Domenica, 13 Giugno 2021
anna matino

Opinioni

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Direttore Responsabile BolognaToday

Una laurea alla memoria per Emma. Così piangiamo la donna che è stata e quella che aveva il diritto di diventare 

Emma, il nostro pugno nello stomaco. Sia anche il nostro promemoria. E' arrivato il tempo di agire. Da dove cominciamo? Ad esempio dalla cultura e dai luoghi d'istruzione

Una laurea per Emma, postuma. Un'aula e una sala studio porteranno il suo nome. Così il nostro Ateneo ha deciso di ricordare Emma Pezemo, la studentessa uccisa, fatta a pezzi e gettata in un cassonetto. Come un rifiuto. Ad agire sarebbe stato il suo stesso fidanzato, che poi si è tolto la vita. Sono state le sue amiche e compagne di studentato a darne l’allarme: l’hanno vista l’ultima volta sorridente, vestita per uscire nel giorno di festa del Primo Maggio con quell’uomo di cui certamente si fidava e dal quale probabilmente mai aveva pensato di doversi difendere.  

Piangiamo la donna che è stata e quella che aveva tutto il diritto di diventare 

Emma era originaria del Camerun, aveva 31 anni, e le mancavano soli 4 esami per conseguire il titolo di laurea magistrale in Sociologia e Servizio Sociale. Da qui la scelta dell'Ateneo di lavorare al fine di realizzare quel sogno spezzatosi insieme a questa giovane vita.

In tal modo ci ritroviamo a piangere la donna che è stata, ma anche quella che aveva tutto il diritto di diventare. Un concetto espresso oggi anche dal Rettore Francesco Ubertini, durante la seduta del Senato Accademico, pronunciando un discorso in memoria della giovane donna. Un concetto che in sè contiene tutta la disperazione dietro a episodi del genere. Un concetto che vale per Emma e sempre, dietro ogni vita strappata via troppo in fretta. Ancora peggio se non per fatalità, ma per volontà. Ancora più tristemente se ad agire è una mano che ha trasformato in armi fatali quelle che una volta erano carezze. Come racconta d'altronde la maggior parte dei casi di femminicidio (quasi tutti perpetrati da mariti, compagni, ex fidanzati, negli ambienti e contesti socio-culturali più diversi), che - come ha anche ricordato il rettore - solo in Italia sono già a quota 38 dall’inizio dell’anno. Un numero che non può essere ignorato.

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Emma, il nostro pugno nello stomaco 

La tragedia che ha investito la nostra studentessa ci scuote, violentemente. Come un pugno nello stomaco. Perchè attraverso Emma oggi siamo costretti a guardare in faccia una realtà terribile. Quella cui ha accennato nel suo intervento anche Ubrtini, rammentando che nonostante siano passati già dieci anni da quell’11 maggio del 2011 in cui venne firmata la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, (Convenzione di Istanbul), le vittime continuano a crescere, e l’inferno, il più delle volte privato, è stato reso, lo dicono i dati ISTAT, ancora più spettrale dalla pandemia.

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E' arrivato il tempo di agire. Da dove cominciamo? Ad esempio dalla cultura e dai luoghi d'istruzione 

Ecco allora che Emma, e le altre donne accomunate da una simile sorte, siano da promemoria. Ci ricordano infatti che non c’è più tempo per farsi domande solo teoriche sulle cause. E' arrivato il tempo di fare. Della prevenzione vera, che transita (anche) da un cambiamento culturale. Profondo. Capace di agire all'origine, in maniera archetipica.

Da che parte iniziare? Ad esempio dai luoghi deputati all'istruzione.

E in quest'ottica si pone la promessa fatta oggi dal Rettore di Alma Mater, annunciando la volontà di moltiplicare momenti di riflessione in Ateneo, con iniziative che siano trasversali e aperte all’intera comunità. Una promessa che parte dal riconoscere all’Università (ma indubbiamente dobbiamo comprendervi l'intero universo scolastico) l’obbligo di fare da traino per questo cambiamento culturale. Cambiamento ormai non più procrastinabile.

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