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700 anni dalla morte di Dante, il rapporto con la città: "Prima l'amore, poi i bolognesi all'inferno. Conosceva il dialetto"

A colloquio con il professor Giuseppe Ledda, dantista dell'Alma Mater. Dalle celebrazioni per i 700 anni dalla morte, alla potenza della poetica, al legame con Bologna, allo stilnovismo applicato ai giorni nostri

Questo anno può essere definito "Dante 2021". Non solo in Italia, si celebrano i 700 anni dalla morte del poeta con centinaia di eventi. Di Dante Alighieri, di poesia e del rapporto con Bologna abbiamo parlato con il professor Giuseppe Ledda, dantista e docente dell'Alma Mater. 

Come celebra Bologna questo anniversario?

"Incontri e progettazioni per l'organizzazione di eventi danteschi si susseguono. Il Comune patrocina un progetto che ha avuto il finanziamento del comitato nazionale per le celebrazioni dal titolo 'Amor gentile, Dante e il parlar d'amore' incentrato su Bologna, dal 1200 a oggi, come luogo dove è stata elaborata la riflessione e la poesia sull'amore, in collaborazione con il Centro di poesia contemporanea e con l'università. Il Comitato scientifico è presieduto dal poeta Davide Rondoni e dalla professoressa Giuseppina Brunetti del dipartimento di italianistica di Unibo. 

Un altro forte nucleo di progettualità è legato alle biblioteche storiche della regione che organizzano una serie di mostre sui materiali danteschi. A Bologna sono coinvolti l'Archivio di stato, l'Archiginnasio, la biblioteca universitaria e Casa Carducci con manoscritti, incunaboli ecc.

L'Università sta organizzando un'altra mostra, sempre di materiali bibliografici, con i contributi degli studiosi dell'Alma Mater, da Carducci a Pascoli, al professor Pasquini, con traduzioni, libri e opere originali alla biblioteca universitaria mettendo insieme i vari dipartimenti, con una doppia veste, Bologna e gli studi su Dante e Dante nel mondo. Un evento che che andrà verso il pubblico, con un lavoro di comunicazione e narrazione che lo rende accessibile"

Dante a Bologna. Che ruolo hanno avuto la città e l'università?

"Partiamo - naturalmente - dal sonetto scritto sulla Garisenda, trascritto da Enrichetto della Quercia sui memoriali bolognesi nel 1287, quando Dante ha 22 anni, quindi lui è stato in città quando era molto giovane. Sarebbe stato scritto proprio in bolognese, alcuni copisti poi l'avrebbero 'ritoscanizzato', ma secondo il critico Giuseppe De Robertis è stata scritta a Bologna, in diretta e utilizzando il linguaggio locale.

Dante giovanissimo è passato da Bologna perchè qui vi erano fortissimi interessi di commercianti, di uomini di cultura e di professori universitari fiorentini: non abbiamo documenti precisi, ma sicuramente stato segnato, da una parte, dal fascino dell'università, dall'altra dalla tradizione bolognese della poesia d'amore: Ricordiamo Guido Guinizelli, grande innovatore, quindi il sonetto della Garisenda si colloca nella sua esperienza giovanile di appropriazione della tradizione della poesia bolognese. 

Bologna si inserisce in due altri momenti fondamentali della vita del poeta: quello dell'esilio, nel 1032, quando, probabilmente, vi passa alcuni anni, o immagina di poterci venire. Nel "De vulgari eleoquentia" parla malissimo di tutti i volgari italiani, ma fa un'eccezione per il bolognese, non certo un volgare illustre, ma il meno peggio, per la mescolanza di dolcezza e asprezza. Nel passare in rassegna le variazioni linguistiche, mostra una conoscenza del dialetto che varia a seconda delle zone della città, quindi un orecchio sensibilissimo alle sfumature dei quartieri con una diversa composizione sociale". 

Questa sorta di idillio con Bologna però a un certo punto finisce ...

"Nella Divina Commedia ne parla male: i bolognesi sono all'inferno, perché ipocriti e ruffiani, le torri di Bologna vengono collegate alla superbia, ne ha quindi anche per la Garisenda. Probabilmente, è una ipotesi, il suo soggiorno si conclude drammaticamente per via di un cambiamento del governo a metà del 1306, quindi la città, dapprima ospitale con gli esuli bianchi fiorentini, diventa ostile. 

Il professore Giovanni Del Virgilio, nel 1319-20, quando Dante è a Ravenna, lo invita a Bologna, promettendogli la laura poetica all'università, a patto che scriva un vero poema in latino, e non in volgare, la lingua del popolo. Dante risponde in latino, dimostrando che lo conosce benissimo, ma difende la volontà di scrivere per tutti, in volgare, e di voler ricevere la corona poetica solo da Firenze. A Bologna del resto non può più venire per via di Fulcieri da Calboli, il Podestà di Bologna e suo acerrimo nemico. 

A proposito di latino "straordinario è l'ultimo esperimento, Dante scrive ègloghe latine, recuperando il modello virgiliano, ripreso anche da Boccaccio e Petrarca; in questo modo dimostra testardamente che se vuole scrivere una poesia in latino lo sa fare, ma rivendica la sua scelta ideologica, quindi di meritare la corona poetica per la poesia volgare".  

Dante un po' "bacchettone"? Ma era anche politico e militare...

"700 anni dopo stiamo celebrando la morte di Dante perché era un poeta, dal punto di vista umano e biografico può anche essere insignificante. Se dopo 7 secoli lo celebriamo, non solo in Italia, ma in tutto il mondo, ciò che conta è quello che ha scritto, non tanto per quello che dice, sono concetti molto lontani dalla nostra mentalità, ma per la forza della poesia che oggi ancora ci colpisce. 

