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Coronavirus e locali, chiavi in mano a Merola: "Tavolini sulle strisce blu" | VIDEO

L'idea del sindaco di Bologna di fronte alla delegazione capitanata da Giovanni Favia

 

Utilizzare lo spazio delle strisce blu per aiutare locali e ristoranti bolognesi ad avere più spazio con cui rispondere agli obblighi del distanziamento sociale, in vista della riapertura dal 1° giugno. È l'idea lanciata dal sindaco Virginio Merola stamattina, mentre riceveva una chiave simbolica dei locali da parte dei loro gestori in allarme per un rischio di chiusure e fallimenti a catena data la mancata erogazione di contributi dello Stato.

Merola, di fronte alla delegazione capitanata da Giovanni Favia, ex esponente del M5s e ora ristoratore nel centro storico, afferma: "Per quanto ci riguarda, noi faremo il possibile per limitare le imposte comunali, anche per questo attendiamo il decreto (del Governo, ndr) e faremo il possibile perché la fase di riapertura, che ad ora è fissata all'1 giugno, vi permetta di sostenere meglio la situazione con i dettagli della vita comunale".

Ad esempio, se un locale dovrà dimezzare i posti, "utilizzeremo tutta la stagione estiva perché al posto delle strisce blu ci siano i tavolini del ristorante, indipendentemente dalla grandezza del locale. Dobbiamo fare in modo di riaprire tutti in sicurezza. Il nostro sostegno c'ètutto", conclude Merola. 

La consegna delle chiavi

"Siamo venuti per darti questa chiave simbolica dei nostri locali perché quello che stiamo sentendo dire da parte del Governo farebbe sì che le nostre attività non riuscirebbero più ad aprire". Con queste parole alcuni esercenti bolognesi hanno consegnato al sindaco Virginio Merola una chiave simbolica dei locali del centro storico, per denunciare la situazione di grave rischio dei loro dopo due mesi di stop imposto per il coronavirus.

L'obiettivo "non è una protesta contro il sindaco", ma anzi di chiedergli di essere "portavoce con il presidente del Consiglio dei nostri problemi, che sono problemi di tutta Italia". L'allarme lanciato infatti è serio: le imprese non hanno ancora ricevuto gli aiuti necessari, e chi ne ha fatto richiesta si è scontrato con la trafila burocratica, considerato che "gli istituti bancari sono aperti al 20% quindi non si riesce proprio ad avere accesso fisicamente alla banca per iniziare le pratiche che comunque sono lunghe e complesse", denuncia Giovanni Favia, a capo della delegazione.

"Ci sono attività che in centro storico pagano 9mila euro al mese di locazione. Il decreto sulle locazioni, i soldi per compensare le locazioni, ancora non ci sono. Siamo fermi. Questo è un grido disperato. Se loro non sono capaci... Noi capiamo che ci siano da trovare tanti soldi, ma non sei obbligato a stare in quel palazzo su quella poltrona", dicono riferiti a Giuseppe Conte. "Se ritieni di non essere capace fatti da parte perché non c'è alternativa a trovare questi soldi".

Ancora, "qui sta iniziando una crisi legata al turismo, al fieristico, a tanti aspetti importantissimi per le nostre attività e i nostri fatturati che saranno falcidiati, e vediamo che non c'è una strategia economica", prosegue Favia. Il rischio è di un "effetto domino" che andrà a colpire le piccole e medie imprese di commercio e pubblici esercizi, vale a dire "la spina dorsale del paese", quelle che "hanno il maggior numero di occupati e sono il maggior numero assoluto di imprese presenti sul territorio italiano".

Per questo, secondo Favia, "non si può più aspettare, le aziende falliranno. Noi ci aspettavamo tempestività, procedure alternative. Invece la cassa integrazioneè  l'unica cosa che hanno predisposto, hanno seguito il vecchio sistema borbonico, che ha inceppato tutto, I nostri dipendenti non hanno ancora ricevuto lo stipendio di marzo e ci chiamano disperati".

Due mesi di chiusura hanno generato un "durissimo colpo perché si è interrotto il flusso di cassa e aiuti veri alle aziende non sono arrivati, quando i colleghi che sono andati all'estero ci dicono che hanno già ricevuto gli aiuti, e parlo di paesi del G7". La casistica è vastissima: ci sono "aziende del settore che sono aperte, come le aziende che forniscono i bar, ma hanno ridotto il fatturato del 90%; ci sono imprese femminili che hanno aperto grazie a finanziamenti e ora non sanno come fare; giovani sotto i 30 anni che hanno aperto inseguendo una speranza... Tutto questo sta finendo e non vediamo una prospettiva".

Merola offre il suo appoggio. "Prendiamo questa chiave con l'impegno di riconsegnarla al più presto, perché dobbiamo lavorare tutti per una riapertura adeguata. Condivido pienamente quanto detto da Favia e mi farò interprete come sto già facendo".

Per il sindaco, "la questione essenziale e da sottolineare tutti insieme è che c'è troppo ritardo nell'arrivo delle liquidità e troppa burocrazia sull'erogazione dei conti. Bisogna trovare un sistema per rendere ancora più semplice questa modalità, perché siamo all'assurdo di misure stanziate che non arrivano nel tempo giusto e oggi il tempo giusto è fondamentale, perché si tratta di sopravvivenza. Quindi avete tutta la mia comprensione", conclude il sindaco.

Al momento, per quanto riguarda gli esercenti, c'è stata un'adesione "del 99%" all'iniziativa di protesta simbolica, con una curva di crescita esponenziale "vera e in tutta Italia, non solo a Bologna". Sul capoluogo emiliano al momento "siamo circa 200, ma arriveremo a circa un migliaio. Ogni contatto che abbiamo avuto è stato un'adesione. Dovremo unire tutto il commercio".

L'iniziativa di stamattina fa seguito alla manifestazione nazionale "Risorgiamo Italia", durante la quale gli esercenti hanno acceso le luci delle loro insegne e vetrine. A Bologna, dove si sono riuniti sotto il gruppo Facebook 'Movimento imprese ospitalità-Bologna', "ne abbiamo fotografati circa 200, ma non siamo riusciti ad andare nella maggior parte dei locali". Una protesta che è "pacifica e responsabile, ma in questo mese siamo pronti ad andare avanti se non verremo ascoltati". (Dire)

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