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La storia (intima) di Francesca, da Londra a Bologna con la sua lingerie retrò: "Messaggi segreti sotto la gonna"

STORIE DI NUOVI INIZI. Il suo mestiere era un altro, ma Londra l'ha spinta verso la creatività: "L'Inghilterra mi ha aiutato qui si fa fatica"

Francesca Dallamotta sulla carta sarebbe una fisica. E' stato attraversando la Manica che qualcosa è cambiato e adesso eccola qua, nel suo atelier bolognese dal sapore retrò, a creare con seta, cotone e tulle (rigorosamente francese) quelli che lei definisce poeticamente dei "messaggi segreti da portare sotto le gonne" cercando di far tornare a galla quel passato così delicatamente evocato dagli stili dei capi appesi alle grucce, fatto di lavorazioni a mano con tessuti (il quanto più possibile) naturali e personalizzabili. 

"Sembrava tutto già scritto: un diploma al Righi, una facoltà scientifica all'Università e il posto di lavoro fisso dopo la laurea. Poi il fuori programma. E come spesso accade, tante belle cose arrivano dalle nonne: "La mia faceva la sarta ed è stato arrivando a Londra nel 2012 ed entrando in contatto con realtà creative e piccole boutique che qualcosa è scattato, con in sottofondo il rumore costante della macchina da cucire che sentivo da piccola" racconta Francesca, titolare oggi del brand Voilà le Vélo nato a Londra e trasferito da Bologna nel 2017. 

Cinquant'anni e l'aspetto di una diva dell'età d'oro di Hollywood, smalto e rossetto rosso combinati con uno smartwatch ben rappresentano la contaminazione fra vintage e contemporaneo: la storia del marchio che oggi ha indirizzo in via Nazario Sauro comincia in Inghilterra nel 2012 quando Francesca ebbe l’idea di offrire all’enorme mercato della lingerie qualcosa di diverso. Nacque così uno shop online di intimo "hand-made to order" concepito interamente per soddisfare un’idea di seduzione tutta femminile. 

Voilà le Velò: la lingerie handmade fatta a Bologna

Londra-Bologna, sola andata per la tua lingerie: quando, come e perché sei tornata in Italia? 

"Il mio rientro a Bologna è stato determinato principalmente da motivazioni personali, ma una volta qui è stato bello ritrovare 'certe cose' e rientrare in contatto con alcune realtà creative della città, conoscendone anche di nuove. Lasciando stare per un attimo il discorso covid che ha influenzato e cambiato un anno intero se non di più, purtroppo in Italia il trattamento riservato a chi produce creatività è molto diverso: a Londra e in generale in Inghilterra è un valore che viene riconosciuto anche con dei contributi utili per mettere in piedi un business. Si investe nell'inventiva insomma. Qui si fa decisamente più fatica". 

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Un passo indietro e una grande cusiosità: da dove arriva il nome "Voilà le Vélo"? Perché in francese se tutto il progetto nasce a Londra e tu sei italiana?

"Ero a Parigi, una delle città che mi portano ispirazione (oltre a Londra) e in quel periodo avrei dovuto scegliere un nome per il mio brand. A un certo punto è sfrecciata una bicicletta, uno spostamento d'aria e la voce di una donna che esclama: 'Voilà le Vélo!' Ecco la bicicletta, ecco come si sarebbero chiamate le mie collezioni!".  

Voila le Velo (3)-2

Pensi che made in Italy in Italia comporti dunque uno sforzo maggiore? Che città hai ritrovato dopo tanti anni? 

"Basta guardarsi intorno: ci sono solo grandi catene ed è tutto globalizzato. Un marchio prestigioso e apprezzato (e bolognese!) in tutto il mondo come La Perla non c'è più, sono scomparse anche le corsetterie ed è tutto in mano alla grande distribuzione. Sembra tutto appiattito. La Bologna che ho ritrovato non è poi così diversa da quella che ricordavo ed è molto meno stimolante di altre grandi città: per questo cerco spesso l'ispirazione in giro per l'Europa. Rientrando ho però avuto delle ottime opportunità dapprima con Yoox (grazie a un progetto che puntava sui nuovi talenti) e poi partecipando ad alcuni eventi speciali nati intorno a grandi eventi come Arte Fiera". 

E a due anni dal ritorno in patria, c'è stato anche in covid...

"Una batosta. Una cosa inimmaginabile che ha interrotto ogni cosa. Almeno in tutto il primo periodo. E' stato il momento in cui ho rafforzato le vendite online". 

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Dalla fisica ai cartamodelli: è difficile progettare intimo? Dove hai imparato e come definisci il tuo stile? 

"Partiamo dallo stile: influenze retrò, ma in chiave attuale. C'è un po' di burlesque e i miei modelli (che sono pochi) sono abbastanza semplici, con reggiseni senza ferretto e ricami speciali che rendono uniche le collezioni, arricchendole anche con messaggi segreti da 'custodire sotto le gonne'. Nomi, iniziali, citazioni, gattini e disegni vari: è possibile anche personalizzare questi messaggi. Come tessuti uso delle bellissime sete, cotone naturale e tulle. A Londra avevo fatto un corso di cucito e tante sperimentazioni". 

Vendita online e anche in atelier? Chi sono i tuoi clienti? Non è complicato comprare biancheria intima senza provarla? 

"Sì, vendo tanto online e qui in laboratorio per appuntamento. Il mio target è vario, comprano le donne e comprano anche tanti uomini per le donne. Fascia d'età, trasversale e molti acquistano da USA, Asia, Europa e Oceania. In realtà, forse anche grazie alla semplicità dei modelli e alla guida alle taglie, non ci sono resi e questo significa che i capi vestono bene. Sul profilo di chi compra le mie creazioni, certamente donne con gusti non ordinari che cercano qualcosa di differente da ciò che propongono i grandi marchi. Persone che hanno a cuore l’ambiente, che hanno un approccio etico e non consumistico agli acquisti, che sanno apprezzare l’unicità di un capo realizzato a mano seguendo metodi tradizionali ecosostenibili". 

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