Badanti sfruttate, le testimonianze: "Io, al lavoro con affitto e debiti, senza stipendio per quattro mesi"

Le storie dietro alle denunce delle assistenti domestiche agli sportelli della Fp-Cgil, che hanno fatto scattare le indagini sull'agenzia bolognese

"Pensavo con questo lavoro di risollevarmi, e invece mi ritrovo senza stipendio, con gli arretrati dell'affitto Acer da pagare, le bollette e un figlio minore a carico".

Sosprira Mary Katia, 40 anni, cittadina italiana, bolognese, tra le decine di assistenti domiciliari che sarebbero state sfruttate dalla struttura di agenzie sequestrate dalla Guardia di Finanza. Le ipotesi della procura sotto la direzione della pm Rossella Poggioli, che hanno trovato applicazione in una ordinanza del Gip Domenico Truppa,  sono intermediazione illecita e sfruttamento di manodopera, accuse per le quali è stata messa agli arresti domiciliari una imprenditrice 46enne.

Mary Katia parla dall'ufficio della Fp-Cgil, e non è la sola. Da un anno e mezzo il sindacato si stava occupando dei casi, centinaia, di assistenti che denunciavano le più svariate irregolarità, dal mancato versamento dei contributi, mancate ferie, mancati permessi, nessun Tfr, fino agli atteggiamenti vessatori.

Verso gli ultimi mesi, però, le 'irregolarità' si erano trasformate in qualcosa di più: semplicemente, le badanti non venivano pagate. E il nome che saltava fuori era sempre lo stesso.

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Badanti sfruttate: "Senza stipendio e con i debiti"

Mary Katia racconta: "Ho iniziato a lavorare per loro (l'agenzia) nel novembre 2019, fino ad aprile di quest'anno. All'inizio andava abbastanza bene, i rapporti erano sereni, poi negli ultimi periodi loro non pagavano più. Tra l'altro non era neanche una busta paga, ma mi facevano firmare una ricevuta".

In pratica -così racconta la 40enne- da dicembre a marzo non le è più stato corrisposto alcun pagamento per il servizio offerto, sostanzialmente delle assistenze domiciliari per prendersi cura su turni di alcuni anziani affetti da demenza senile, circa sei ore al giorno.

Un lavoro faticoso "più psicologicamente che fisicamente. Mi sono presa dei morsi, non dico i nomi che 'volano' poi... ma sai che comunque che questo è il tuo lavoro, la persona ha quella malattia, ma ci sono dei rischi, e devi riuscire a gestire certe situazioni mantenendoti integra".

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Una formula che, dal punto di vista del contratto di lavoro, dovrebbe essere regolata da un contratto nazionale da dipendente, ma  che veniva risolta molto spesso invece con un Co.co.co. oppure un contratto a ore. 

"A me hanno solo fatto firmare un foglio dove si diceva che lavoravo per loro e prendevo sei euro l'ora" dettaglia Mary Katia, che poi spiega come è andata quando ha chiesto del perché non arrivassero più i soldi.

"Continuavano a tergiversare, a trovare delle scuse, dicevano che il problema era in banca: mi hanno praticamente costretto ad aprire un conto nuovo, poi hanno fatto un pagamento, ma da quella volta in poi hanno smesso di pagare". E poi "quando chiedevi spiegazioni diventavano aggressivi, e in qualche modo trovavano una scusa per dire che la colpa era tua".

E a un certo punto la donna ha detto basta: "Li ho mollati di pacca -spiega- e poi sono venuta al sindacato". Da lì, assieme ad altre assistenti, sono nati gli esposti all'ispettorato del lavoro e ai carabinieri.

"Erano anni che avevo problemi a trovare lavoro: la situazione economica a casa non era buona, speravo con questo lavoro di risollevarmi, e invece ora mi ritrovo con dei pagamenti Acer arretrati, le bollette e anche un figlio minore a carico".

Ora però la 40enne vuole gli stipendi arretrati, ma non solo. "Io voglio giustizia, per le persone che lavorano. Non sono una persona che pretende, ma ho dato la mia esperienza, la mia serietà, il mio impegno, ho lavorato per loro, ho diritto ad avere quello che mi spetta".

"Noi il nostro lavoro lo facciamo seriamente e lo facciamo con il cuore. Loro sfruttano le persone e ingannano le famiglie. E questa cosa non è giusta per nessuno, umanamente parlando".

Contributi non versati, niente assegno di disoccupazione: la storia di Alina

Storia non dissimile quella di Alina, 58 anni, cittadina ucraina in Italia da tredici anni. "Ho cominciato a lavorare con loro dal 2017" spiega Alina "con un contratto di collaborazione". Le paghe arrivavano, anche se in ritardo di "un mese o due mesi", racconta la 58enne.

Poi, a maggio 2019 arriva un contratto full-time di operatore socio-sanitario ma "da maggio fino a settembre non sono più stata pagata". E qui il copione si ripete: "Andavo a chiedere dello stipendio e lei, (la titolare, ndr) o non rispondeva, o non si faceva trovare in ufficio".

