100 anni fa a Lizzano nasceva Enzo Biagi: “ Era un passepartout sui fatti del mondo”

Ad un secolo dalla nascita del giornalista il ricordo dei dirigenti e dei giornalisti della Rai che lo hanno accompagnato, dagli anni del Fatto all'editto bulgaro di Berlusconi

Esattamente 100 anni fa, in un piccolo comune dell’appennino emiliano a 70 km da Bologna, Lizzano in Belvedere, nasceva quella che sarebbe stata una delle figure più importanti del giornalismo italiano ed internazionale, Enzo Biagi.

Di umili origini, Biagi ha lasciato la sua importa nei maggiori giornali italiani diventando un punto di riferimento per generazioni di giornalisti.

Nato per la carta stampata, nel 1961 divenne direttore del telegiornale della Rai. Storica la sua trasmissione “il Fatto” che andò in onda dal 1995 al 2002 considerata come “il programma più importante dei primi cinquant’anni della Rai” dove Biagi affrontava quotidianamente il tema del giorno.

A raccontarci la figura di Biagi, il suo modo di lavorare, i retroscena di quel programma e anche della sua chiusura sono i dirigenti e i giornalisti della Rai che hanno lavorato con lui al Fatto, Loris Mazzetti, giornalista, regista e dirigente di Rai 3 che ha realizzato tantissimi programmi di successo tra cui " Che tempo che fa", "Vieni via con me", "Rai 3 per Enzo Biagi", e "Rt rotocalco televisivo" e Marco Varvello, ex conduttore del tg 1, corrispondente Rai dagli Stati Uniti e da Berlino e attualmente da Londra, suoi colleghi e amici che lo hanno accompagnato in quegli anni e che non lo hanno abbandonato quando nel 2002 fu costretto a dimettersi.

Loris Mazzetti, lei ha avuto modo di lavorare per molti anni con Biagi, quando lo ha conosciuto qual è stata la sua prima impressione?

“La mia conoscenza con Biagi nasce prima di conoscerlo di persona. Avevo da poco cominciato a lavorare in Rai e uno dei miei primi lavori fu un film musicale con Guccini che stavo montando in moviola negli studi di Milano e di fronte alla mia moviola Enzo Biagi montava una delle sue grandi inchieste. Quando lui non c’era andavo a sbirciare a vedere il suo lavoro e mi ricordo che allora mi convinsi che quella sarebbe stata la professione che mi sarebbe piaciuto fare, viaggiare per il mondo come faceva Biagi. Lo incontrai sopra la libreria Rizzoli a Milano e dopo qualche minuto che stavamo parlando mi disse che dovevamo darci del tu e da lì è partita una grandiosa amicizia”.

Ci racconta qualche ricordo che le è rimasto impresso?

“Ricordo i viaggi che facevamo in aereo uno vicino all’altro a raccontarci delle nostre esperienze, i consigli che lui mi dava erano da fratello maggiore. Io non solo ho avuto la fortuna di lavorare per tanti anni con lui ma anche di essergli molto amico. Mi ricordo l’11 settembre del 2001, noi con la nostra troupe fummo la prima televisione che diede le immagini del ground zero nel mondo. Dopo l’attentato alle torri gemelle gli americani chiusero tutta la zona e noi fummo i primi ad entrare accompagnati dal capo dei vigili del fuoco e questo fu dovuto al fatto che Biagi era un giornalista conosciuto nel mondo, era un passepartout che ti portava ovunque, che apriva tutte le porte. Un’altra volta eravamo a Belgrado in tempo di guerra quando Milošević fu messo da parte e fu nominato il nuovo presidente della Serbia, noi fummo i primi ad intervistarlo. La cosa incredibile è che quando arrivammo nel palazzo avevamo tutte le casse con i materiali da ripresa e dovevamo fare una serie di scale per arrivare nella stanza del presidente. Ci caricammo in spalle tutta l’apparecchiatura e anche Biagi portava i cavi in mano. Era un personaggio che non andava mai da solo nei luoghi deputati ma sempre con la troupe che a sua volta non faceva mai andare da sola. Non se ne stava in albergo come altri giornalisti hanno fatto e fanno. Il motto era “tutti quanti insieme””.

Ci racconta com’era Enzo Biagi quando preparava un servizio?

“Non aveva nessun pregiudizio, anche quando intervistava delle persone che non amava. Diceva che noi potevamo avere delle amicizie ma il nostro programma non doveva essere amico di alcuno. Nella preparazione del Fatto c’era un lavoro molto intenso. C’era una redazione che lavorava, lui studiava, sintetizzava e riuniva tutto per fare le domande, per scrivere una sorta di sceneggiatura quando stavamo per partire per fare uno speciale. Ma non si è mai lasciato abbandonare al mestiere. La preparazione che aveva per le interviste gli consentiva di fare altre domande stimolando l’interlocutore alle risposte”.

