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Intervista a Gaia Chon, la voce bolognese dei distributori Eni: "Meglio il dialetto del corsivo"

La performer e attrice bolognese, di origini cinesi, ha parlato della sua esperienza ai microfoni di BolognaToday

Fa ancora parlare di sé l’iniziativa di Eni che, dal 18 luglio scorso, ha programmato più di 1.700 stazioni di servizio di modo che parlino il dialetto dell’area in cui sono. Quelli nel territorio bolognese, trentasette in tutto, parlano con la voce di Gaia Chon: attrice e performer bolognese, Gaia ha origini cinesi e, nonostante il lungo periodo passato lontano da Bologna, non ha dimenticato le sue radici.

Raccontaci chi sei.
Io ho origini cinesi ma sono nata e cresciuta a Bologna, dove sono rimasta fino ai vent’anni, poi ho cominciato a girare per fare esperienza. Prevalentemente nella vita mi occupo di yoga, meditazione e teatro, in particolare teatro sociale. Lavoro molto con la voce, avendo fatto la speaker radiofonica per diversi anni e avendo partecipato a diversi programmi radiofonici e televisivi. L’esperienza con Eni è stata particolare: io sono una bolognese che è mancata da Bologna per dieci anni. Poi sono tornata, ma tutt’oggi mi muovo spesso. Nonostante questo, sono legatissima alla mia città e alle mie origini. È stato bello sapere che più persone hanno riconosciuto la mia voce o che lo verranno a sapere dopo questa intervista. È un modo per far piacere a loro, oltre che a me stessa. 

Come è nata la collaborazione con Eni?
Me lo ha consigliato una mia amica attrice di Roma. La ricerca è stata fatta tra performer, speaker e attori professionisti, quindi la voce girava. Credo che per una persona non bolognese il mio accento si senta, ma per un bolognese non è così immediato. All’inizio pensavo di dover utilizzare solo un po’ la cadenza o l’intercalare; invece, in seguito mi hanno comunicato che volevano un dialetto molto forte, tanto che pensavo che le persone non avrebbero capito bene cosa fare. è stato davvero un lavoro particolare per me. Faccio teatro fin da bambina e da sempre mi è stato detto di parlare correttamente in italiano, nascondendo il più possibile le inflessioni dialettali. In questo caso non è stato così e per me ha significato come un ritorno alle origini.

Quali sono state le principali difficoltà?
Nella mia famiglia non si parla quasi mai dialetto. Quindi mi scuso se qualcuno lo avrà trovato non proprio perfetto ma il mio è stato un lavoro veramente attoriale. Mi sono trovata nella situazione di contattare amici che conoscessero il dialetto meglio di me per farmi consigliare. È stato anche un lavoro collettivo, quindi, e poi c’è da dire che non tutti conoscono così bene il dialetto. Questo lavoro è iniziato tanti mesi fa, quasi un anno fa. Poi a dicembre mi hanno chiesto di rifare alcuni file audio: in quel momento ero raffreddatissima e mi chiedevo come avrei fatto. Quello che mi è piaciuto di più è sapere che in tutte le parti d’Italia ci fossero colleghi e colleghe impegnati in questo lavoro.

E quando hai saputo che i distributori avevano iniziato a parlare con la tua voce?
Sinceramente fino a qualche giorno fa non ne ero a conoscenza. Ho sentito alcuni amici che mi hanno detto ‘Gaia, ma lo sai che sembrava proprio la tua voce?’. In ogni caso mi sembra una bella iniziativa. Vedi magari il signore che non se lo aspetta e si mette a ridere, oppure può risvegliare qualche ricordo legato all’infanzia. Siamo sempre più multietnici, parliamo addirittura il corsivo: è bello ritornare al linguaggio della nostra terra.

Quindi meglio il dialetto del corsivo.
Direi (ride, ndr). Pensavo a come saranno, in futuro, i distributori che parlano in corsivo. Ma non penso proprio succederà.

E tu che rapporto hai con il dialetto?
Come detto io faccio teatro fin da bambina, quindi da sempre sono stata invitata a parlare in italiano. La cadenza emiliana poi è difficile da togliere. Per me è stato un po’ un tornare indietro. Solitamente viene chiamato ‘teatro dialettale’. All’inizio è stato molto strano perché parlare in dialetto viene visto come qualcosa di un po’ grezzo. Quindi ho dovuto fare un lavoro anche mentale per superare quello che era un po’ un tabù anche per me. Solitamente parlo dei miei lavori, invece questo l’ho tenuto un po’ nascosto, come fosse una cosa minore. Invece, adesso, mi accorgo come una cosa così semplice può portare del buon umore e può avvicinare le persone.

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