Shelter, film doc di Enrico Masi, è la storia migrante di Pepsi

Shelter: Farewell to Eden, nuovo film doc di Enrico Masi e della casa di produzione bolognese Caucaso, è l’attualissima e dolorosa storia di Pepsi, militante transessuale nata nel Sud delle Filippine in un’isola di fede musulmana. Dal Mindanao alla “giungla di Calais”, rincorre il riconoscimento di un diritto universale, vivendo l’odissea dell’accoglienza in Europa.

Human Rights Nights, festival dedicato ai diritti umani in programma alla Cineteca di Bologna, ospita la prima italiana di Shelter mercoledì 29 maggio alle 20.00, mentre il 13 giugno il documentario comincerà la distribuzione nazionale con Istituto Luce Cinecittà, anche nella versione doppiata da Eva Robin’s. Shelter ha già partecipato a tre importanti appuntamenti europei: in concorso al CPH: DOX Festival di Copenaghen, terzo maggiore appuntamento mondiale per il cinema documentario, lo storico Cinéma du Réel di Parigi, presentato in Competizione internazionale, e il BFI Flare di Londra, dove il British Film Institute presenta il meglio della produzione internazionale a tematica LGBT. Il film, inoltre, è stato nominato per il Doc Alliance Award presentato a Cannes quest’anno.

“Mi sono creata sette nomi diversi, ma l’ottavo nome, il mio vero nome, è quello che non userò.” Sono le parole con cui Pepsi apre Shelter, definendo un individuo in transizione, che dopo aver lavorato per oltre dieci anni nella Libia di Gheddafi come infermiera, è costretta a seguire il flusso dei rifugiati in Europa. Sostiene il colloquio per la richiesta del diritto d’asilo a Bologna e prosegue quindi per la Francia, attraversando il passo della morte sulle alture di Ventimiglia. Pepsi non mostra il suo volto, e questo rende la sua storia ancora più ampia e universale, rappresentativa della condizione di migliaia di persone migranti. Il suo è un viaggio dai toni mitologici, dove anche i luoghi si celano e si confondono, si sovrappongono e si richiamano fra loro, assegnando allo spazio dove la persona si trova a essere una dimensione quasi incidentale. Shelter offre la visione di un'esistenza e di tante altre, ricordando come ognuna di queste sia “un ingrediente di questo pianeta”. Pepsi, d’altra parte e proprio per queste condizioni, non è una persona smarrita e rivendica il suo diritto di essere al mondo.

Shelter: Farewell to Eden, è stato girato nel corso di tre anni fra Sardegna, Emilia, Liguria, le Alpi Marittime e Parigi. La regia di Enrico Masi e la fotografia di Stefano Croci esplorano memorie e spazi onirici, dalle luci del Mediterraneo agli accampamenti del ponte di Ventimiglia, all’apparizione del toro bianco, in Sardegna, che richiama il mito di Europa, tutto viene saldamente ancorato alla realtà dal racconto di vita di Pepsi. Il documentario completa la trilogia dedicata ai Mega Eventi, dove The Golden Temple (2012) mostrava l’impatto delle Olimpiadi di Londra sulla popolazione e il territorio, e Lepanto (2016) guardava al Brasile trasformato, in pochi anni, prima dai Mondiali e poi dalle Olimpiadi. Con Shelter il “grande evento” è quello della crisi umanitaria, e il legame si rinforza nella resistenza e resilienza che tutti i protagonisti della trilogia esercitano nei confronti di avvenimenti travolgenti. “Shelter - dice il regista - in qualità di film e quindi di oggetto chiuso in se stesso, a sua volta corrisponde a un rifugio, un luogo sicuro che custodisce la storia di Pepsi, ciò che lei ha voluto raccontare a noi, ciò che è accaduto sulla sua pelle.”

Shelter: Farewell to Eden è prodotto da Caucaso e Ligne 7 in collaborazione con Rai Cinema e Manufactory Productions, con il sostegno di Regione Emilia-Romagna e Fondazione Sardegna Film Commission. Caucaso nasce nel 2002 con la necessità di unire sotto un unico nome giovani forze creative. Nel 2015 è riconosciuta come spin-off accreditata di Alma Mater Studiorum - Università di Bologna, in qualità di centro studi operativo nella produzione cinematografica e nella formazione. Mantiene aperta la ricerca di un linguaggio espressivo trasversale, producendo filmati e documentari, utilizzando gli strumenti dell’antropologia visuale.

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