Ha colto un punto centrale, l'ambivalenza, la capacità di tenere insieme diversi elementi, pensiamo alla complessità di personaggi come Francesca e Ulisse, ancora oggi si dibatte se Francesca sia un'adultera che deve stare all'inferno oppure un grande personaggio romantico che ci appassiona, o di Ulisse come un pazzo, giustamente punito e dannato, o il primo degli umanisti... 

Dante ha messo insieme la capacità di conoscere la grandezza di questi personaggi e la responsabilità di giudicare l'errore a cui può portare la passione amorosa o il desiderio di conoscenza. Questa è la grandezza della tragedia". 

Che cosa la emoziona di Dante?

"La 'Vita nova' si conclude con la promessa di scrivere un poema per Beatrice, ormai morta e beata del paradiso, che continua a guidare il poeta. Poi, nel frattempo, fa altre esperienze, i trattati filosofici e linguistici, scopre la dimensione politica, il modello di Virgilio come poema imperiale, l'Eneide, e il viaggio nell'aldilà. Da qui la scintilla che ha portato alla struttura potentissima della Divina Commedia, con una molteplicità di temi, con ogni personaggio che racconta la sua storia portandoci a parlare di amore, teologia, di cronaca e politica, del mito antico e del contemporaneo, un meccanismo che diventa una 'opera mondo', nel senso di complessità e ambivalenza dello stesso Dante. La sua forza di poeta è quella di tenerli insieme facendoci sentire ciò che pensa, ma lasciando anche l'altro punto di vista. Un uomo che parla di un mondo che non esiste più, dopo 7 secoli perché sarebbe arrivato a noi?

Dante e lo stilnovismo, come si potrebbe declinare oggi? 

"Si può, secondo me. Dopo l'inferno e il purgatorio, arriva sulla vetta, come fa ad andare in paradiso? L'idea straordinaria è quella del come si può amare una persona: Beatrice, beata del paradiso, guarda verso il sole, simbolo di Dio, Dante ci prova ma rimane abbagliato, quindi guarda negli occhi di Beatrice dove si riflette la luce divina, quindi inizia il 'trasumanar', l'andare oltre la condizione umana che si realizza grazie alla riflessione della luce di Dio negli occhi dell'amata.

Ancora oggi ci può dunque parlare, come vedere nelle persone la bellezza, non solo creaturale e terrena, ma piuttosto il riflesso della luce divina, anche se siamo laici e non credenti. Una guida verso qualcosa di più alto". 

Chi è Giuseppe Ledda

Professore associato di Letteratura italiana all'Università di Bologna, dove insegna "Letteratura e critica dantesca", "Letteratura e Filologia dantesca", "Letteratura italiana".

È nato nel 1964 a Macomer, in Sardegna. Ha studiato Filosofia all'Università di Firenze, laureandosi con una tesi sulla Poetica di Aristotele. Nel 1990 si è trasferito a Bologna, dove ha ottenuto la laurea in Lettere indirizzo Classico con una tesi su Dante e i tópoi dell'indicibilità. 

Vincitore della Borsa di perfezionamento “Massimo Bontempelli” dell'Accademia Nazionale dei Lincei, è stato successivamente ammesso alla Scuola di Dottorato dell'Università di Pavia, dove ha svolto attività di ricerca e ha conseguito il dottorato con una tesi dal titolo I tópoi dell'indicibilità e Dante come poeta-personaggio della Commedia (2000).

Per il biennio 2000-2001 ha usufruito di una borsa di studio post-dottorato per attività di ricerca presso l'Università di Bologna. Abilitato all'insegnamento di Materie letterarie e Latino, ha insegnato nella scuola secondaria dal 2001 al 2008.

Dal 1999 al 2008 ha svolto attività didattica all'Università di Bologna come docente a contratto, prima tenendo il modulo didattico di Filologia dantesca (1999-2002) e il tutorato di Letteratura italiana (2002-2005); quindi come titolare dell'insegnamento di Filologia e critica dantesca dal 2003 al 2008. Dal 2008 al 2014 è stato ricercatore di Letteratura italiana all'Università di Bologna e titolare dei corsi di Letteratura e critica dantesca e di Filologia dantesca.

Dal 2014 è professore associato di Letteratura italiana e titolare dei corsi di Letteratura e critica dantesca, di Filologia dantesca, Filologia e letteratura dantesca, Letteratura italiana. Inoltre ha tenuto corsi su Dante presso le sedi bolognesi di università americane, la University of California (2005-2009) e il Dickinson College (2006-2009). È stato Visiting Fellow presso il Selwyn College, University of Cambridge (2018).

Ha curato le sezioni sul Duecento e su Dante nella Letteratura italiana diretta da E. Raimondi, Dalle origini al Cinquecento, Milano, Bruno Mondadori, 2007; e i volumi La poesia della natura nella «Divina Commedia», Ravenna, Centro Dantesco dei Frati Minori Conventuali, 2009; La Bibbia di Dante. Esperenza mistica, profezia e teologia biblica in Dante,  Ravenna, Centro Dantesco dei Frati Minori Conventuali, 2011; Preghiera e liturgia nella «Commedia», Ravenna, Centro Dantesco dei Frati Minori Conventuali, 2013; Le teologie di Dante, Ravenna, Centro Dantesco dei Frati Minori Conventuali, 2015; Sergio Atzeni e le voci della Sardegna, Bologna, Bononia University Press, 2017 (con G. Sulis); Dante e la cultura religiosa medievale, Ravenna, Centro Dantesco, 2018.

È condirettore della rivista dantesca «L'Alighieri» (dal 2010) e membro del Comitato direttivo della rivista «Studi danteschi» (dal 2016). (fonte: Unibo)

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