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Mercoledì, 1 Dicembre 2021
Cronaca

Cosa accade dietro le sbarre? Il carcere della Dozza raccontato da dentro

L'INTERVISTA. La recente operazione che ha portato alla denuncia di un uomo che tentava di introdurre telefoni con un drone, rimette al centro dell'attualità le problematiche degli istituti di pena. Intervista a 360 gradi a Nicola D'Amore, sovrintendente di polizia penitenziaria e vice segretario regionale del sindacato di polizia penitenziaria

La recente operazione della squadra mobile di Bologna, in collaborazione con la polizia penitenziaria, che ha portato alla denuncia di un uomo, trovato all'esterno del carcere della Dozza, mentre tentava di introdurre telefoni e altro materiale con un drone, rimette al centro dell'attualità le problematiche degli istituti di pena. 

Per fare il punto sul penitenziario bolognese, Rocco D'amato, meglio noto come "Dozza", Bologna Today ha incontrato Nicola D'Amore, sovrintendente di polizia penitenziaria e vice segretario regionale del sindacato di polizia penitenziaria, Sinappe.

Il carcere "della Dozza"

Attualmente i detenuti sono 750 a fronte di una capienza massima di 500, più della metà sono stranieri, 60 le donne. Gli operatori penitenziari sono 400, 50 sono donne. Non ci sono detenuti al 41bis, ma solo nella sezione 'alta sicurezza', ovvero destinata alla criminalità organizzata, con poco meno di 100 detenuti, italiani e stranieri. 

C'è chi pensa che il carcere debba essere solo punizione ed espiazione...

Il carcere oggi deve essere considerato un quartiere della città, pensato come risorsa, altrimenti rimane una fabbrica di detenuti. Deve togliere la libertà e non la dignità delle persone. 

I cittadini che pensano che il carcere debba essere sofferenza, li definirei analfabeti, non conoscono la Costituzione, in particolare l'articolo 27 ('Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato' - ndr), li inviterei a considerare inoltre che il nostro paese è stato condannato dalla Corte europea di Strasburgo per il trattamento inumano dei detenuti e per questo paga. A un detenuto puoi anche fornire la play station, lo Stato gli ha tolto la libertà, il supplizio, semplicemente, non è previsto dalla legge. 

Veniamo al carcere bolognese, com'è la situazione?

Ormai il tema del sovraffollamento è dato come acquisito, le leggi Bossi-Fini e Fini-Giovanardi (*/**) sono state in parte modificate, a Bologna arrivavano anche persone accusate di reati migratori, ossia che scappavano dalla guerra, dalla povertà, o con pochi grammi di stupefacenti. Nel 2010-2011, c'erano più di mille detenuti alla Dozza. All'epoca si volevano addirittura creare le carceri galleggianti...

Anche oggi, tuttavia, vedo gente che colleziona pene ultra-decennali per spaccio, mentre per i reati legati alla criminalità organizzata, a volte si paga meno, questi soggetti hanno più potere d'acquisto, possono permettersi avvocati costosi. 

E poi, la carenza di personale, su un piano detentivo, la mattina, a fronte di 200 detenuti ci sono 4 poliziotti, gli educatori sono solo 6, non possono farsi carico di questi numeri, un educatore segue oltre 200 persone. 

Ci sono anche lati positivi nell'istituto bolognese?

Certo, a Bologna i detenuti vengono responsabilizzati, se sbagliano però si giocano tutto. La sanità carceraria funziona anche se ultimamente manca qualche medico. Ha sicuramente delle potenzialità.

Sul piano professionale, il merito va al nostro comandante: nonostante le difficoltà, ha dato una buona organizzazione al lavoro. 

Inoltre è stata redatta dall'Osservatorio carcere della Camera penale di Bologna, con la collaborazione del Garante regionale, un'ottima piattaforma di consultazione, una sorta di vademecum per orientarsi negli articoli dell’ordinamento penitenziario finalizzati a ottenere misure alternative al carcere, rivolto alle persone ristrette, a cura degli avvocati Stefania Pettinacci, Chiara Rizzo e Marco Federico Strozzi. 

C'è un problema della radicalizzazione?

