Reddito di cittadinanza, l'economista: "Procedure macchinose, rischio di un incubo amministrativo"

Stefano Toso, docente di Scienza delle finanze presso l'Unibo, analizza la bozza del decreto e i possibili effetti e spiega: "L'unico al mondo è in Alaska"

Stefano Toso

Il reddito di cittadinanza è all'approvazione definitiva. Giovedì dovrebbe arrivare il via libera al decreto di cui si parla da mesi ma che per molti non è poi così chiaro: chi avrà diritto al sussidio? Come funziona per gli stranieri? Quando partiranno i primi assegni e a quanto ammonteranno? Come si riuscirà a tagliare fuori i "furbetti"? 

Tutte queste domande le abbiamo rivolte al prof. Stefano Toso, docente di Scienza delle finanze presso l'Università di Bologna e membro fondatore del CAPP (Centro di Analisi delle Politiche Pubbliche Università di Modena e Reggio Emilia): i suoi interessi di ricerca sono infatti proprio l'economia della diseguaglianza, della povertà e gli effetti redistributivi delle politiche di spesa pubblica e di prelievo fiscale.

Reddito di cittadinanza: ci darebbe una definizione semplice e comprensibile? E' vero che il "reddito di cittadinanza" proposto dal M5S è in realtà un "reddito minimo garantito" visto che non è universale, incondizionato e individuale?

«Il reddito di cittadinanza o reddito di base è per definizione un trasferimento monetario pubblico incondizionato. Il termine dunque indica qualcosa di diverso rispetto alla proposta del Movimento 5 Stelle: nella letteratura scientifica è così definito infatti un sussidio erogato a tutti a prescindere se si sia lavoratori o disoccupati, ricchi o poveri, individui soli o parte di un nucleo familiare. Per essere precisi quello in approvazione dal governo è un "reddito minimo", un modello teorico di intervento pubblico riservato a chi si trova in condizioni disagiate e che presuppone qualcosa in cambio: il reinserimento nel mondo del lavoro, il ritorno di un figlio a scuola, la partecipazione a piani di formazione volti alla ripresa di un impiego. Dunque quello di cui parliamo davvero è un reddito minimo garantito». 

A questo punto la domanda che viene spontanea è: perché lo chiamiamo "reddito di cittadinanza" se non lo è di fatto? 

«Fondamentalmente perché all’idea del reddito di cittadinanza è sempre stato (ed è tuttora) affezionato l’ideatore del M5S, Beppe Grillo, fin dal 2013, quando venne depositato il primo disegno di legge che riportava appunto questa etichetta. Cadendo dal cielo dei principi e scontrandosi con la politica "vera" è poi diventato quello di cui parliamo oggi, ovvero un sussidio non universale che va a chi ha determinati requisiti».

E tali requisiti sono: l'Isee non deve superare, per un nucleo familiare di un solo componente, i 9.360 euro annui (per famiglie più numerose la soglia è parametrata verso l’alto in base a determinati coefficienti); il  patrimonio immobiliare non deve superare i 30 mila euro, quello mobiliare i 6 mila. Tale importo, però, è maggiorato di 2mila euro per ogni componente della famiglia fino a un massimo di 10mila euro, di mille euro per ogni figlio successivo al secondo e di 5mila per ogni componente disabile. Saranno incluse famiglie di stranieri che hanno un permesso di soggiorno di lungo periodo e risiedono in Italia da almeno 10 anni. 

Un caso unico al mondo: l'Alaska

«Ricordo che nel mondo il reddito di cittadinanza, nonostante se ne parli almeno dalla Rivoluzione Francese, non lo ha mai adottato nessuno, fatta eccezione per l'Alaska - spiega Toso -  che riesce a garantirlo a tutti i suoi abitanti da 30 anni a questa parte grazie alle royalties del petrolio come una sorta di dividendo sociale che oscilla (in base al valore del petrolio) fra i 100 e i 200 dollari al mese: una cifra non sufficiente per il sostentamento». 

