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Lunedì, 27 Maggio 2024
Disforia di Genere

Giovani che non si riconoscono nel genere di nascita, tra disagi e percorsi di affermazione

Che cos'è la disforia di genere, quanti giovani riguarda in Italia e come si affronta: l'intervista con due esperte

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Cos’è la disforia di genere, chi sono i giovani che la affrontano e quanti sono. Per l'età evolutiva, quindi gli anni della pubertà, in Italia il 2-3% della popolazione infantile mostra varianza di genere e su questo campione, l'1-2% strutturerà un'incongruenza di genere. Per approfondire l'argomento e capirne dinamiche, percorsi e supporto sul territorio, BolognaToday ha intervistato la dottoressa Simona Chiodo - neuropsichiatra infantile, direttore della unità operativa complessa di neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza attività territoriale - e la psicologa Alessandra Mancaruso - responsabile dell'unità operativa semplice famiglia, infanzia e adolescenza dell'unità operativa complessa psicologia territoriale, entrambe di Ausl Bologna.

Cosa significa la disforia di genere e come viene diagnosticata?

Chiodo spiega che "si considera la disforia di genere una condizione in cui si sperimenta un profondo disagio o proprio un'insoddisfazione rispetto al proprio genere assegnato alla nascita. In pratica non c'è congruenza tra quello che è il genere espresso da un individuo e il genere assegnato. La diagnosi  viene fatta da esperti sanitari e ci deve essere una sofferenza clinica  evidente, che deve compromettere  il funzionamento adattivo, ovvero il modo di vivere la  quotidianità. Per essere significativa deve durare oltre i sei mesi".

Che ruolo ha la disforia nell’identità individuale della persona?

“Quando parliamo di disforia di genere o incongruenza di genere ci riferiamo al concetto di identità sessuale che è una parte dell'identità complessiva” spiega Mancaruso."L'identità sessuale si articola in quattro dimensioni: l'identità di genere, ossia la percezione di sé in termini di genere; il sesso biologico, che comprende femminile, maschile e intersessualità (quest'ultimo è un termine ombrello che apre a nuove dimensioni); il ruolo di genere, che riguarda l'espressione comportamentale in cui ci si rispecchia di più; e l'orientamento sessuale, che definisce da chi si è attratti, potendo essere eterosessuale, omosessuale o bisessuale".

Qual è il processo di valutazione psicologica per le persone che esprimono il desiderio di iniziare un percorso di transizione di genere?    

“Chi viene da noi sono spesso i genitori preoccupati, perché il bambino mostra disagio, perché vorrebbe vestirsi da bambina, vorrebbe giocare con i giochi da bimba e viene preso in giro dai compagni di classe per esempio” racconta Chiodo. “L'approccio nostro è  territoriale, rivolgendosi ai tanti ambulatori vicino ai quali vivono i bambini e le bambine, avviando così un percorso multidisciplinare e multidimensionale, specie per questo tipo di problematiche. Bisogna agire sul contesto di vita, perché  la cosa che fa soffrire di più tutte queste persone è l'impossibilità di essere accettato socialmente. Facendo un’analisi a 360 gradi del motivo per cui si sono rivolti ai servizi, parliamo con i genitori,  con gli insegnanti e con gli allenatori sportivi, i medici e gli psicologi per poi arrivare a dalle valutazioni psicodiagnostiche. Il disagio in adolescenza deriva anche dal fatto di non riconoscersi nel proprio corpo, di non accettarsi, ma ci sono altre difficoltà che possono essere in realtà non legate a una incongruenza".

La conclusione di questo processo è quasi sempre una transizione da uomo a donna e viceversa?

"Ci stiamo abituando a non usare il termine transizione - chiarifica Mancaruso -  perché le transizioni in realtà sono tantissime, negli anni non si transita da un punto A a un punto B, da un maschile a un femminile, dal femminile al maschile. In realtà ci sono tanti percorsi di affermazione di genere, abbiamo iniziato a chiamarli così più correttamente. Abbiamo appunto ragazzi che fanno una transizione sociale e quindi appunto si presentano alla famiglia, al mondo, con le espressioni di genere nel quale si percepiscono senza accedere ad altre cure. Persone che invece fanno tutto un percorso molto più complesso, lungo, anche attraverso cure mediche e cure chirurgiche. Oppure c'è la dimensione del non binarismo. Insomma il termine transizione può essere fuorviante, che rischia  di creare una pressione definitoria".

Che tipo di supporto psicologico viene fornito ai pazienti durante le diverse fasi della transizione, anzi, della affermazione di genere?

“Noi rispondiamo con dei percorsi personalizzati, quindi viene da dire che il supporto è quello che meglio risponde ai bisogni emergenti legati sicuramente alla transizione - se in atto - o a percorso di affermazione, e bisogni altri psicologici che possono presentarsi. Possiamo dire però che per quanto riguarda il percorso psicologico c'è un'attenzione su due dimensioni. Una è quella esterna, quindi riferita allo stress. Ovvero, quanto l'esterno sta pesando sulla tematica dell’accettazione perché, se l'esterno non accetta e fa pressione, chiaramente una persona aumenta lo stato di disagio. L'altro invece è l'esplorazione di che cosa significa per la persona la propria identità, il proprio corpo che cambia e quindi il lavoro è quello di integrazione rispetto al cambiamento, la mentalizzazione e l'integrazione rispetto al fisico. Il tutto è un lavoro che si fa direttamente con la persona attraverso colloqui clinici, percorsi di psicoterapia, è imprescindibile anche il supporto ai genitori” ha illustrato ancora Mancaruso.

Che risultati porta  questo percorso?

"Abbiamo dei dati di letteratura che ci dicono che queste persone iniziano a riportare degli effetti positivi sulla salute mentale se sono sostenute nel loro percorso proprio di affermazione di genere. L' impatto però rimane a livello sociale, a livello culturale e ambientale. Perché questa resta una popolazione che rischia di essere sempre ghettizzata o di essere sempre tenuta ai limiti. Quindi bisogna, oltre all'agire a livello sanitario, anche implementare delle politiche più sociali, culturali, per evitare la stigmatizzazione", conclude Chiodo.

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