Alla Dozza c'è attenzione ai dettami della Costituzione e alle confessioni religiose, c'è anche una moschea. La maggior parte dei detenuti stranieri è di religione musulmana, si garantisce anche il pasto islamico e si può osservare il ramadan. 

Sappiamo invece molto poco dei detenuti di fede islamica provenienti dai Balcani. Dalla morte di Tito e la dissoluzione della Jugoslavia è successo di tutto. La radicalizzazione c'è, e, lo sappiamo, attecchisce nei ghetti. Sottolineo sempre che la responsabilità penale è personale e non etnica, quindi come avveniva per i meridionali in passato, le dinamiche di oggi sono simili. 

Quindi qual è concretamente il problema?

Le carceri italiane non riescono a socializzare, una volta si diceva rieducare, dovrebbero invece essere anche in grado di tirare fuori i valori delle persone. Nessuno nasce delinquente, no quindi alla succursale del quartiere difficile, ma se l'amministrazione è poco attenta, è complice di questa situazione.

Per gli stranieri che commettono reati comuni, o per sopravvivenza, i progetti sono deboli, la devianza riporta dentro se non ci sono percorsi seri e così il carcere diventa il contenitore di tutti i disagi della società. 

Quindi, pene alternative?

Molti detenuti a Bologna potrebbero beneficiare di pene alternative, ma non hanno casa, lavoro e qui dovrebbe entrare in gioco l’istituzione. Non ha senso tenere parcheggiate persone che quando usciranno continueranno a delinquere, ad esempio con meno di 4 anni non dpvrebbe essere prevista la detenzione. Servirebbe alla persona e alla società, è un atto di coraggio, ma il legislatore o il politico che parla di carcere talvolta allontana l’elettorato. 

Cosa chiedete al nuovo sindaco? 

Progetti per lavori di pubblica utilità, previsti per altro dall'ordinamento penitenziario. Potrebbero comprendere la gestione del verde pubblico ad esempio. L'ex assessore alla sicurezza, Alberto Aitini, aveva avviato un programma lavorativo per la raccolta indifferenziata all'interno del carcere, che non c'è, ma poi è arrivata la pandemia e si è bloccato tutto. Durante un incontro, durante la corsa alle primarie, il sindaco Matteo Lepore parlò proprio di carceri, rimasi contento e meravigliato. Quindi imprese bolognesi e istituzioni possono essere coinvolte. 

Insisto, la Dozza come ogni istituto non deve essere una realtà a parte, io sono napoletano, a Scampia hanno creato un carcere, un disagio concentrato, con la differenza è che in via del Gomito o a Poggioreale c'è il muro di cinta con i poliziotti che controllano. 

Come si possono realizzare i progetti lavorativi?

Il carcere dà lavoro a poche persone, a tempo determinato, per dare spazio a tutti, si tratta però di lavori domestici, non spendibili da un detenuto quando esce. E' comunque importantissimo perchè l'ozio in carcere è pericoloso. 

La città che vede il carcere come una risorsa, che è disposta a entrare dentro, fare impresa e formare i lavoratori, si troverà davanti a una realtà diversa dalla recidiva. 

Ad esempio il caso dei caseificio inaugurato nel 2017 per la produzione di mozzarelle di bufala all'interno del carcere. Gli impianti sono costati circa 400mila euro, ma a un certo punto i detenuti non venivano più pagati, ora è chiuso e gli impianti sono fermi. 

Si sono verificate diverse aggressioni alla Dozza....

Il poliziotto penitenziario non deve solo occuparsi di sicurezza, un carcere chiuso non serve a fermare la spirale di violenza e il malcontento e continua a produrre recidiva. 

Il direttore fa quello che può, la rete del riscaldamento ogni tanto esplode, in estate problema dell'acqua, gli impianti idrici sono vecchi di 40 anni... 

In carcere c'è molto arbitrio, c'è sfiducia, il nostro è un lavoro tossico, la linea che divide carcerato e carceriere è labile, mentre dovrebbe essere ben delineata, altrimenti con il tempo diventi anche tu poliziotto un carcerato. 

Come avete gestito la pandemia? 

Con celle senza docce, 50 persone che solitamente devono lavarsi in 3 postazioni. E' inaccettabile, non da paese civile. Uno stato che non riesce ancora a costruire le docce nelle celle... Dalle 8 di sera, se un detenuto si vuole lavare, non può. 

