Il vasto senso dell'abitare tra architettura e fotografia

Il 30 gennaio, Stepping Stone ha ospitato l'incontro tra Luca Molinari, architetto e critico di fama internazionale, e Gian Luca Perrone, fotografo e project manager dello showroom. È stata l'occasione per riflettere e dialogare sull'atto dell'abitare a partire dalle suggestioni della fotografia d'autore.

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di BolognaToday

Lunedì 30 Gennaio Stepping Stone, showroom di Bologna, specializzato nella progettazione di materiali e superfici, ha ospitato l'architetto e critico Luca Molinari, autore del libro “Le case che siamo”, riflessione e indagine sull'abitare, giunto all'ottava ristampa. Insieme a lui ha dialogato Gianluca Perrone, project manager dello showroom, ma anche artista e fotografo. Ed è stata proprio la fotografia a fare da filo conduttore all'incontro, leitmotiv di un percorso architettonico ma non solo. “Mentre leggevo il tuo libro – ha esordito Perrone – mi si aprivano davanti agli occhi tantissimi progetti fotografici ed è stato naturale andare a rivederli. Oggi vorrei dialogare con te attraverso il lavoro di alcuni di questi fotografi”. Il primo progetto è Domestic Landscape dell'olandese Bert Teunissen. Un lavoro titanico e che ha impegnato il fotografo per 17 anni in 25 paesi del mondo con l'obiettivo di ritrarre la vita domestica di gente di campagna. Le foto propongono abitazioni arcaiche e grazie all'utilizzo della sola luce naturale trasmettono con efficacia la fisicità dello spazio, l'evidenza di una cultura contadina molto forte e, in definitiva, l'anima di chi le abita. Molinari osserva, scruta e commenta. “Direttamente non mi rispecchio in queste immagini perché sono nato a Lodi e non in campagna. Però è innegabile il collegamento con il mio libro. Il senso è che tutti noi siamo le case che abbiamo abitato. Tutti noi potremmo fare una storia della nostra vita attraverso le case che abbiamo abitato. Non solo le case che abbiamo formalmente abitato ma anche quei luoghi momentanei che ci hanno fatto star bene e si sono incagliati dentro di noi.” E' questa la casa come specchio, autoritratto, biografia della propria vita. Però è solo la prima accezione di un concetto vasto e multiforme. Perché la casa è anche luogo intimo, fortezza, barriera tra i nostri affetti personali e il mondo che sta fuori. Questa è l'idea che si fa strada attraverso il secondo progetto fotografico City Lives che ha visto la fotografa Arabella Schwarzkopf cimentarsi in un esperimento alquanto audace. Bussare alle porte di perfetti sconosciuti per fotografarli e abbattere così le barriere della privacy. “E' un lavoro che si muove da un presupposto differente dal primo – introduce ancora Perrone – qui l'ambizione è differente. L'oggetto della ricerca non è l'ambiente ma il ritratto della persona. Inevitabilmente però emerge il rapporto tra la persona e la casa. Si percepisce la violazione del privato. C'è la sensazione che le case siano uno spazio chiuso. Adesso questa modalità sta cambiando”. Perrone si riferisce a un processo culturale in corso trainato dal concetto di casa trasparente e dall'emergere dei sempre più diffusi progetti di cohousing che riflettono un profondo desiderio di condivisione. Il cambiamento sembra radicale ma radicale non è e per questo non c’è motivo di fare troppo chiasso e scomodare la parola rivoluzione. Molinari ci tiene a sottolinearlo con una riflessione rimarcata più volte nel suo libro. “Questo ritorno alla comunità di cui si parla tanto, il cohousing è un ritorno antropologico a qualcosa che noi abbiamo dentro di noi. Questo bisogno di stare con gli altri proviene da un fattore che ci portiamo dietro da millenni e che per un periodo breve di tempo abbiamo taciuto. D'altronde la privacy è un'invenzione relativamente recente”. Secondo Molinari l'accanimento eccessivo sul presente e la conseguente miopia storiografica ci ha fatto dimenticare il nostro bisogno naturale e primitivo di vivere in comunità. A volte però, fa notare Perrone, ci sono contingenze storiche, sociali, spesso estreme, che costringono l'uomo verso un progetto di condivisione. I lavori di Nicolò Degiorgis e Alessandro Imbriaco riflettono in maniera emblematica questa osservazione. Il primo, infatti, ha raccontato in Hidden Islam la comunità islamica italiana, addentrandosi in palestre, capannoni e garage adibiti a luoghi di preghiera. Il secondo, invece, ha riflettuto la trasformazione dell'Ospedale Sant'Elena di Roma, occupato da italiani, sud americani e ceceni dopo un periodo prolungato di chiusura a causa di ristrutturazioni che non sono mai avvenute. L'osservazione di entrambi i lavori ha stimolato ulteriori osservazioni sul concetto di abitare. “Siamo noi a sacralizzare i luoghi e non viceversa – ha commentato Molinari riferendosi alle istantanee di De Giorgis – la storia ci insegna che il tappeto segna il primo grado di civiltà. Quando i nomadi si fermavano, stendevano il tappeto e lì diventava casa”. È quindi l'abitare sconfina in una nuova dimensione. Non atto statico, ma dinamico, azione fisica e concreta che si traduce in un portare casa nel mondo; un segno di civiltà che emerge prepotente nelle foto di Imbriaco, dove l'occupazione non è la semplice conquista di un territorio, ma l'affermazione di un desiderio universale, che è potente e carnale e muove l'uomo alla ricerca di un proprio spazio da curare e trasformare.

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