Anna Pram, una vita dedicata ai diritti delle donne: "Bologna deve fare il salto di qualità"

BolognaToday celebra l'8 marzo con l'intervista ad una donna che si è distinta per l'impegno sul fronte dei diritti e che oggi ci ricorda: "Non diamoli per scontati. L'Italia è indietro"

La festa delle donne è oggi. Ma c'è chi per le donne lotta ogni giorno, è Anna Pramstrahler, che a Bologna ha fatto molto e ancora continua a fare. Fu fondatrice di Casa delle Donne, ideatrice del Festival La violenza Illustrata, impegnata attivamente nella costruzione del movimento dei Centri antiviolenza, chiamata fra l'altro come esperta per la Commissione parlamentare d’indagine sul femminicidio e sulla violenza di genere dal Senato della Repubblica.

Anna, in data 8 marzo 2019 qual è la posizione reale della donna in Italia? 

«In Italia la situazione non è facile, c'è ancora un 'gender gap', sia sul lavoro che nel privato. Una recente statistica economica ci colloca all'ottantaduesimo posto al mondo e il calcolo per arrivare alla parità di genere è di 200 anni. Questo 8 marzo ci mette di fronte a un attacco alle conquiste fatte in tanti anni e al timore che si possa retrocedere invece che avanzare. Mi riferisco in particolare al decreto Pillon, contro cui stiamo lottando perchè se passasse sarebbe un disastro non solo per le donne, ma anche per i bambini. Su questo tema c'è una grande alleanza e un ampio coinvolgimento di varie parti, politiche e non». 

Quali sono le questioni politiche accese in questo momento?

«Come ho già detto, certamente il decreto Pillon. Ma non dimentichiamoci dell'aborto. Anche se in Italia abbiamo una legge ad hoc, nel 90% dei casi, a causa degli obiettori di coscienza, diventa tutto molto difficile e sono ancora in molti a rivolgersi al privato e all'illegale. Ed è una cosa che noi non vogliamo accada. Altra cosa su cui non dobbiamo arrenderci: la sentenza Olga Matei. Chi l'ha scritta è un giudice senza formazione, non è accettabile questa riduzione di pena». 

Bologna è secondo lei una città per donne? 

«Bologna potrebbe essere una città per le donne, ma non lo è. Certo, sono tante le donne nelle istituzioni e c'è tanto impagno, ma la strada è lunga e il giorno del cambiamento ancora lontano: non abbiamo mai avuto un sindaco donna, mai un rettore donna...bisogna osare di più, ci vuole un salto di qualità». 

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Un Paese riferimento?

«La Svezia per esempio. In Svezia la parità non è solo formale: per tutti i tipi di professioni c'è la paternità obbligatoria. Una donna insomma non è la sola che resta a casa per la nascita di un bambino, anche un papà lo deve fare. Altro paese avanti è la Nuova Zelanda»

Quale il merito a lei attribuito che la rende più fiera del suo operato? Insomma...per cosa vorrà essere ricordata?

«Oggi ho 57 anni. Quando sono venuta a Bologna da Bolzano ne avevo solo 19: ho scelto questa città e non mi sono mai pentita della mia decisione. Ho lottato per rendere la violenza sulle donne un problema pubblico. Trent'anni fa si parlava solo di stupro...il resto non esisteva. Le donne stesse non parlavano per "vergogna". Un silenzio secolare, ma oggi molto è cambiato anche grazie a gruppi di donne come il nostro che hanno detto (urlato) "basta!". La violenza sulle donne per me è sempre stata l'ingiustizia più grande perchè tocca sia il corpo che la mente. Vivendo nella paura non si sviluppa il pensiero. Questo è quello che ho fatto, cercare di uscire dal silenzio assordante»

Chi è una grande donna per lei? Come lo si diventa? 

«Tre grandi donne per me arrivano dalla letteratura: Virginia Wolf, Michela Murgia e Goliarda Sapienza. Lo si diventa essendo coerenti con il proprio genere, coltivando l'amore e il rispetto per le altre donne». 

Quale il suo augurio per la Festa della Donna?

«Uscite dal silenzio, chiedete aiuto. Non smettiamo di cobattere per i nostri diritti perchè non vanno dati per scontato: pensiamo a paesei come la Polonia e l'Ungheria, dove sono stati sottratti». 

Anna Pramstrahler: chi è (biografia di: encicopediadelledonne.it)

Nata in un piccolo paese dell’Alto Adige, Anna Pramstrahler frequenta le scuole superiori tedesche nella vicina Bolzano. Negli anni Settanta incontra un gruppo di femministe italiane, facenti parte dell’Aied (Associazione Italiana per l’Educazione Demografica) e conosce Alexander Langer, che diventa un riferimento per il suo impegno nella scelta ecologica e pacifista e per il superamento di una matrice etnica come principio dell’identità.

In quegli anni Bologna “la rossa” è una delle piazze italiane più calde delle manifestazioni studentesche e Anna decide di studiare in quella città, che diventerà la sua città di adozione. In quegli anni si forma con i testi di Virginia Woolf, Simone de Beauvoir, Verena Stefan, Susan Brownmiller e Carla Lonzi e nel 1981 si iscrive alla Facoltà di Pedagogia di Bologna. All’università cerca corsi condotti da docenti femministe, raramente visibili in quegli anni, e si concentra su indirizzi specifici quali sociologia femminista, filosofia e storia delle donne. È proprio in questa fase che avviene l’incontro con il movimento femminista già attivo a Bologna. Nel 1981 partecipa all’inaugurazione del Centro documentazione delle donne di via Galliera, che frequenta regolarmente anche se si considera di un’altra generazione rispetto alle sue fondatrici.

