Contact tracing, al lavoro i 'detective' anti-Covid: "Così tracciamo i positivi e ricostruiamo i contagi"

INTERVISTA. Una professione nata con il Coronavirus e oggi utilissima: "Mi gratifica dare un aiuto e fornire supporto. Importante la tecnologia e la collaborazione di tutti"

Angela D'Arnese

Angela D'Arnese, 24 anni, laureata in assistenza sanitaria, professione: contact tracer. Definiti "detective anti-Covid" i tracciatori di contagi da Coronavirus sono preziosissimi per ricostruire i contatti delle persone risultate positive: "Il nostro lavoro consiste nel rintracciare chi è risultato positivo, contattare i contagiati e spesso informarli della positività per poi cercare insieme di ricomporre le ore del contagio andando indietro 48 ore e mappare le persone e i luoghi a rischio". E la ricostruzione è supportata spesso anche dall'applicazione Immuni, con la quale le persone con tampone positivo si auto-segnalano. 

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"Non avrei mai immaginato di fare questo lavoro"

Avrebbe immaginato di fare questo lavoro? Le piace? Dove opera e da quanto tempo? "Certamente no, non avrei mai immaginato di fare la contact tracer quando mi sono isritta al corso di laurea in assistenza sanitaria e quindi in epoca pre-Covid: d'altronde chi avrebbe potuto immaginare quello che stiamo vivendo ora? Tanto meno che subito dopo la laurea, senza il tempo e il modo di fare il concorso, sarei stata subito catapultata nel mondo del lavoro (attraverso agenzia interinale ndr). Mi piace moltissimo questa professione dallo scorso marzo: mi gratifica poter aiutare le persone e dar loro conforto. Opero nel dipartimento di Sanità Pubblica e Igiene Pubblica di via Gramsci". 

Ricostruendo attività luoghi frequentati dai positivi, mezzi e spostamenti, cosa ha riscontrato in questi mesi in termini di situazioni più a rischio? Insomma, quali secondo la sua esperienza, i momenti e i luoghi che ci espongoni maggiormente al contagio? "Certamente diversi gruppi sportivi fra associazioni dilettantistiche e professionali, ma anche i pranzi e le cene soprattutto in casa, magari con amici non conviventi. Imomenti conviviali ci fanno abbassare la guardia e in questo momento non ce lo possiamo permettere. Ognuno deve fare la sua parte. Io stessa, soprattutto quando facevo i tamponi, temevo fortemente di contagiare i miei familiari e per questo ho ridotto notevolmente momenti con amici e parenti". 

Quindi a casa peggio che al ristorante? E a proposito di locali pubblici: voi contact tracer vi servite anche degli elenchi che compiliamo noi clienti quando andiamo fuori? "Devo dire che da quello che posso constatare io i ristoratori sono bravi nel seguire le regole e che c'è collaborazione per la condivisione dei dati. Certamente a noi quegli elenchi dei clienti sono molto utili appunto per tracciare tutti i contatti". 

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Cosa non sappiamo ancora del virus e del percorso dei positivi?

Lei dialoga con molte persone, le ascolta e risponde alle loro domande. Quali sono le più insistenti e frequenti, cosa ancora non abbiamo capito? "Le persone non sono informate sul percorso che intraprende una persona risultata positiva al Covid-19. Qualcosa è vero, è cambiato fra la prima e la seconda ondata: prima i tamponi erano due e adesso uno. E ci sono anche dei dubbi sulla durata della quarantena. E' vero che ora dura a 10 giorni, ma se il tampone negativo lo si ha al decimo giorno. Altrimenti si rischia un falso negativo. Le persone che sono in isolamento ci chiedono anche come possono fare la spesa e a chi chiedere aiuto per le esigenze quotidiane o ancora come funziona con i certificati medici per scuola e lavoro. Noi il certificato lo rilasciamo per esempio, ma poi serve comunque quello del medico di base". 

Come vede questo momento difficile? Quando è cominciato? Come superarlo? "Lo vedo per quello che è, con una curva dei contagiati in salita che bisogna ridurre. Dopo l'estate, intorno al 25 settembre, le cose sono peggiorate a partire dai casi che si sono verificati fra gli studenti Erasmus spagnoli. Io ricordo questo come primo momento critico dopo l'estate.  La cosa che vorremmo far passare è che abbiamo bisogno della collaborazione di tutti voi, ce la mettiamo tutta ma non possiamo fare da soli: bisogna mettere (bene) la mascherina, ridurre le occasioni di contagio e rispettare tutte le norme sanitarie che ormai ben conosciamo". 

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