Venerdì, 14 Maggio 2021
Salute

Cuore: com’è cambiato l’approccio alle patologie cardiache

Maria Cecilia Hospital, hub Cardiochirurgico della Romagna, è sesta in Italia per volume di ricoveri per valvulopatie ed è riconosciuto per l’utilizzo di tecniche complesse, come la tecnica Ozaki, e l’impiego di dispositivi innovativi

La pandemia da Covid ha creato nuovi scenari nel panorama ospedaliero italiano, dove da un lato alcune strutture hanno dovuto interrompere l’attività per destinare posti letto ai pazienti Covid-positivi, dall’altro ci sono ospedali in prima linea per garantire una continuità di cura e trattamenti specialistici, sia in emergenza-urgenza che per interventi programmati. Tra questi, Maria Cecilia Hospital, Ospedale di Alta Specialità accreditato con il Servizio Sanitario Nazionale, è tutt’oggi hub cardiochirurgico della Romagna e polo di riferimento per la Cardiochirurgia di Alta Specialità non solo sul territorio regionale ma anche per le regioni limitrofe.

La struttura risulta difatti al primo posto in regione, e al settimo in Italia, per volumi di ricoveri per interventi di bypass aortocoronarico secondo il PNE 2020 (dati Agenas), e al secondo posto in Emilia Romagna, 6° in Italia, per i ricoveri di valvuloplastica o sostituzione di valvole cardiache. La struttura di Cotignola si avvale di un’équipe multispecialistica, denominata Heart team, composta da cardiochirurghi, cardiologi, aritmologi, emodinamisti che collaborano con l’obiettivo di migliorare la qualità dei trattamenti chirurgici e di individuare il percorso clinico più appropriato, e quindi di trovare un’opzione terapeutica anche per i pazienti complessi o critici.

“Con oltre 35 anni di esperienza sul campo, Maria Cecilia Hospital è tra i centri di riferimento nell’ambito della cardiochirurgia, specialmente per quanto riguarda il trattamento delle valvulopatie, con sostituzioni e riparazioni delle valvole cardiache tramite metodiche mininvasive e percutanee, bypass aortocoronarici, chirurgia dell’aorta (per aneurismi o dissezioni) – commenta il dott. Alberto Albertini, Coordinatore dell’Unità Operativa di Cardiochirurgia a Maria Cecilia Hospital –. L’expertise acquisita ci ha consentito, anche durante questo periodo, di continuare a prendere in carico pazienti in emergenza, attuando tutte le procedure per contenere la pandemia e applicando “protocolli Covid” qualora il paziente fosse positivo ma necessitasse di un intervento urgente”.

Maria Cecilia Hospital è riconosciuta per l’utilizzo di tecniche e metodiche innovative che mirano al maggior beneficio possibile per il paziente. Tra queste vi è la tecnica Ozaki per la ricostruzione della valvola aortica che non prevede l’impianto di protesi biologiche o meccaniche, ma si serve del tessuto prelevato dal pericardio del paziente per creare una “valvola su misura”. “Oggi, solo alcuni centri di Alta Specialità in Italia impiegano questa metodologia e Maria Cecilia Hospital è l’unico centro in Regione ad adottare la tecnica ricostruttiva Ozaki – commenta il dott. Albertini –. Questa metodica chirurgica ci pone davanti ad una nuova prospettiva di trattamento che mette al centro il benessere a lungo termine del paziente: utilizzando il tessuto autologo riduciamo infatti il rischio di rigetto e non si rende necessaria alcuna terapia farmacologica successiva”.

Nel trattamento delle patologie della valvola mitrale, l’équipe del dott. Albertini si è più volte distinta non solo per i risultati ma anche per la continua evoluzione dal punto di vista dell’innovazione.

È il caso, per esempio, di un innovativo dispositivo per la riparazione delle valvole mitrali cardiache danneggiate da infarto miocardico, impiegato presso Maria Cecilia Hospital. In questi pazienti può rendersi necessario un ulteriore intervento dopo alcuni anni (in circa il 30% dei pazienti nel corso dei 10 anni successivi la prima operazione), perché la valvola stessa può variare la sua forma nel tempo, e questo dispositivo, attraverso un sistema di controllo da remoto, può modificare la sua forma adattandosi alle variazioni della valvola mitrale senza necessità di un nuovo intervento.

Una pandemia che ha aumentato l’incidenza anche di altre patologie

Secondo uno studio regionale pubblicato sul Lancet, l’aumento di mortalità cardiaca extra-ospedaliera – che in Emilia Romagna si aggira intorno al 17%, in linea con la media nazionale (dati Istat) – è da ricondurre in primis al timore dei cittadini di recarsi in Pronto Soccorso, nonostante presentino sintomi non trascurabili.

“I dati ci hanno confermato che il Covid ha aumentato l’incidenza di complicanze ad esempio in caso di infarto: molti pazienti si sono rivolti tardivamente ai medici, hanno trascurato e sottovalutato eventi cardiovascolari importanti – commenta il dott. Albertini –. Un infarto va trattato entro poche ore dall’evento, invece si sono registrati casi in cui i pazienti si sono rivolti agli ospedali solo dopo più giorni, aumentando così le complicanze e la gravità di infarti e di patologie valvolari, diminuendo purtroppo il recupero ottimale post intervento”.

Cardiochirurgia per chi è guarito dal Covid: cosa cambia?

“Oggigiorno stiamo operando anche pazienti negativi, che hanno avuto il Covid e sono guariti – racconta il dott. Albertini –. Dal Covid si può guarire completamente ma in alcuni casi la patologia può lasciare dei danni soprattutto a livello polmonare. Tutto ciò può aumentare il rischio correlato all’intervento. Inoltre una delle complicanze maggiori del Covid, oltre al danno ai polmoni, è quella di essere una causa scatenante di patologie cardiovascolari”.

È cambiato l’approccio all’intervento in pazienti che hanno avuto il Covid? “Ogni paziente è unico e va valutato caso per caso, non possiamo fare delle generalizzazioni. Fortunatamente la stragrande maggioranza delle persone che abbiamo trattato che ha avuto il Covid non ha riportato esiti e l’intervento cardiochirurgico si è svolto senza particolari criticità. C’è tuttavia una fascia di pazienti, in una percentuale molto inferiore, in cui il Covid ha lasciato dei segni e dei danni soprattutto a livello polmonare. E questi sono pazienti che purtroppo presentano un rischio aumentato se devono essere sottoposti ad intervento chirurgico, un rischio che si avrebbe in qualsiasi tipo di intervento” conclude il dott. Albertini.

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