Ci racconta l’esperienza al Fatto con Biagi?

Ogni giorno ci trovavamo alle 9 in redazione per fare la prima riunione e Biagi arrivava verso le 7/7.30 avendo già letto i giornali a casa. Dalla riunione usciva l’argomento da affrontare nella puntata del Fatto, si individuavano i personaggi da intervistare e partiva un grande movimento finché non si arrivava al montaggio. Nel pomeriggio inoltrato ci si trovava in numero ristretto e si andava a creare la sceneggiatura della trasmissione e infine si montava definitivamente la puntata dopo aver registrato in studio Enzo Biagi. Il lavoro arrivava a ridosso delle 20.30/20.35 quando la trasmissione andava in onda. Delle volte facevamo delle corse pazzesche con la cassetta che arrivava a ridosso della messa in onda, anche perché la tecnologia non era quella di oggi, ma siamo andati in onda per oltre 800 puntate e non abbiamo mai bucato”.

Il servizio al Fatto che si ricorda di più?

“Sono tanti ma alcuni mi sono rimasti nel cuore, ad esempio quando Biagi intervistò il suo amico Marcello Mastroianni già profondamente ammalato. Quella fu un’intervista bellissima che poteva fare solamente un amico ad un altro amico. Quella era un’altra grande capacità di Enzo, creare una grande confidenza con l’intervistato. Mi ricordo che alla fine della puntata, siccome poco tempo prima avevamo intervistato una sua grande amica che era Sofia Loren, Mastroianni gli chiese di sapere quanti telespettatori avrebbe fatto perché voleva farne 1 in più di Sofia che aveva fatto oltre 10 milioni di telespettatori. Mastroianni superò i 12 milioni. Un’altra puntata che mi ricordo per la capacità di Enzo ad intervistare è stata con il serial killer Gianfranco Stevanin. Noi lo intervistammo il giorno dopo la condanna all’ergastolo e l’intervista iniziò con l’interlocutore che proclamava la sua innocenza ma, nell’arco del servizio, in una delle ultime domande, lui chiese scusa ai familiari delle vittime, ammettendo quindi una responsabilità. Cosa che non aveva fatto durante il processo. Per Enzo non c’erano i personaggi e i non personaggi, davanti al microfono per lui tutti erano uguali. Tutti dovevano avere la stessa dignità. S’incazzava molto quando vedeva in tv quelle finte inchieste ai mercati che mettevano il microfono sotto il naso delle persone chiedendo del più e del meno quando con davanti ad un politico quegli stessi giornalisti si sarebbero comportati in modo differente, mettendolo a suo agio con una bella inquadratura, una luce giusta eccetera”.

Cosa avrebbe detto dell’evoluzione della televisione negli ultimi anni?

Quando ci si incontrava parlava della deriva dell’informazione dovuta all’appiattimento della Rai nei confronti della tv commerciale e della sudditanza nei confronti della politica. Non si riconosceva più nel mestiere fatto in questa maniera. Lui non avrebbe mai accettato di mettere in onda un’intervista presa da facebook. Enzo Biagi diceva che lui faceva le domande e l’altro se vuole risponde. Un'altra cosa che lo faceva impazzire era quando i politici facevano le dichiarazioni con i microfoni in mano. Per lui era come se un carabiniere avesse dato la pistola in mano al ladro”.

Arrivando al 2002, Berlusconi è presidente del Consiglio e il 18 aprile, in visita a Sofia, fa una dichiarazione che sarebbe stata ricordata come “l’editto bulgaro” nel quale denunciava quello che a suo dire era un “uso criminoso” della tv pubblica da parte di Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi. Il Fatto venne chiuso e Biagi costretto ad allontanarsi dalla Rai. Ci racconta qualcosa?

“Berlusconi nel 2002 vinse una battaglia facendo allontanare Biagi dalla Rai ma con il ritorno in onda anni dopo Biagi vinse la guerra. Io allora ero un dirigente, rimasi a Rai 1 un anno senza lavorare e poi passai a Rai 3 dove ero divenuto capo struttura e portai in onda “Che tempo che fa” con Fabio Fazio e altre trasmissioni. Proprio a “Che tempo che fa” riportai in onda Enzo Biagi come ospite 3 o 4 volte e dopo 5 anni dall’editto bulgaro tornò sugli schermi conducendo con un programma “Rt Rotocalco Televisivo” di cui io fui coautore. La cosa grave è che prima se uno lavorava nella redazione di Biagi diventava curriculum. Quando accadde l’editto bulgaro e Biagi fu allontanato, lavorare in quella redazione divenne un demerito. Diversi giornalisti, registi e programmisti di quel programma con contratti a tempo determinato non poterono lavorare in Rai per diversi anni”.

Ha qualche rimorso o rimpianto nei confronti di Biagi?

