Felicori, neo-assessore alla cultura: "Necessario produrre cultura e creare lavoro"

INTERVISTA. Mauro Felicori comincia il suo mandato con uno schema chiaro: "Vedere i luoghi della cultura come delle aziende. Utile l'apporto dei privati"

Mauro Felicori

Mauro Felicori è il nuovo assessore regionale alla cultura. Nominato da Stefano Bonaccini già con qualche giorno di anticipo rispetto alla proclamazione ufficiale di tutti gli assessori dell'Emilia-Romagna, l'ex responsabile della Reggia di Caserta è definito da molti 'manager culturale': al centro della sua proposta infatti l'aspetto economico del sistema artistico e un recupero della produzione locale e quindi un implemento delle opportunità di lavoro a seguito di percorsi di formazione di alto livello.

Felicori, con quale spirito e con quali ambizioni comincia questa avventura?

"E' senza dubbio una bella avventura e il mio stato d'animo è ai limiti dell'entusiasmo. La mia carriera è stata tutta professionale e questa è la mia prima volta in un'assemblea elettiva, la prima esperienza politica in senso professionale...insomma per la prima volta sto dalla parte di chi decide. Inizio questo incarico con umiltà, consapevole che decidere non è così facile. E poi dopo 4 anni lontano da casa torno nella mia città (Bologna) e dalla mia famiglia: sono molto motivato e contento che Bonaccini abbia realizzato una coalizione così vasta". 

Intanto, vista anche la sua esperienza in altre zone d'Italia le chiedo come valuta la nostra Regione in termini di qualità e quantità dell'offerta culturale in confronto ad altre realtà che ha avuto modo di conoscere profondamente. 

"Diciamo che in Emilia-Romagna lo stato della cultura è molto buono dal lato dei consumi, nel senso che i cittadini hanno a disposizione una fitta e attiva rete di teatri, un'offerta musicale ampia con un range che va dalla classica alla contemporanea, fino alle esperienze artistiche dei centri sociali. E' chiaro però che da un confronto per esempio con alcune capitali europee, emerge che noi certi picchi non abbiamo sempre  i mezzi per raggiungerli nonostante un'offerta generosa. E a proposito di quantità pensiamo all'agenda di una città come Bologna: sono sempre 15 o 20 almeno gli appuntamenti culturali quotidiani: anche solo le presentazioni dei libri, portano la presenza di intellettuali e letterati. Anche le altre città dell'Emilia-Romagna non sono da meno comunque. 

L'aspetto invece meno buono rispetto ai consumi è quello della produzione artistica, che è concentrata per la maggiore nelle due capitali Milano e Roma sia per il cinema che per la musica, per il teatro e la televisione, così come per l'editoria. E pensare che invece anche grazie alle nostre Università vengono 'sfornate' continuamente vocazioni al lavoro artistico. Come fare? Qui entra in gioco la mia proposta politica/industriale: se ci si forma qui sarebbe bene poter decidere di restare qui a produrre cultura e per questo è necessaria una forte spinta nella direzione della commercializzazione dei prodotti artistici. 

Nello spettacolo inoltre abbiamo una qualità tale da poter tranquillamente ambire a una circolazione internazionale più potente: se l'Orchestra del Teatro Comunale di Bologna lavora da tempo con il Giappone, allora perchè non anche con la Cina, l'India e la Russia? Si tratta di un valore, ma anche di un fattore economico e di un'opportunità che crea occupazione: esportare di più significa generare lavoro...per essere chiari, se raddoppia il numero dei concerti, raddoppia anche il numero dei muscicisti, no? 

Come ben dice Stefano Bonaccini: un patto per il lavoro. E allora noi dobbiamo renderci conto che il lavoro oggi si crea anche nel campo della creatività e dell'arte e vorrei contribuire a questo progetto concentrandomi sulla possibilità di dare una risposta concreta ai tanti giovani che escono dall'Accademia, dal Conservatorio, dal DAMS..."

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Bisogna quindi concentrarsi sulle potenzialità...

"Certamante. Penso per esempio che si dovrebbe fare meglio nel campo dei beni culturali: a Caserta ho visto in tre anni raddoppiare i visitatori della Reggia e un pochino penso di avere anche io qualche merito per questo risultato. Partiamo dal fatto che ci siano tante potenzialità inesplorate che, come appunto nel caso dei beni culturali, possono in realtà rendere molti di più in termini di entrate economiche, di turismo e aumento dell'educazione alla cultura: è un dato di fatto e possiamo fare di più. Per quanti ci riguarda abbiamo inoltre molte città vicine ricchissime di cose belle da vedere: mi riferisco naturalmente a Bologna e poi a Modena, Ravenna, Rimini, Parma e Reggio Emilia. Bisogna allargare il bacino".  

Di che tipo di turismo avremmo bisogno? Cosa pensa dei privati che suppotano i progetti culturali: sì o no? 

"Abbiamo bisogno di un turismo lento e di cultura, non generico. Un turismo che faccia assaporare ai nostri ospiti il nostro stile di vita e le caratterisctiche della nostra gente. Il turismo di qualità non danneggia le città, mentre quello generico sì (caso estremo Venezia, altro esempio la vicina Firenze). In generale penso che qualunque interesse e partnership con i privati vada bene. Pensiamo in termini di trasporti e di rete se ci fosse una collaborazione che riesca a collegare con una sorta di ticket aperto le nostre città..." 

Con la cultura si mangia? Come è possibile recuperare la crisi del settore?

"La questione è che non è ancora avvenuta una rivoluzione manageriale in ambito culturale. Abbiamo questa idea che la cultura non possa crescere se non con un aumento della spesa pubblica e siccome questa non aumenta ma cala, è chiaro che si sia creata una sorta di paralisi intellettuale. La buona prospettiva è che questa rivoluzione si realizzi e che il sistema culturale da solo riesca a creare una situazione economica per crescere. Come ho già detto per recuperare questo gap è la produzione di cultura grazie a una buona formazione che già abbiamo". 

Musei, teatri, cinema: chi soffre di più e secondo lei come è possibile rilanciarli?

La sofferenza in generale la vedo nello spettacolo dal vivo. Tante persone ogni sera si esibiscono per il pubblico che hanno davanti e noi di default non pensiamo mai che anche un teatro è un'azienda. Lo sapete che il Teatro Comunale ha 300 dipendenti? Bisogna cominciare a pensare ai luoghi di cultura come a delle aziende. Ci vuole una maggiore circolazione e un sistema più ambizioso".  

Chi bisogna avvicinare o riavvicinare alla cultura? Come farlo? Quali le responsabilità della scuola? 

"Metà degli italiani non è ancora mai entrato in un museo e quando si fa cultura lo scopo è quello di arrivare ad avere una popolazione sempre più colta e senza mai accontentarsi: se invece che il 50%, fosse il 98% delle persone a frequentare biblioteche e musei dovremmo comunque pensare a quel 2% che non lo fa e concentrarci su quello. E' un po' una magnifica ossessione. 

La responsabilità del sistema culturale? Personalmente non credo che la scuola possa fare più di quello che già fa, è praticamente l'unica agenzia che si occupa dell'inclusione sociale. Il livello di istruzione è cresciuto negli anni e più laureati e diplomati abbiamo e meglio è: il sistema deve però essere in grado di aprirsi alle persone meno istruite o per nulla istruite. Quello che immagino è uno scambio fra noi e i nuovi italiani, le persone immigrate". 

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