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Slang e friggione, la "bolognesità" secondo i bolognesi

Le usanze locali stanno morendo, lasciando posto a nuovi slang giovanili. I bolognesi doc? in periferia, perché in centro "l'é tôt an sgumbèi!" Ecco come se la cavano i cittadini alle prese con dialetto e ricette nostrane

Bolognesi a Bologna, bestia rara. Trovare un individuo nato e cresciuto dentro porta è veramente difficile, soprattutto nel weekend. Turisti stranieri, studenti fuori sede, tutti approdano in città e tutti ripartono. Secondo i dati del Comune, in un anno Bologna ricambia 1 cittadino ogni 5. Di conseguenza, il dialetto, gli usi e i costumi, ne risentono. Ne sanno qualcosa i pochi bolognesi rimasti a vivere dentro le mura: il dialetto è merce rara, e anche i baby-boomers (i nati tra gli anni ‘50 e gli anni ‘70, ndr) stentano a buttare giù una sola frase in bolognese stretto. «Già i miei genitori non lo parlavano più» commenta un signore sulla cinquantina, che ricorda come scolarizzazione e fuga precoce dalle campagne verso le industrie abbiano indebolito la trasmissione della parlata volgare tra le generazioni.

«Ma in periferia e in provincia lo parlano ancora» è il commento di un venditore di antiche stampe del mercato degli antiquari di Santo Stefano. Facendo un giro, si percepisce che sotto alla cenere della tradizione, la brace delle usanze locali covi ancora. I giovani, è vero, non parlano più in dialetto, ma hanno sviluppato tutta una serie di vocaboli esclusivamente locali, che si sostituiscono alla parlata volgare delle “nonne”, in una sorta di bolognese 2.0. Come “cartola”, usato per indicare una persona popolare e in gamba, o “biga” per dire bicicletta, oppure ancora “bella vèz” per salutare un sodale, e infine “brenso”, per indicare una sensazione breve ma intensa, come quando si assaggia una cotoletta alla petroniana. La pagina Facebook “Il regaz di Bolo”, quasi 55mila like, contiene una vasta gamma di termini gergali tipici delle due torri. Ma il dialetto no, quello è quasi da museo. (GUARDA LE VIDEO INTERVISTE)

Esiste quindi una bolognesità? «Diciamo che il bolognese è un bonaccione, che però non ama essere preso per i fondelli» dichiara un padre, un poco imbarazzato dinanzi al figlio. Un giovane in pausa pranzo davanti i tavoli di un ristorante spiega come i bolognesi siano sempre stati particolari amatori dello stare in compagnia, «ma ora, con i social network, non ci si da più appuntamento in piazza o al bar». Ecco, i bar. Mentre un tempo erano una sorta di tempio della chiacchiera, vero e proprio termometro della politica locale, ora sono stranamente silenziosi. I capannelli di anziani che commentavano le decisioni del sindaco o le misure di economia messe in atto dal governo, non esistono più. Al loro posto slot-machine, e il freddo battere dei pulsanti sui tasti. «L'é cambié incôsa», è cambiato tutto, esclama una signora.

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orse i bolognesi, e la bolognesità, sono stati solo superati, da qualcos’altro. E’ il parere di un insegnante, a passeggio per via Farini: «I bolognesi oggi, soprattutto i giovani, guardano alle grandi capitali internazionali. Ritornano, sì, ma solo dopo che si sono formati all’estero, e a volte non tornano nemmeno». E i più anziani? Un signore, seduto allo storico bar Zanarini, non ha dubbi: «Guardi, i bolognesi si sono presi la casa fuori città, nessuno ormai ama più abitare in centro… l’é tôt an sgumbèi! (è tutto uno scompiglio, ndr)». E a guardare alle trasformazioni del centro storico, con negozi di cibo “street-food” che aprono al posto di storici ritrovi, di scompiglio ce n’è tanto. 

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