Parola all'avvocato

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In mensa niente pasto da casa: così deciso dalle Sezioni Unite

Corte di Cassazione, sezioni unite, sentenza 20504/2019

Con sentenza depositata il 30 luglio le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno stabilito che non è ammesso consumare, nell’orario della mensa scolastica e nei suoi locali, pasti portati da casa in sostituzione di quelli forniti dal servizio di refezione scolastica.

Il caso

La vicenda nasce dall’iniziativa di un gruppo di genitori di allievi che frequentavano scuole primarie e secondarie a Torino che avevano citato in giudizio il Comune ed il Ministero dell’Istruzione. I genitori avevano chiesto al giudice di accertare la loro titolarità di un diritto a scegliere, per i propri figli minori, tra la refezione fornita dalla scuola ed il pasto portato da casa da consumare nei locali scolastici durante la pausa pranzo. Il giudice di primo grado aveva negato tale richiesta sostenendo l’inesistenza di tale diritto in quanto, alle famiglie che non intendono usufruire della mensa scoltastica, sarebbe sempre ammesso prelevare il proprio figlio da scuola per poi riportarlo nel pomeriggio dopo pranzo. I genitori impugnavano la sentenza loro sfavorevole in Corte d’Appello la quale parzialmente modificava quanto stabilito in primo grado. In particolare i giudici sostenevano che invece sussistesse un diritto di scelta tra la refezione scolastica ed il pasto portato da casa e che dovevano essere le scuole ad attivarsi per consentire concretamente tale soluzione. Il MIUR chiedeva quindi alla Cassazione di pronunciarsi sul cd. diritto alla autorefezione scolastica.

La posizione del MIUR

Il ministero con una circolare del 2017, in attesa di una pronuncia dei giudici, aveva confermato la possibilità di consumare il pranzo portato da casa, precisando alcune regole igienico-sanitarie ed invitando i dirigenti delle scuole ad attuare tutte le precauzioni e misure del caso.

La posizione del Consiglio di Stato

Anche i giudici amministrativi erano intervenuti sulla questione nel 2018 con una sentenza, la n. 5156, che aveva negato drasticamente che una scelta come quella in questione potesse essere rimessa al comune. Inoltre il Consiglio di Stato aveva precisato che la decisione del Comune di Torino di vietare di portare il pasto preparato da casa, privilegiando la refezione scolastica, fosse una selta che risultava “manifestamente non corrispondente ai canoni di idoneità, coerenza, proporzionalità e necessarietà rispetto all’obiettivo - dichiaratamente perseguito - di prevenire il rischio igienico-sanitario e, comunque, lesivo dei diritti individuali di alunni e famiglie”.

La rimessione alle Sezioni Unite. La questione veniva così portata all'attenzione della prima sezione della Cassazione che poi la rimetteva alle sezioni unite.

La decisione della Corte. Le Sezioni Unite con sentenza depositata il 30 luglio 2019 hanno deciso privilegiando la tesi restrittiva e quindi negando l’esistenza del c.d. diritto alla autorefezione scolastica, di fatto dichiarando inammissibili i pasti portati da casa. 

I motivi della decisione sono molteplici:

- tempo mensa = tempo scuola: secondo i giudici il tempo trascorso in mensa è ricompreso nel “tempo scuola” poiché il pasto in condivisione è un importante momento educativo, sia all’alimentazione corretta e sana che alla socializzazione. Ovviamente è fondamentale che ciò avvenga in condizioni di uguaglianza tra gli studenti.

- no refezione, sì gratuità: è stato precisato che la negazione dell’autorefezione, ossia impedire che gli studenti possano portare il pranzo da casa, non costituisce violazione del principio costituzionale di gratuità dell’istruzione inferiore. Infatti, gratuità non significa che tutte le possibili prestazioni, anche accessorie, di supporto e facoltative connesse alla scuola siano gratuite.

- nessuna imposizione: i giudici hanno evidenziato che le esigenze delle singole famiglie non possono imporsi sulle istituzioni scolastiche costringendole ad un vero e proprio obbligo conformativo del servizio pubblico di mensa. In altre parole, le alternative ci sono: o si pranza in mensa usufruendo del servizio, oppure si preleva l’alunno per farlo pranzare a casa.

Di grande interesse la precisazione della Corte a proposito dell’istituzione scolastica. Si legge infatti in sentenza che la scuola “non è un luogo dove si esercitano liberamente i diritti individuali degli alunni, né il rapporto con l’utenza è connotato in termini meramente negoziali, ma piuttosto è un luogo dove lo sviluppo della personalità dei singoli alunni e la valorizzazione delle diversità individuali […] devono realizzarsi nei limiti di compatibilità con gli interessi degli altri alunni e della comunità, come interpretati dall’istituzione scolastica mediante regole di comportamento cogenti, tenendo conto degli adempimenti dei doveri cui gli alunni sono tenuti, di reciproco rispetto, di condivisione e tolleranza”.

In conclusione i giudici hanno affermato il seguente principio di diritto:  “un diritto soggettivo perfetto e incondizionato all’autorefezione individuale, nell’orario della mensa e nei locali scolastici, non è configurabile e, quindi, non può costituire oggetto di accertamento da parte del giudice ordinario, in favore degli alunni di scuola primaria e secondaria di primo grado, i quali possono esercitare diritti procedimentali, al fine di influire sulle scelte riguardanti le modalità di gestione del servizio mensa, rimessa all’autonomia organizzativa delle istituzioni scolastiche, in attuazione dei principi di buon andamento dell’amministrazione pubblica”.

Accolta quindi la richiesta del Comune e rigettata quella dei genitori: niente pranzo da casa. 


 

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