Alla fine si scoprirà, dopo gli accertamenti condotti all'Inps con l'aiuto del sindacato, che "dal 2017 fino a maggio 2019 non erano stati versati contributi" mentre "da maggio c'erano i contributi ma non c'era lo stipendio". A quel punto, visto il 'chiaro di luna', Alina ha deciso di dare forfait e di tagliare i ponti con la filiale.

Inchiesta badanti, Fp-Cgil: "Ora però recuperare gli stipendi non pagati"

Ma poi, oltre al danno, è arrivata anche la beffa. "Non sono riuscita ad avere neanche tutta la disoccupazione, perché i contributi non erano stati pagati: ho avuto riconosciuti, per due anni e mezzo di lavoro, solo 97 giorni", sospira la 58enne, che però sembra molto determinata.

"Io voglio giustizia. Immaginatevi come deve essere stare senza stipendio per quattro mesi e mezzo. Per fortuna ho avuto degli amici che mi hanno aiutato, sennò non avrei saputo come uscirne. Queste persone non devono avere la licenza di lavorare in questo modo qui. E poi voglio i miei soldi, quelli per cui ho lavorato", conclude Alina.

Anna: "Niente permessi, ma ne avevamo diritto"

Anna, 39 anni, ha iniziato nel febbraio 2018 a lavorare presso una famiglia con una assistenza H24. Significa un impegno 'totale' dove assieme allo stipendio viene dato anche l'alloggio, essendo la persona da accudire bisognosa di cure continue. Ma anche in questo caso il contratto nazionale prevede giorni di riposo compensativi e permessi quotidiani, una cosa mai vista da Anna nella sua esperienza.

"No, non avevamo permessi per assentarci. Poi ho saputo solo dopo che due ore al giorno si potevano prendere di permesso di diritto. Se non davamo un preavviso di assenza di almeno 15 giorni, ci decurtavano lo stipendio: per esempio se ti assentavi per un week-end, su 1.100 euro te ne toglievano 300".

"Dopo -continua Anna- ho smesso di fare H24 e mi hanno messo su una persona anziana che aveva solo bisogno di aiuto cucina e queste cose qui: all'inizio era più semplice, ma poi il signore si è aggravato e siamo finite in due ad accudirlo, io di giorno e la collega di notte", racconta ancora Anna.

I pagamenti arrivavano, anche se -come già riferito dalle sue colleghe- ogni volta bisognava sollecitare il 'disbrigo della pratica'. "Poi, per quattro mesi, non mi hanno più pagato". Anche qui il solito gioco di rimandi e dilazioni, di conti che non funzionano e pagamenti non andati a buon fine.

Disagio e rabbia ora sono le sensazioni della 39enne: "Io faccio conto che quei soldi che mi devono non ci sono più. So che i tempi sono lunghi, mi piacerebbe riverderli. Ho sempre lavorato, anche davanti ai 'ti pagherò', poi però arriva un punto dove gli dici 'o me li dai o me ne vado io'.

Badanti sfruttate, Fp-Cgil: "Dalle denunce spuntava sempre lo stesso nome"

La Fp-Cgil è sul piede di guerra per questo caso. Se ne occupa Silvia Marani, che da un anno e mezzo raccoglie e coordina il lavoro di raccolta delle segnalazioni che proviene da diversi settori del sindacato: capita che ad esempio un'assistente domestica si rivolga alla Filcams (commercio), in altri casi può essere lo Spi (pensionati) a segnalare una irregolarità nel mondo dell'assistenza domiciliare.

"Ma dalle denunce e dalle segnalazioni spuntava sempre lo stesso nome" ovvero quello della imprenditrice 43enne messa ai domiciliari l'altro giorno. Inoltre il perimetro della rete di sfruttamento parrebbe essere più ampio dei 300 casi contestati alla titolare dell'agenzia indagata. "Per lo più le forme di contratto erano il co.co.co. anche se poi è risultato che moltissime lavoratrici prestavano il servizio h24", rapporto quest'ultimo regolato "da uno dei contratti più chiari di tutta la disciplina".

Marani, riassume: "Qui si è giocato su una doppia fragilità: la fragilità delle famiglie, che hanno l'onere di trovare assistenza per il proprio caro, e quella delle lavoratrici, spesso cercate in condizioni di necessità economica". E infine, un aspetto inquietante: "Ci giungono segnalazioni che, nonostante tutto quello che è successo, un socio di questa agenzia stia ancora in questi giorni contattando le badanti per dire loro di continuare a lavorare" conclude la sindacalista.

Ricorso agli avvocati per gli stipendi arretrati

Badanti sfruttate, partono le cause per gli stipendi non pagati
Gli avvocati Bruno Laudi e Clelia Alleri si stanno occupando dei risarcimenti in sede civile. "In tutti i casi approfonditi abbiamo complessivamente contestabili 150mila euro di arretrati" osserva Alleri "si tratta di posizioni che individualmente variano tra i 5mila e i 15mila a testa".

I beni societari sono però difficilmente aggredibili: "Abbiamo già 'guardato' nei conti correnti" prosegue Laudi "ma lì non c'è molto. Più facile ottenere qualcosa dal processo penale (dove le badanti potrebbero costituirsi parte civile)". I tempi però, come già emerso, saranno lunghi, anche solo per accedere al fondo di garanzia dell'Inps e vedere riconosciuti almeno gli ultimi tre mesi di stipendio e il Tfr.  
 

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