Manifesti, candidati e strategie elettorali: chi vince per la buona comunicazione?

La campagna elettorale analizzata da un occhio allenato. Il migliore a comunicare? "Casini. Venuto a Bologna da (finto) underdog, bersaglio di una critica feroce, ma..."

Manca meno di una settimana alle elezioni politiche 2018 e oltre alle interviste candidato per candidato (Lucia Borgonzoni, Vasco Errani, Galeazzo Bignami , Michela Montevecchi Ylenja Lucaselli, Filippo Berselli, Daniele Manca) ci siamo guardati intorno, fra manifesti affissi in città, loghi, volantini e materiali elettorali e abbiamo chiesto un aiuto al semiologo Ruggero Ragonese per analizzare le strategie di comunicazione usate per campagna elettorale. Un esperimento che avevamo già fatto alle passate Comunali del 2016 e che si era rivelata un'indagine interessante e divertente.  

Una panoramica generale sulla comunicazione dei partiti e dei candidati in base a quello che vediamo sui muri, ai colantini che ci ritroviamo in mano, alle campagne social...cosa ha osservato? Volti ritoccati, pose e sguardi rassicuranti, colori che predominano, altri che spariscono...

"Difficile dare una linea complessiva. Rispetto alle elezioni di 5 anni fa sembra non sia cambiato niente e invece è cambiato molto. In primis la legge elettorale, poi, l’idea di poter rappresentare un ‘pensiero maggioritario’. Oggi, al massimo, tutti cercano di motivare i propri elettori. 

Una prima osservazione, visto che abbiamo citato l'argomento della scelta dei colori, vediamo che il verde sembra scomparire. Non scompare solo dalla Lega, ma anche a Sinistra c’è un crollo della sua presenza. Sel, lo ricorderete, lo aveva nel simbolo nel 2013 (ecologia), ora è scomparso in Leu. I verdi stessi sono ridotti a un simbolino nella lista Insieme e la Lorenzin che ha scelto un fiore si è ben guardata da metterci il verde.

Mi permetto, però, una notazione più generale: c’è stato più che altro uno ‘smottamento’ di colori, smottamento che a mio parere si porta dietro uno shift semantico. I colori del 2013 rimangono, ma si sono spostati di partito. Il blu, che era di Fini (vi ricordate Italia futura?) è diventato proprietà di Salvini e Meloni; l’arancione che in varie sfumature rappresentava la ‘rivoluzione civile di Ingroia’ ora è diventato, dopo Pisapia, molto più establishment e sta in +Europa e in ‘Insieme’. Il bianco, un po’ ‘ecumenico’ dello sfondo di Sel ora è stato acquisito da Potere al Popolo (seppur cerchiato dal rosso e dalla stella). Leu ha voluto riprendere il tono rosso accesso del Labour, anche se poi nei manifesti ha virato per colori meno forti (giallo, turchese)".

Alle passate Amministrative a Bologna avevamo parlato di manifesti 'noiosi'. Trova in generale una nuova monotonia? Poche sorprese, poche idee...o sbaglio?

"Facciamo una precisazione, necessaria. C’è da considerare l’avvento del Rosatellum che mette i copy e i candidati in una situazione piuttosto problematica. Al contrario del Mattarellum non spinge sul pedale della premiership, al contrario del Porcellum non esalta le liste. Insomma, da un punto di vista comunicativo, il peggio degli ultimi due sistemi elettorali. Credo che questo abbia influito e soprattutto ha lasciato un po’ libere le ‘periferie’ senza imporre claim o visual troppo centralizzati. Il problema è che in periferia spesso si va al risparmio, oppure i candidati sanno già di essere eletti o meno. Quindi si è creata una situazione davvero ‘a macchia di leopardo’ (senza smacchiatori, questa volta ndr). Trovi campagne incisive in qualche zona da parte e in qualche candidato, e campagne invece un tantino noiose nella maggioranza dei collegi"

A livello nazionale, Renzi, Berlusconi, Grillo (e un po’ anche Di Maio) sono scomparsi dai radar della pura comunicazione propagandistica (cartelloni, manifesti) per differenti motivi. I partiti di maggioranza non si propongono più con il volto di un leader (come nel 2013). Restano paradossalmente in campo, proprio i leader che non hanno nessuna speranza di diventare premier. In una sorta di (il)logica comunicativa, siamo pieni di Salvini premier e di ‘con Grasso’. Ovviamente, l’obiettivo è scaldare il proprio elettorato e l’interesse ad aprirsi a elettorati diversi è minimo (anche questo è molto diverso rispetto al 2013). E’ una guerra di posizione. Quindi sì, in breve, campagna più noiosa ancora quelle passate, credo che bisognerà iniziare ad abituarsi".

Si fa propaganda elettorale anche sui social? Ha avuto modo di osservare le attività di qualche candidato?

"Ecco, senza fare nomi, questa è una nota positiva. Le campagne di alcuni amici o conoscenti o semplici contatti che seguo sui social mi sembrano ‘sane’, se si può dare un giudizio non specificamente comunicativo. Basate molto sulle esperienze sul campo, e, solo in un secondo momento, giustamente sponsorizzate sui social. Mi sembra siamo tornato ai two-step flow*. Una campagna elettorale nazionale ‘fiacchetta’, molto urlata, ma di fatto incapace di accendere gli animi e una campagna sul campo fatta dai singoli candidati molto dinamica e sul pezzo.

(*Two Step Flow of communication è la teoria del flusso a due fasi di comunicazione di Paul Felix Lazarsfeld ed Elihu Katz. Non esisterebbe un flusso costante di informazioni che va dai media ai destinatari finali, ma il flusso passa dai media ai cosiddetti opinion leader)

Bologna, quale il candidato più forte, sempre in termini di comunicazione?

"Seguendo quello che ho detto prima e al di fuori, ovviamente, dei giudizi personali, Casini appare di gran lunga il vincitore da un punto di vista comunicativo. E’ venuto a Bologna da (finto) underdog, bersaglio di una critica feroce. E invece, secondo me, ha azzeccato la strategia. Maglioncino dimesso e via in tutte le sezioni (altro che i vecchi pieghevoli con cui per anni proprio Casini ci ha riempito le cassette delle lettere). La foto di lui con dietro i numi tutelari della sinistra (Gramsci, Pertini, Di Vittorio) in una sezione Pd si sta rivelando un boomerang per gli avversari e una sapiente strategia di marketing per lui. D’altronde, da buon cattolico, Casini sa che ad andare a Canossa alla fine ci si guadagna sempre.

Qualche nota o un commento per chiudere con una sua considerazione questa chiacchierata? Qualcuno/qualcosa che spicca?

"A livello nazionale, piccola nota di merito per i copricapi di Emma Bonino. Di vari colori, ma della medesima forma, che continua a sfoggiare anche ora che la battaglia contro il cancro è stata coraggiosamente e fortunatamente vinta, mi sembrano un buon esempio di ‘simbolo – chiave’, secondo l’accezione di Lasswell. Hanno pregnanza semantica, attivano la memoria, collegano la persona al personaggio, identificano un percorso. Molto più potenti di qualsiasi spot e manifesto".

Ruggero Ragonese si è laureato in Semiotica a Bologna con Umberto Eco nel 2000. Dottore di ricerca in Psicologia e Semiotica della comunicazione simbolica, insegna Semiotica all’Università di Modena e Reggio Emilia ed Estetica e Semiotica delle Arti al Politecnico di Milano. Fra le sue ultime pubblicazione Costruire l’immagine (Esculapio), L’annuncio pubblicitario (con Cinzia Bianchi, Carocci). 

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