Carcere Dozza, la testimonianza: "Si teme il Coronavirus e non è facile far rispettare ai detenuti la pulizia degli spazi"

Intervista a un agente di Polizia Penitenziaria che racconta come è la vita in carcere ai tempi del Covid-19

Alcuni detenuti sul tetto del carcere durante la rivolta

Scoppiata l’emergenza Coronavirus in Italia, le rivolte a ruota nelle carceri sono passate in sordina. Se in un altro momento sarebbero state all’attenzione di tutti, oggi restano solo una brutta pagina di un fine settimana di marzo. Ma per quelle rivolte c’è chi ne paga ancora il prezzo, come gli agenti della polizia penitenziaria costretti, oggi, a continuare a lavorare in sezioni dove l’intossicazione è dietro l’angolo a causa delle esalazioni emanate dal materiale plastico bruciato in alcuni bracci dai rivoltosi. Così come a Bologna, alla Dozza, dove aprire le finestre non basta. Dove chiedere interventi non basta perché c’è da lavorare, e davanti al dovere, al senso di responsabilità e allo stipendio a fine mese non ci si può fermare. A decidere di raccontare in anonimo a BolognaToday la vita e le difficoltà che quotidianamente si affrontano in carcere è un uomo, che da anni svolge parte della sua vita all’interno della Dozza, indossando una divisa.

Come è stata possibile una rivolta? E com’è oggi la situazione? “Nella rivolta i primi a partire sono stati i detenuti del carcere di Salerno, e poi piano piano questa presa di posizione si è allargata. C’era la preoccupazione del contagio da Coronavirus e la televisione ha fatto da catalizzatore, e improvvisamente è scoppiata una violenza irrazionale. Se pensa che in un piano detentivo ci sono circa 200 detenuti e solo 3 o 4 agenti che tentano di mantenere sempre la calma si capisce subito come hanno fatto.  Gli agenti sono disarmati, hanno solo il dialogo da poter usare. A oggi in carcere c’è silenzio e tanta preoccupazione, perché in questo momento, nonostante quello che è successo, i timori più grandi sono legati alla possibilità di contagi da Coronavirus”.

Nel corso della rivolta sono stati dati alle fiamme suppellettili e materiale vario. In quelle aree è stata fatta una bonifica?  “C’è il padiglione giudiziario che è stato non dico distrutto ma devastato dai rivoltosi. A causa di quello che hanno bruciato, tra sedie, arredi, computer e suppellettili, c’è tantissima fuliggine sui muri che viene inalata da chi in quella parte del  carcere ci lavora, e primi problemi sono stati già riscontrati. Ci sono guardie penitenziarie a casa per intossicazione. La struttura è stata dichiarata agibile, ma lì dentro non si può stare. In quella precisa parte non ci sono detenuti, ma gli uffici, o meglio quello che ne resta, ed è sempre più difficile”.

Il reparto più difficile? "Credo il primo e secondo piano giudiziario, dove ci sono detenuti spesso non comunitari, passati da uno stato di sopravvivenza fatto di e furti e spaccio, al carcere. Ci sono poi persone con problemi psichici o con problemi di tossicodipendenza. Ad esempio chi ha partecipato alla rivolta tra le prime cose ha assaltato l’infermeria per prendere farmaci, ma fortunatamente  il metadone non era li.  Ma ci sono sezioni dove si fanno percorsi e trattamenti mirati per creare opportunità, come il penale e il femminile, che non  hanno partecipato alla rivolta e dove c’è la possibilità di recuperare le persone avviando anche percorsi formativi, di creare attività di intrattenimento, e dove è più facile, mi passi questo termine, lavorare. Cercare di fare formazione al personale, aiutarlo e supportarlo, così come creare situazioni di non disagio ai detenuti è fondamentale in un carcere, qualsiasi esso sia"

Avete  dotazioni per affrontare un'emergenza Coronavirus? "Il carcere ha fornito, ma non a tutti, mascherine del tipo FFpp2, che tecnicamente sono usa e getta ma vengono utilizzate anche dieci giorni, e mi è giunta voce che la Protezione Civile ha donato mascherine chirurgiche. Devo dire però che sapone, disinfettati, guanti e distanziatori ci sono, ma non è facile invitare i detenuti a far rispettare pulizia, a far areare gli spazi".

Sono stati registrati casi di Coronavirus? "Che io sappia no, ma c’è tanta paura, soprattutto da parte di tutti gli operatori, ma cerchiamo di mantenere la massima igiene".

Le condizioni lavorative, anche prima della rivolta e prima del Coronavirus, sono sempre state complesse? "La situazione è sempre difficile. Pensi che adesso nella palestra del personale penitenziario sono state allestite salette per videoconferenze o aree libere destinate a qualsiasi emergenza. C’è sicuramente bisogno di un punto di ascolto per chi lavora in carcere, che aiuti a vivere nonostante tutto quello che vediamo e con cui conviviamo. Possiamo tranquillamente dire che noi siamo reclusi come queste persone per tutta la durata delle ore di lavoro. Abbiamo a che fare con detenuti che soffrono di malattie mentali e difficili da gestire, persone tossicodipendenti. Lavoriamo a stretto contatto con infermieri e tutto il personale del carcere, praticamente siamo in supporto a tutto e tutti ma c’è un mancato adeguamento delle strutture, e soprattutto non c’è formazione e aiuto".

Quali problemi deve affrontare quotidianamente un agente? "Ogni volta che c’è da affrontare qualcosa c’è tutta una gerarchia da seguire e rispettare che allunga i tempi di intervento, e spesso è frustrante. Viviamo in un ambiente che amplifica le sensazioni  ed esaspera i problemi. Il vero male è il limite culturale, c’è tanta gente che ha voglia di lavorare, che si impegna, tutti danno tutto quando sono li dentro ma i problemi sono reali, vengono continuamente esposti ma poche volte ascoltati".

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