavicini una struttura che ospita 4 campane prestateci dall’Autorità Ecclesiastica e che è diventata la nostra palestra, utilizzata per addestrare chi deve imparare e per affinare i campanari veterani. Altre attività divulgative sono state e vengono organizzate: le periodiche accademie sul campanile di San Petronio, dove viene invitata la cittadinanza; le gare campanarie che periodicamente vengono organizzate sul nostro territorio; i concerti e le esibizioni mediante campane autotrasportate, in particolari occasioni (per esempio a Roma in piazza San Pietro nel 1971, ’79 e ’89); partecipiamo infine ai Raduni Nazionali indetti a turno dalle varie associazioni italiane».

Per imparare tale arte l’apprendista deve frequentare con costanza la scuola di qualche maestro campanaro: non ci s’improvvisa infatti campanari ma occorre, per diventarlo, un lungo tirocinio.Le campane, secondo la tradizione bolognese, si suonano secondo quattro tecniche diverse:                    

SCAMPANIO

Nella tecnica di suono a scampanio, le campane sono ferme con la bocca rivolta verso il basso e i battagli vengono comandati dal maestro campanaro con mani e piedi per mezzo di funicelle. Con questa tecnica l’esecutore può produrre due o più note contemporaneamente e soprattutto può introdurre sfumature espressive ed interpretative ignote alle altre tecniche. Il repertorio è vastissimo: spazia infatti da inni religiosi come “Ave Maria di Lourdes” a motivi profani (ad esempio “La leggenda del Piave”). Fondamentale resta in ogni caso la “martellata di Chiesa”, consistente in variazioni che sviluppano un tema classico del settecento.

SCAMPANIO-CATTEDRALE-1-2

DOPPIO A CAPPIO

Il doppio a cappio inizia con le campane in posizione d’inerzia (bocca rivolta verso il basso). Grazie a movimenti sempre più ampi e sincronizzati le campane vengono portate dai campanari alla posizione “in piedi” (con la bocca rivolta verso l’alto) per mezzo di una corda (“al ciap”). E la fase detta “scappata”. Si esegue ora il “pezzo in piedi”: una successione di rintocchi che seguono un ordine prestabilito (a seconda del “doppio” di cui si è convenuta l’esecuzione) conosciuto da ogni elemento della squadra. Terminato il pezzo in piedi, le campane vengono riportate nella posizione di partenza in modo sincronizzato. (E’ la “calata”, inversa alla “scappata”). Com’è stato detto in precedenza, l’esecuzione del doppio a cappio è compiuta mediante una corta corda, legata alla stanga collegata al “mozzo” mediante le “orecchie”.

Campana 1-2

TIRATE BASSE

Nell’esecuzione delle tirate basse le campane sono mantenute in leggero movimento, modificando di volta in volta l’ampiezza dell’oscillazione ed il moto del battaglio per ricavare la successione di rintocchi prevista dal pezzo che s’intende eseguire. Anche per l’esecuzione delle tirate basse è necessaria la presenza di un campanaro per ogni campana.

DOPPIO A TRAVE

Nell’esecuzione della suonata “a trave” i campanari (“travaroli”) si dispongono uno o più per campana, sopra le travi che le reggono. Le campane (che si trovano con la bocca rivolta verso l’alto) vengono lanciate o trattenute dai travaroli per produrre la sequenza di rintocchi prevista. I campanari conducono la propria campana afferrando la “stanga” e l’”orecchia” il cui insieme forma la “capretta”. La tecnica in questione è probabilmente la più antica della tradizione campanaria bolognese.

Campana 3-2

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