Nel 1985, appena laureata, si trasferisce per 6 mesi a Berlino per lavorare in una Casa delle donne maltrattate che proprio quell’anno festeggiava i 10 anni di apertura. Si tratta di un’esperienza importante di lavoro collettivo e di incontro con donne che hanno subito violenza, e un passaggio fondamentale per chiarire i propri obiettivi come donna e attivista. 


Diventa promotrice dell’associazione Gruppo di lavoro e ricerca sulla violenza contro le donne, nato nel 1986, con il quale partecipa alla stesura del progetto di gestione della Casa delle donne per non subire violenza che viene aperta nel 1989 con un finanziamento dal Comune di Bologna, ma soprattutto grazie allo strenuo impegno di un piccolo gruppo di giovani donne che si sono inventate un lavoro e traggono grande ispirazione e insegnamento dalle esperienze femministe internazionali. Si tratta del primo Centro antiviolenza italiano che dispone di una casa a indirizzo segreto per donne che vivono situazioni di particolare gravità. Anna si licenzia dalla All, nella quale lavorava come pedagogista, e per 10 anni vi lavorerà a tempo pieno al Centro. Tuttora collabora alla Casa delle donne, dove in quasi 30 di anni ha ricoperto diversi ruoli: operatrice di accoglienza, responsabile di settori e progetti (promozione, comunicazione e fundrasing), ideatrice del Festival La violenza Illustrata, coordinatrice del gruppo di ricerca sul femminicidio, e per un periodo ricopre il ruolo di presidente. 
L’incontro con le donne che hanno subito violenza segna tutte le operatrici con le loro storie di vita, la sofferenza, la crisi, la voglia di riscatto, il lavoro nel piccolo collettivo, il vivere i conflitti e agire le mediazioni, l’incontro con le istituzioni, la costruzione delle reti locali, regionali, nazionali e internazionali.

A partire dai primi anni Novanta Pramstrahler segue la politica internazionale contro la violenza sulle donne che avrà una svolta fondamentale nella Conferenza Internazionale di Pechino del 1995, e si impegna attivamente nella costruzione del nascente movimento dei Centri antiviolenza. Il suo obiettivo è inquadrare il fenomeno in un contesto di matrice culturale patriarcale, le cui coordinate essenziali sono la detenzione di ogni forma di potere e controllo (fisico, culturale, economico, psicologico) atto a porre la donna in una condizione di subalternità alla figura maschile. 
Quando nacquero i primi Centri antiviolenza, sul finire degli anni Ottanta, si poteva parlare di violenza sulle donne solo in termini di sicurezza, e considerare il problema associato al dramma dello stupro e all’aggressione che la donna poteva subìre per esempio per strada. Raramente si affrontata la violenza intrafamiliare, perché intaccare l’istituzione-famiglia, dove – allora come oggi – si concentra una parte essenziale di questa asimmetria nelle relazioni, era assolutamente un tabù.
Nel 2000, dopo un radicale mutamento politico nell’amministrazione del Comune di Bologna e la perdita di tutti i finanziamenti, Anna si licenzia dalla Casa delle donne per iniziare la sua attività professionale all’Università di Bologna come responsabile di biblioteca.

La sua attività nel movimento dei Centri antiviolenza però continua sia a livello locale, che a livello nazionale e internazionale, dove diventa un punto di riferimento. Grazie a lei la rete nazionale italiana dei Centri antiviolenza, che esisteva già in modo informale dal 1991, nel 2008 diviene una regolare Associazione chiamata DiRe, Donne in Rete contro la violenza. Si tratta di un progetto politico fortemente voluto da Pramstrahler che ha valorizzato e rafforzato la rete dei Centri e ha dato più incisività alla contrattazione politica a livello nazionale mantenendo un legame fondamentale con il femminismo, condividendo la pratica femminista nell’accoglienza e coinvolgendo le nuove piccole realtà nella crescita con l’obiettivo di incidere nei territori più difficili e di costruire una trasmissione di sapere fra donne.

Come componente del Consiglio nazionale di DiRe, è responsabile del gruppo internazionale, della comunicazione, cura il sito web e la newsletter, si impegna nel fundraising e nella progettazione, sino a ricoprire il ruolo di vicepresidente per diversi anni. Partecipa sin dalla fondazione nel 1994 a Wave (Women Against Violence Europe) divenendone rappresentante per l’Italia e nel 2008 è in prima linea nella fondazione dell’organizzazione mondiale Gnws (Global Network of Women Shelter).
Nel 2017 viene chiamata come esperta per la Commissione parlamentare d’indagine sul femminicidio e sulla violenza di genere, tema di cui si occupa già da trent’anni, dal Senato della Repubblica.

Agire la propria dimensione soggettiva nell’ottica di un cambiamento sociale e culturale per cambiare i valori patriarcali del mondo è la cifra che meglio descrive l’impegno personale e politico di Anna Pramstrahler: essere attivista, come lei si definisce, significa far parte di una comunità internazionale di donne impegnate a combattere ogni forma di violenza, in un percorso dove ancora molto resta da fare ma rispetto al quale le basi si sono già poste.
A oggi, in Italia e non solo, c’è già un primo straordinario risultato culturale, oltre a quelli legislativi e pratici sin qui conseguiti: grazie all’impegno di tantissime donne il fenomeno della violenza agita contro le donne è uscito dal cono d’ombra nel quale veniva lasciato. Non parlarne era la prima azione per negarne l’esistenza.
L’impegno di Anna Pramstrahler è una prova tangibile della energia e della dedizione necessarie per continuare la rivoluzione innescata dalle donne.

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