L'atteggiamento del legislatore è solo quello di costruire nuove carceri, ma bisognerebbe rimodernare le vecchie strutture, abbiamo celle da 10 mq con due persone. La pandemia da covid è gestita abbastanza bene, il materiale arriva.

Purtroppo non sono ripartiti ancora nè le attività del Coro Papageno, nè il cinema, avevano donato circa mille film alla sezione penale. 

Cosa rimane dei disordini dell'anno scorso?

Davvero un brutto ricordo, quasi tutte le sezioni sono state ricostruite. 

E la sezione femminile e il nido?

Tutt'altra cosa, una bella realtà, organizzata e tenuta molto bene, c'è un bimbo simpaticissimo di due anni e mezzo, ma i bambini non dovrebbero stare in carcere, questa è una piaga, ed è anche da solo. 

Manca la progettualità sul nido, un collegamento tra istituzioni e servizio esterno, il quartiere per capirci. Il grosso del lavoro lo stano facendo le colleghe, perchè sono mamme. A Bologna c'è una sensibilità diversa. 

Il carcere è cambiato negli anni? 

Fino a 20 anni fa, si sentiva parlare solo siciliano, napoletano, calabrese e un po' pugliese. Delle dinamiche criminali di certi paesi conosciamo poco. Mentre nel carcere si introducono droni professionali e smartphone, noi abbiamo una vigilanza armata anacronistica, ci affidiamo ancora agli occhi dei poliziotti che poi diventano capri espiatori. 

Le leggi sono datate: le carceri cominciarono a cambiare con gli anni di piombo, quando vennero arrestati esponenti della lotta armata, ovvero quando entrò il sapere, quindi da lì la legge 354/75 sull'ordinamento penitenziario, prima c'erano ancora le leggi del fascio, poi la Gozzini del 1986 che mise in campo la flessibilità e la rimodulazione delle pene. 

I telefonini che spesso vengono trovati nelle celle, servono a impartire o prendere ordini o semplicemente a comunicare?

Con un’attività investigativa interna, poi passata alla squadra mobile, abbiamo scoperto la tecnica del drone. Con la pandemia, il legislatore ha implementato le telefonate, le videochiamate skype ad esempio. A un detenuto italiano separato che non vedeva la figlia da due anni, consigliai di fare una richiesta al magistrato di sorveglianza per chiamarla con skype.

L'amministrazione ha superato il gap tecnologico, c'erano detenuti stranieri che da 20 anni non vedevano le famiglie, quindi gli strumenti legali ci sono, probabilmente nell'ultimo caso avevano altri fini. La corruzione nelle carceri c'è e ci sarà, entra di tutto perchè a Bologna la struttura è aperta quindi la città entra in carcere. 

La droga entra, potrebbero entrare pistole, se il detenuto decide di evadere non sega le sbarre, ma si fa arrivare  una pistola con un drone. Le perquisizioni vengono effettuate con il metal detector, che non rileva telefoni e droga. C'è da gestire il clima di sospetto che influisce su tutto, anche sul personale. 

Qual è il modello da seguire? 

Come sempre quello dei paesi scandinavi, della Germania e anche della Spagna. Peggio di noi forse c'è solo Malta. E in Italia, la Lombardia, le carceri di Opera, San Vittore e Bollate sono all'avanguardia. 

Cosa chiedete voi poliziotti penitenziari all'amministrazione carceraria? 

Al garante nazionale, Mauro Palma, chiedo di avviare un progetto di scambi lavorativi tra il personale penitenziario (non solo di polizia) con i loro omologhi nei paesi europei.  

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*La legge Bossi-Fini (30 luglio 2002, n. 189) in tema di immigrazione prevede: impronte digitali degli immigrati al momento del rilascio o del rinnovo del permesso di soggiornoespulsioni con accompagnamento alla frontiera, permesso di soggiorno a fronte di un contratto di lavoro, durata permesso di soggirono più breve, respingimenti in acque extraterritoriali e reato di favoreggiamento delll'immigrazione clandestina. 

** La legge Fini-Giovanardi (n. 49 del 2006) aboliva la distinzione giuridica tra droghe leggere e droghe pesanti e reintroducendo la punibilità anche per la detenzione personale di stupefacenti.

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