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Camplone, nuova Direttrice Distretto Ausl: "Le persone più povere e fragili si ammalano di più, intervenire sulle cause"

L'INTERVISTA. La nuova Direttrice del Distretto Reno, Lavino e Samoggia dell'Ausl di Bologna è tra le più giovani a ricoprire questo ruolo: "La pandemia ha fatto emergere le problematiche strutturali dei nostri sistemi, quindi siamo chiamati a ripensarli"

"Il direttore di distretto è delegato dal direttore generale, con una nomina fiduciaria, e ha tre compiti: committenza, garanzia e integrazione, come dicono sia la legge regionale che l'atto aziendale: committenza, valutare i bisogni della popolazione e definire il fabbisogno di servizi, garanzia, ossia verificare che questo accada e quindi lavorare su tutto il territorio in maniera integrata".

A spiegarlo a Bologna Today è Ilaria Camplone, nuova Direttrice del Distretto Reno, Lavino e Samoggia dell’Azienda Usl di Bologna, tra le più giovani a ricoprire questo ruolo. 

In pratica, qual è il suo compito?

"La nostra organizzazione sanitaria è divisa in dipartimenti, il mio compito sul territorio è quello di integrare il lavoro dell'azienda Ausl con quello degli enti locali e dei sindaci. E poi c'è il Comitato di distretto, costituito dai sindaci e dal direttore del distretto. A breve nomineremo il cosiddetto CCM, Comitato Consultivo Misto, del quale fanno parte i rappresentati delle associazioni, della società civile e dai rappresentanti Ausl, in pratica quel mondo a cavallo tra il sociale il sanitario.

Ad esempio, riguardo ad anziani e disabili nelle CRA o che frequentano centri semi-residenziali diurni, si opera fornendo cure integrate ai bisogni sociali. Se hanno bisogno di essere visitati, di ricevere un pasto, di essere aiutati se allettati..."

Si legge che ha "sviluppato interesse nell’ambito della medicina sociale e comunitaria", di cosa si tratta?

"La medicina sociale è una sottocategoria della sanità pubblica, si relaziona alla popolazione, non solo intesa come utenza passiva, ma valutando le dinamiche sociali, fondamentali per gli esisti in salute.

Da una letteratura sterminata sappiamo che le persone si ammalano in maniera diseguale, la malattia non è distribuita in maniera casuale nella popolazione, ma colpisce maggiormente le fasce più deboli, con istruzione e reddito inferiori, che abitano in case disagiate, che occupano il livello più basso della scala sociale. 

C'è un gradiente in pratica, mortalità e malattia sono distribuite in maniera graduale: chi negli studi si è fermato alle elementari si ammala di più rispetto a chi ha preso il diploma di terza media, e così via...  Con la medicina sociale interveniamo su quelle che sono le cause della malattia, non solo con un fatto curativo, con ambulatori e centri di cura, ma collaborando con gli enti locali e i servizi sociali.

Uno dei dati che emerge è che il lato relazionale è fondamentale: a parità di istruzione e reddito, casa e malattie pregresse, per un anziano, ad esempio, il fatto di avere una rete relazionale fa una enorme differenza". 

A mio avviso la pandemia ha fatto emergere delle problematiche strutturali dei nostri sistemi, quindi siamo chiamati a ripensarli, non ho la soluzione  in tasca ovviamente.

Qual è la difficoltà maggiore che pensa di dover affrontare in tempi brevi?

"Stiamo lavorando moltissimo sulle vaccinazione, che sono in capo ai direttori di distretto, quindi la campagna vaccinale occupa l'80% del mio tempo di lavoro, portare la vaccinazione possibilmente a tutta la popolazione è la prima sfida. A mio avviso la pandemia ha fatto emergere delle problematiche strutturali dei nostri sistemi, quindi siamo chiamati a ripensarli, non ho la soluzione  in tasca ovviamente. 

Di concerto con tutti gli attori del territorio, ci poniamo il problema della residenzialità degli anziani. Che risposta abbiamo dato fino ad oggi? Si invecchia, si è soli, si hanno i figli lontani, quindi si va in una struttura e ci si rimane praticamente per sempre. Tutto questo è da ripensare.