Il professor Toso, prima di addentrarsi nella questione, vuole però fare una premessa importante: «L'Italia e la Grecia, fino a due anni fa, erano gli unici paesi in Europa a non aver mai adottato un istituto di reddito minimo, ossia una rete di sicurezza di ultima istanza tale per cui, se si  cade in povertà, si ha diritto a un sussidio in moneta subordinatamente alla disponibilità a partecipare a programmi di reinserimento sociale e/o lavorativo. Nel nostro Paese è stato introdotto dal governo Gentiloni il reddito di inclusione, uno strumento di contrasto alla povertà assoluta di importo tuttavia insufficiente a far uscire i beneficiari dall’area della povertà medesima. Se il centrosinistra fosse stato confermato al governo per altri 5 anni è verosimile che esso avrebbe potenziato il REI, per il quale sono attualmente stanziati 2,2 miliardi. Il cambio di governo ha sparigliato le carte. Il progetto del M5S è molto più ambizioso: passiamo dai 2 miliardi di spesa ai 9 miliardi inizialmente previsti dalla manovra finanziaria per il 2019, che dopo la revisione imposta dalla commissione europea, si abbasseranno a una cifra più vicina ai 6/7 miliardi. E si va ad agire non solo sulla fetta (più piccola) della povertà assoluta, ma su quella (più consistente) della povertà relativa». 

Povertà assoluta e relativa: che differenza c'è?

«La povertà assoluta riguarda chi non si può permettere una spesa per consumi minima essenziale, mentre si è poveri relativi se si “ha meno degli altri”. Al concetto di povertà relativa fanno riferimento i grillini, che adottano come soglia di riferimento la linea di povertà Eurostat del 2009, pari (per un single) ai famosi 780 euro mensili. Il calcolo più recente (2017) ne conta invece 830».

Lasciando da parte la politica e concentrandosi sull'aspetto economico, cosa pensa di questo disegno di legge? 

«Da economista vedo molta confusione. Quello che emerge nei paesi dove è già stato messo in atto il reddito minimo è che la percentuale dei disoccupati che torna al mondo del lavoro è bassissima e questo non fa ben sperare, visto che  manca tuttora una riforma dei centri per l'impiego. Poi c'è la questione del Sud: sappiamo che la povertà  si annida soprattutto  tra le  famiglie numerose (con almeno due figli) a bassa  scolarizzazione, concentrate per la maggiore fra la Campania, la Calabria e la Sicilia. I "poveri" del settentrione sono invece principalmente i pensionati soli.

Gli strumenti dovrebbero essere altri: riforme delle politiche attive per l'impiego, politiche infrastrutturali, investimenti in istruzione e politiche d’integrazione.. Se i risultati non si vedono in paesi un po' più avanzati di noi come l'Inghilterra (dove il reddito minimo è in vigore dal 1948) e la Germania (dagli anni Sessanta), non ci aspettiamo grandi risultati in Italia».

Immaginiamoci fra un anno, dopo 12 mesi di quello che chiamiamo in modo inappropriato reddito di cittadinanza: la migliore e la peggiore delle ipotesi? 

«Lo scenario migliore (e meno probabile) è che le famiglie povere in termini assoluti abbiano raggiunto un reddito un po' più alto (sono 1 milione e 700 le famiglie in condizione di povertà assoluta, pari a  5 milioni di individui). Pensiamo che con il decreto Gentiloni si era raggiunto 1/3 di questi numeri.

Lo scenario peggiore (e più probabile) è che si creino complicazioni fortissime sul piano della gestione amministrativa di questo istituto: ricordo che le domande vanno inviate alle Poste Italiane, le quali le passano a INPS per i controlli e poi ai centri pubblici per l'impiego e ai comuni, con il  rischio di un incubo amministrativo e la PA incapace di gestirlo... Potenziare il reddito di inclusione secondo il mio parere sarebbe stato meglio».

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