“Un grandissimo rimpianto è che ho sempre pensato che quello che è accaduto si poteva evitare e probabilmente io per il ruolo che avevo avrei potuto anticiparlo. Ci sentivamo immortali, intoccabili, perché portavamo un sacco di soldi e di ascolti all’azienda e davamo credibilità al servizio pubblico. E invece, a quelli che dentro l’azienda erano al servizio della politica e non del telespettatore di questo non importava niente. Invece di tutelarci, di scavare trincee, noi continuavamo a lavorare dicendoci che se si toccava Enzo Biagi veniva giù il mondo dell’informazione e infatti hanno toccato Enzo Biagi e non è successo niente. Chi ha difeso Enzo Biagi al di là degli amici stretti è stata la gente comune come con la grande manifestazione a piazza San Giovanni, ma non i colleghi. Sono convinto invece che c’è stato anche chi è stato contento del suo allontanamento perché poteva prendere il suo posto, invidioso del suo successo internazionale. Il grande dispiacere è pensare cosa in quei 5 anni di silenzio di Biagi, cosa avrebbe potuto raccontare il Fatto agli italiani se fosse continuato?”  

Marco Varvello, anche lei ha avuto modo di lavorare a stretto contatto con Biagi ci racconta quanto ci ha lavorato e quando lo ha conosciuto per la prima volta?

“Con Biagi lavorai al Fatto del 1995 al 1997. L’ho conosciuto quando ero al Tg1 che aveva tradizione di prestare giornalisti alla redazione di Milano del Fatto. Al tempo facevo la conduzione del tg della 13.30 ma per lavorare con Biagi accettai volentieri di tornare a Milano. A quel tempo aveva 74 anni e mi ha fatto l’impressione di un nonno gentile anche se era molto esigente. Se non capiva che potevi lavorare bene ti mollava velocemente ma la sua accoglienza con me fu molto positiva ed umana. Entrare in quel gruppo era come entrare in una piccola famiglia di lavoro, c’era un aspetto umano molto forte. Ho dovuto sintonizzarmi velocemente in un modo di lavorare essenziale e senza fronzoli. Durante il primo servizio che ho fatto mi disse di essere più essenziale, di andare al dunque lasciando perdere girotondi leziosi o eccessive spiegazioni perché l’attenzione del telespettatore era molto labile. L’altra grande lezione è “less is more”, togliere, ridurre all’essenziale, asciugare. Biagi secondo me era comunque uomo della carta stampata, per lui veniva sempre prima la parola e il testo che l’immagine. La prima cosa che aveva in testa era la carta stampata. Mi diceva che l’editoriale di un quotidiano doveva finire in prima pagina, non costringendo il lettore a girare nelle pagine interne. Altra lezione fondamentale è l’informazione come contro potere, non per partito preso ma perché se ti limiti a raccontare la realtà, i fatti, non te ne frega nulla se questo va a danno di tizio caio. Un’assoluta indipendenza, anche per carattere, lui era molto orgoglioso poi… era Enzo Biagi. Io l’ho conosciuto quando era già Enzo Biagi quando insieme a Bocca e Montanelli era il numero uno della carta stampata. Poteva capitare che lui prendesse il telefono e chiedesse al centralino del Quirinale del Presidente e dopo 2 minuti glielo passavano. Era consapevole della sua posizione, del suo ruolo e di quello del giornalismo come bilanciamento dei poteri”.

Cosa rappresentava per lei Biagi?

“Nel mio curriculum c’è il Giornale diretto da Montanelli e poi il Fatto ma, mentre al Giornale avevo poco più di vent’anni ed il direttore lo vedevo solo in ascensore, Biagi per me è stato un vero maestro”.

Come era a lavoro? Ci racconta un episodio che le è rimasto?

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“Al mattino arrivava dalla pasticceria dove prendeva il cappuccino e si faceva dare un vassoio di paste che portava in redazione. La giornata cominciava in allegria, c’era sempre molta ironia nel commento dei fatti del giorno poi diventava molto teso e anche ansioso perché tutti i giorni dovevi avere interviste e testimonianze importanti per andare in onda alle 8.30 la sera. Anche quando ho smesso di lavorare al Fatto andavo sempre a trovarlo alla libreria Rizzoli in galleria a Milano perché era una persona che si interessava davvero alle tue vicende personali. Una grande umanità ed una grande empatia che gli serviva anche sul lavoro. Una volta siamo volati a New York ad intervistare Pavarotti. Fu la prima intervista in cui il cantante disse di voler lasciare la moglie per stare con Nicoletta Mantovani. Quando siamo arrivati Biagi voleva arrivare a quello visto che c’erano dei rumors in giro e Pavarotti a quel tempo era una star mondiale. Quando il cantante capì dove si voleva andare a parare inizialmente si rifiutò, Biagi gli disse che era una cosa che non si poteva ignorare, Pavarotti insisteva e la Mantovani era lì a guardarlo e alla fine cedette e venne fuori l’aspetto super umano di Pavarotti”.

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