UK fuori dall'UE: "Una soft Brexit ritardata limiterebbe i danni economici"

L'ANALISI. "Non deve essere facile essere un Primo Ministro donna nel Regno Unito dopo Margaret Thatcher, Lady di Ferro. Deve essere ancora più difficile esserlo dopo un voto popolare a favore della Brexit. Per giunta, Theresa May ha votato per rimanere nella UE al referendum popolare"

Brexit? Maybe later. Un commento all'ultimo voto del Parlamento britannico lo chiediamo all'anglo-bolognese Stefano Jones, laureato in Comunicazione all'Anglia Ruskin University di Cambridge, Master in Relazioni Internazionali alla Università di Warwicke, oggi esperto in logistica per la formazione e gli eventi.

«Non deve essere facile essere un Primo Ministro donna nel Regno Unito dopo Margaret Thatcher, Lady di Ferro. Deve essere ancora più difficile esserlo dopo un voto popolare a favore della Brexit. Per giunta, Theresa May ha votato per rimanere nella UE al referendum popolare. Bisogna perlomeno riconoscerle una buona dose di coraggio nell’accettare l’incarico» analizza Jones. 

«Ora si trova ad affrontare un Parlamento che in maggioranza vuole rispettare il voto popolare, ha bocciato quello che la May ha definito il migliore accordo possibile nella trattativa con Bruxelles e poche ore fa ha addirittura approvato una mozione per impedire la possibilità di una hard Brexit. Oltre agli aspetti prettamente economici, pesano più del previsto  il problema del confine fra Irlanda e Irlanda del Nord (parte integrante del Regno Unito), nonché la questione relativa ai cittadini di altre nazionalità dell’Unione che vivono in UK.

I sondaggi ci dicono che se ci fosse un nuovo voto popolare oggi, è molto probabile che la maggioranza dell’elettorato voterebbe per rimanere nell’Unione (più o meno a percentuali invertite). Ma questa opzione sembra molto lontana anche perché l’uscita dall’EU è fissata per la mezzanotte del 29 marzo. Tuttavia, nei sondaggi riportati dalla BBC su un periodo di più settimane, gli intervistati favorevoli all’accordo ottenuto dalla May non ha mai superato il 27%, mentre il numero di quelli espressamente contrari non è mai sceso sotto il 42%. Le ultime rilevazioni ci dicono che questa forbice si è ridotta con 32% a favore dell’accordo e 36% contrari, il che però rivela un numero notevole di indecisi.

Mancano due settimane al Brexit Day e l’unica strada che a questo punto sembra percorribile è quella di un voto in Parlamento per chiedere alle istituzioni europee un rinvio di questa scadenza. Questo voto a prima vista potrebbe lasciarci perplessi. In effetti, il tempo extra non cambia le due opzioni sul tavolo, deal o no deal. Tuttavia, visto il trend nei sondaggi popolari, spostare la scadenza potrebbe permettere a Theresa May di ottenere finalmente e a breve l’approvazione in Parlamento del suo accordo con l’Unione. Con qualche limatura ulteriore, potrebbe convincere le decine di MPs del suo partito che ieri hanno votato per impedire una hard Brexit ma che hanno anche votato contro l’ultima bozza dell’accordo. 

Se invece fallisse nuovamente nel convincere i suoi colleghi, questo rinvio permetterebbe comunque alla Prima Minister (o a chi la dovesse sostituire) di avere più tempo per studiare e proporre a Bruxelles una soluzione che potrebbe assomigliare molto a una Brexit parziale e ritardata. Vista la crescita dell’euroscetticismo in molti Paesi dell’Unione, la Commissione dovrebbe decidere a quel punto fra un approccio “soft”, trovando un accordo intermedio con lo UK, e una approccio “hard” che dimostrerebbe quante difficoltà economiche e commerciali ci sono da affrontare quando si decide di lasciare l’Unione Europea. 

Ma anche questa strada non è priva di ostacoli visto che, oltre alla possibile e per certi versi comprensibile intransigenza di Bruxelles, molti elettori a favore della Brexit cominciano a protestare contro il possibile rinvio che già definiscono come un tradimento della volontà democratica e popolare. I due rami del Parlamento sanno bene che una hard Brexit colpirebbe duramente l’economia britannica, almeno nel breve termine, mentre una soft Brexit ritardata rispetterebbe solo parzialmente l’esito referendario ma limiterebbe i danni economici». 

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