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Mercoledì, 28 Febbraio 2024
Cronaca

Arte e spazi urbani: arrivano da tutto il mondo i poster artistici di Cheap

Una chiamata al mondo dell'arte con il tema della visione del futuro (post pandemia) e la risposta è arrivata un po' da tutto il mondo:

Her name is Revolution, scritto su un corpo di donna. Feminism is a HOME for everyone, scritto su un corpo di uomo. Un planisfero da cui sono stati cancellati i confini. Una partigiana su cui piovono petali di fiori. Forme di vita tentacolari, bolle di sapone, corpi che hanno rotto con tutti i canoni a cui riuscite a pensare. Cosa c'è sui muri di Bologna? Sono i poster del festival "Cheap", l'invito annuale (dal 2013) fatto agli artisti e alle artiste per arricchire lo spazio pubblico con un progetot di poster art. 

E alla call hanno risposto eccome. Centinaia di manifesti arrivati da tutto il mondo e affissi in strada, un contributo internazionale di centinaia di artiste e artisti che si occupano di grafica, illustrazione, lettering, fotografia, collage e tecniche miste. Un campionario visivo ampio come l'immaginario che hanno saputo ricostruire negli scorsi anni, su temi come Sabotage, Disorder e Reclaim. Adesso è il momento del "Post". 

Cheap festival: i poster d'arte del 2021

Questa IX edizione ha delle novità: i poster passano dal bianco e nero al colore e le dimensioni “esplodono”, dal classico 70x100 si passa al 140x200. Il tema della call per il 2021 è "post" nella sua accezione latina: a partire da questa idea di superamento, dalla suggestione che nulla (fortunatamente) duri per sempre, dall'eccezionalità dello scenario pandemico, la proposta di Cheap è stato quella di misurarsi con ciò che verrà, con delle idee di futuro rappresentate visivamente. La risposta si è tradotta in 600 candidature di manifesti da 43 diversi paesi: 180 sono stati selezionati, affissi di notte da uno squad di donne, incastonati nelle pieghe del panorama urbano di Bologna.

Poster che intrecciano corpi, sguardi su un futuro più che fantastico, umanità libere dai fantasmi coloniali: la call for artists di CHEAP riesce ad essere politica, pop e ironica – tanto ironica – in un blend che unisce un Laocoonte stritolato dalla maschilità tossica, le bandiere dei nuovi totalitaristi digitali in cui l' # è assunto a svastica, una versione pop di Marx nelle vesti di simpatico impalatore di quel vampiro che è il capitalismo, la certificazione di stress da post patriarcato.

La pandemia? Non poteva mancare 

C'è anche la pandemia, certo: le mascherine sono entrate nel nostro immaginario e nella nostra estetica, sono il feticcio della contemporaneità in preda al contagio. Ciononostante, ritornano nei manifesti una serie slanci volti al superamento anche della dicotomia malata che vede opporre l'umano al pianeta: il tema dell'ambiente, della convivenza interspecie, della relazione non solo biologica con la Terra, della sostenibilità e della responsabilità che ne deriva è forte nei poster disseminati nello spazio pubblico di Bologna, una serie di cartoline dall'antropocene da cui è difficile distogliere lo sguardo.

“Mai come per questa edizione della call for artists abbiamo chiesto allə artistə di prodursi in un gesto immaginifico: per molti versi il progetto si è trasformato in una call for visions, raccogliendo un'incredibile serie di visioni sul futuro, per certi versi dal futuro.

Abbiamo chiesto di rappresentare con linguaggi visivi contemporanei cosa ci aspetta oltre il capitalismo, in seguito alla prossima crisi climatica, dopo aver compiuto 30 anni, dopo il crollo del patriarcato, dopo la malattia, dopo l'impero, dopo il punk, dopodomani.

Le risposte sono arrivate su poster e contengono universi, utopie, scenari postumani, società decoloniali, tratti di una posterità prossima, nuove estetiche e nuovi segni di liberazione: contengono visioni dal futuro.” 

Riappropriazione di spazi urbani? Ripartiamo dal livello simbolico 

D'altronde il testo della call di Cheap apriva ad un ipertesto di riferimento molto ampio che va da Mark Fisher a Donna Haraway, intersecando anche la science fiction caraibica, il manifesto xenofemminista, lo sguardo dei Motus rivolto ai futuri fantastici a Santarcangelo, l'installazione sul tetto del Berghaim a Berlino “Morgen ist die Frage” (Domani è la domanda).” Immaginari evocati con una call for artists che arriva, polifonica o polimorfa, nelle strade di Bologna agendo un'evidente azione collettiva di riappropriazione della città e degli spazi urbani: “Cheap ha scelto come contesto lo spazio pubblico della città: dal 2013 lavoriamo in strada e il fatto che le città non siano luoghi neutri ci è drammaticamente chiaro, per una questione esperienziale prima che teorica. Esattamente come le società in cui viviamo, le città che abitiamo riproducono dinamiche di esclusione e privilegio, sulla base del genere della razza e della classe. Le barriere che i nostri centri urbani oppongono sono fisiche e economiche, oltre che simboliche: proprio su questo livello, su quello del simbolico, si posizionano i nostri interventi di arte pubblica, i progetti che sedimentiamo sul paesaggio urbano e che hanno il delicato compito di coltivare una conversazione con chi abita e attraversa la città. Una conversazione all'interno della quale abbiamo portato attraverso le pratiche dell'arte, declinata come arte pubblica di protesta e di strada , l'idea di un diritto alla città per tuttə: l'idea di una città inclusiva, intersezionale, femminista - l'idea di una città più giusta.”

Il progetto "Cheap": il festival bolognese di street poster art

Cheap street poster art è un progetto di arte pubblica, un collettivo, uno sguardo non obiettivo. Nata a Bologna nel 2013 dall'intesa creativa e dalla determinazione di 6 donne, Cheap ha curato e realizzato interventi di public art a base di carta: il paste up, cioè l'utilizzo di carta e colla, è sia la tecnica indagata dal progetto che una dichiarazione d'intenti in termini di dedizione all'effimero e ricerca del contemporaneo come temporaneo. Cheap ha esordito come festival di street poster art, esperienza che ha ripetuto per cinque edizioni prima di cambiare format e scegliere di diventare un laboratorio permanente e mutare così in un'esperienza più fluida, situazionista e tagliente. Questo festival agisce una riappropriazione dello spazio pubblico e lo fa infestando i muri di poster, ridefinendo nuovi linguaggi visivi contemporanei, generando inaspettati dialoghi con chi attraversa e abita l'ambiente urbano. Dove la città oppone barriere sulla base del genere della classe e della razza, Cheap pratica un conflitto simbolico facendo dell'arte pubblica (anche) un luogo di lotta.

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