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Sanità, aborti in calo: in Emilia-Romagna meno obiettori di coscienza

Prevale l’intervento chirurgico, aumenta il ricorso alla pillola abortiva RU486

Meno 40% rispetto al 2004 gli aborti in Emilia Romagna. Nel 2017 sono stati 7.130, il numero più basso registrato annualmente in regione dall’inizio della rilevazione, nel 1980, fa sapere la Regione. 

Prosegue dunque, nel 2017, il decremento delle Interruzioni volontarie di gravidanza (Ivg) effettuate da donne residenti in regione (6.321). Rispetto all’anno precedente, diminuiscono sia gli interventi a carico delle residenti con cittadinanza italiana (3.679: 247 casi in meno del 2016), sia quelli a carico delle donne residenti con cittadinanza straniera (2.642: 223 casi in meno del 2016). Contemporaneamente cala il numero di Ivg effettuate da donne non residenti in regione (809 in totale, 88 casi in meno rispetto all’anno precedente).

Negli ultimi tredici anni, con il calo degli interventi e, in parte, fino al 2010, con la crescita in parallelo della popolazione femminile in età feconda residente in Emilia-Romagna, il tasso di abortività regionale (Ivg di residenti per 1.000 donne residenti in età 15-49) è passato dal 10.4 nel 2004 al 6.9 nel 2017. Inoltre, sebbene sia sempre più elevato in confronto a quello della popolazione italiana (15,7 rispetto al 4,9‰), anche il tasso di abortività della popolazione straniera risulta in netto calo nel corso degli anni analizzati (era 40.4‰ nel 2003).

Il profilo socio-demografico delle donne

Analizzando le caratteristiche delle donne residenti che hanno fatto ricorso all’Ivg nel 2017, la distribuzione per classi d’età rimane abbastanza stabile, con la maggioranza dei casi concentrati nelle fasce 25-29 anni (20,5%), 30-34 anni (23,4%) e 35-39 anni (21,2%). Il 55,5% delle donne è nubile, il 38,6% coniugata, il 5,9% è separata, divorziata o vedova; il 64,1% delle donne risulta avere almeno un figlio.

Il 40,3% delle donne ha una scolarità bassa (5,2% licenza elementare o nessun titolo e 35,1% diploma di scuola media inferiore), il 46,5% ha un diploma di scuola media superiore e le laureate sono il 13,2%. Il 53,1% delle donne risulta occupata, il 16,8% casalinga, il 20,7% disoccupata o in cerca di prima occupazione.

Il consultorio familiare: punto di riferimento 

Si conferma il ruolo centrale del consultorio familiare nell’assistenza al percorso dell’Interruzionemedico base medicina generale volontaria di gravidanza, e come luogo dove ottenere il certificato per poterla effettuare. La scelta del consultorio prevale nettamente fra le cittadine straniere (80,7%), ma negli ultimi anni è diventato sempre più un punto di riferimento anche per le donne italiane: nel 2017 le certificazioni effettuate in consultorio riguardano il 64% delle Ivg effettuate da italiane, erano il 47,4% nel 2005.

Prevale l’intervento chirurgico, in aumento il ricorso all’RU486

Relativamente alla modalità, prevale l’utilizzo dell’isterosuzione (60,2%), cioè dell’intervento chirurgico; modalità comunque in calo, a favore di un aumento del ricorso al trattamento farmacologico (RU486), che ha riguardato 2.104 casi (29,5% del totale).

Tra le donne che hanno usufruito del farmaco c’è una prevalenza di cittadine italiane (64%), sebbene nel corso degli anni il dato indichi un accesso sempre maggiore a questo metodo anche da parte della popolazione straniera (nel 2008 le italiane erano il 78,3%). L’introduzione della metodica medica non ha causato un aumento nel numero dei casi di aborto: piuttosto, ha portato a un’anticipazione (in termini di età gestazionale) dell’interruzione e a una riduzione dei tempi di attesa.

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