E' necessario provare a sperimentare forme diverse, a partire dal domicilio che deve diventare il nostro punto di riferimento, naturalmente deve essere adeguatamente strutturato per poter stare al passo con i bisogni della popolazione anziana. Quindi, trovare forme nuove, gruppi appartamento, ripartendo dai luoghi, dove le persone, non appiattite sul loro essere utenti, possano vivere una vita degna.

Discorso a parte, le grandi residenze con decine di ospiti potrebbero diventare luogo di focolaio, molto pericoloso. Sugli anziani malati è difficile vedere alternative, ma mi chiedo è possibile fare qualcosa per ritardare il più possibile l'ingresso in struttura". 

Come si è arrivati a questo?

"Non trovano una badante o non se la possono permettere, ma ci possono essere altre strade... Si diceva la stessa cosa dei pazienti psichiatrici, sono pericolosi, devono essere confinati eccetera, con un cambiamento culturale enorme, si è giunti a reinserirli in un tessuto sociale.

Le nostre società progrediscono verso l'ìnvecchiamento in maniera molto veloce, quindi o assumiamo che, una volta diventati anziani, ci va bene essere trattati così o dobbiamo cambiare qualcosa. ". 

In questo momento, qual è il messaggio che si sente di dare?

"Mantenere la guardia alta, questo riguarda anche i vaccinati, quando e se riapriranno le attività. Non vuol dire chiudersi in casa, questo lo sottolineo, ma stare all'aria aperta osservando piccole accortezze che ci permettono vivere una vita soddisfacente, quasi piena, ma sicura.

Evitare di chiudersi in un bar, per esempio. La mascherina e l'igienizzazione delle mani fanno una grande differenza. Dobbiamo dare alla cittadinanza gli strumenti cognitivi per dirimere tutte quelle domande che si pone ogni giorno.

Se si accusano alcuni sintomi o se si sa di aver avuto contatti con positivi, non aspettare l'esito del tampone per isolarsi, ma farlo subito, per proteggere la comunità e noi stessi. 

Ad esempio, mi hanno inviato a pranzo. Ok se mangiamo all'aperto, ci sistemiamo distanziati a tavola, bisogna sempre avere uno sguardo clinico e cercare di operare in sicurezza, pur conservando le attività di socializzazione. Vediamo ad esempio sempre gli stessi amici, cerchiamo di creare delle bolle, quindi ragionare". 

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Chi è Ilaria Camplone

Nata a Pescara e laureata in Medicina e Chirurgia a Chieti presso l’Università Gabriele D’Annunzio, si è specializzata in Igiene e Medicina Preventiva all'Alma Mater. Durante il suo percorso formativo ha sviluppato interesse nell’ambito della medicina sociale e comunitaria acquisendo una visione della salute come frutto dei determinanti sociali.

Dal 2009 collabora con il Centro Studi e Ricerche in Salute Interculturale e Internazionale presso l’Università di Bologna. In tale contesto ha maturato varie esperienze di studio e ricerca in diversi paesi del mondo e partecipato a reti e progetti nazionali ed internazionali sui temi della salute globale, diseguaglianze ed equità in salute, organizzazione dei servizi sanitari.
Dal 2016 al 2018 ha coordinato presso l’Università di Bologna il Corso di Alta Formazione in Cure Primarie e lavorato come ricercatrice in Agenzia Sociale e Sanitaria Regionale su temi di organizzazione dell’assistenza territoriale.

Dal 2018 è dirigente medico nel Dipartimento Cure Primarie dell’Azienda Usl di Bologna dove è stata referente per i Quartieri Savena e Santo Stefano, responsabile del Poliambulatorio e dell’USCA Mengoli.
A Bologna ha importato, da Trieste, il progetto “Microaree”, progetto interistituzionale di prossimità, promozione della salute e integrazione tra servizi sociali, sanitari e comunità, che ha l’obiettivo di migliorare le condizioni di salute degli abitanti delle zone più disagiate dell’area metropolitana. Tale progetto, già sperimentato con una micro-èquipe di prossimità (formata da 1 operatore sanitario e 2 assistenti sociali) in Piazza dei Colori nel quartiere S.Donato/S.Vitale, a breve sarà ulteriormente sviluppato a livello aziendale. (Fonte curriculum: Ausl Bologna)

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