Focolaio Covid tra i facchini: "Noi, precari, ammalati e ora senza contratto"

Il Coordinamento migranti di Bologna dà voce a tre richiedenti asilo coinvolti nei giorni scorsi nel contagio all'interno del magazzino Bartolini in zona Roveri

Usati per i lavori più pesanti in magazzino e ora in isolamento a causa del focolaio scoppiato alla Bartolini, oltretutto senza certezze sul futuro perché, nel frattempo, il breve contratto (a chiamata) è scaduto.

Il Coordinamento migranti di Bologna dà voce a tre richiedenti asilo coinvolti nei giorni scorsi nel contagio all'interno del magazzino Bartolini in zona Roveri. Due di loro lavorano, o meglio lavoravano, per l'azienda di logistica, mentre il terzo è un compagno di stanza di uno dei positivi.

Tutti e tre oggi si trovano in quarantena in un albergo covid a Bologna. Dalle loro parole, il problema principale che emerge è proprio il lavoro a chiamata, per il quale "non ci sono né smart working né ammortizzatori sociali- sottolinea il Coordinamento migranti- venire isolati per decine di giorni in un albergo vuol dire non poter fare nessun lavoro, non avere nessuna entrata economica e spesso dover rinunciare anche ai propri progetti di vita".

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Migranti e richiedenti asilo sono dunque "i più esposti al contagio- afferma il coordinamento- per lo sfruttamento che le leggi Bossi-Fini e Salvini impongono. Bartolini e gli altri magazzini possono rimanere aperti perche' la politica dei documenti non permette loro altra occupazione e perche'" nei centri di accoglienza come il Cas di via Mattei si "possono reclutare rapidamente i sostituti di chi si ammala".

Tutti e tre i migranti devono dunque fare i conti con la scadenza del contratto durante la quarantena. "Il problema più grande è il lavoro- conferma uno dei tre- noi abbiamo contratti a chiamata, molti di questi sono addirittura scaduti durante questo periodo di isolamento perché duravano solo qualche giorno. Io non so cosa fare, non posso nemmeno informarmi per capire se mi spetta qualcosa"

I tre migranti in isolamento a causa del focolaio Bartolini spiegano che "se smettiamo di lavorare per noi significa non vedere più un soldo. E sono incazzato per questo. Non solo sono andato a lavorare e mi sono ammalato, ma per colpa loro adesso non ho più nemmeno un salario per vivere, né un sussidio né nulla. Di noi se ne fregano, ci tengono qui dandoci cibo freddo e non gli interessa nient'altro. Si faranno risentire quando avranno di nuovo bisogno. Io di questa cosa sono stanco".

Un altro dei tre aggiunge: "Dopo un anno di lavoro a chiamata avevo cominciato uno stage, nei prossimi giorni dovrei fare un esame per ottenere una certificazione ma oggi non ho ancora capito se potrò farlo oppure no per colpa di questo coronavirus. Se non me lo fanno fare non so cosa fare quando finisco l'isolamento".

Ma com'è scoppiato il focolaio alla Bartolini? I due richiedenti asilo che lavoravano nel magazzino hanno le idee chiare: non sono state rispettate le misure di sicurezza. "All'inizio ci misuravano la temperatura- racconta uno- poi hanno smesso di fare anche quello. Non ci sono indicazioni chiare per rispettare le distanze di sicurezza, anche perché per il tipo di lavoro che facciamo è impossibile. Sono tutti spazi piccoli, più persone scaricano i camion, si entra e si esce insieme, si condividono spazi. Non è rispettata nessuna norma di distanziamento e non ascoltano se viene richiesto".

Dopo i primi casi di covid, oltretutto, "la cosa assurda è che fino alla fine non ci hanno fatto sapere nulla e hanno cercato di tenere nascosta la cosa per tenere aperto il magazzino- raccontano ancora i migranti- appena qualcuno di noi risultava positivo e andava in isolamento, chiamavano subito qualche altro richiedente asilo a sostituirci".

In Bartolini "sono tantissimi" i richiedenti asilo che lavorano in magazzino, testimoniano ancora i due migranti in quarantena a Bologna, per lo più "con contratti brevi e a chiamata. Le agenzie che assumono sanno bene che i richiedenti asilo non possono rifiutarsi di lavorare perche' ne hanno bisogno, non hanno soldi e aspettano i documenti per anni, quindi sono disposti ad accettare qualsiasi lavoro".

Ormai i richiedenti asilo "trovano lavoro così- continuano- c'è un continuo passaparola, si dice quali agenzie assumono e quali no. Ti fanno contratti di una settimana, un mese, a volte per pochissime ore. Ti promettono sempre il rinnovo del contratto, ma poi decidono solo in base ai loro bisogni. Solo pochissimi lavorano più di un anno nello stesso posto, perché dopo un anno dovrebbero assumerti".

Di solito "ti chiamano di sera e ti fanno sapere se servi o no. In pratica non puoi pensare di fare nulla, le nostre giornate le passiamo aspettando la chiamata. Se dici di no per qualsiasi motivo, ti lasciano a casa. Ma loro fanno affidamento sul fatto che se diciamo di no, moriamo di fame".

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Il lavoro in magazzino "è faticoso e dura tanto- continuano i due migranti- tutto il lavoro faticoso lo facciamo soprattutto noi richiedenti asilo. Gli altri lavoratori, soprattutto quelli iscritti al sindacato, fanno lavori più leggeri. Noi veniamo continuamente insultati dai nostri supervisori. Le condizioni sono pessime. Il sindacato c'è, ma non ci parla nemmeno, si rivolge soltanto a quelli che hanno il contratto. Noi facciamo tutto il lavoro pesante, nel magazzino c'è una gerarchia e noi siamo all'ultimo posto: ci trattano come bestie. In un'altra azienda di logistica, quando scioperavano nel magazzino, chiamavano noi per sostituire quelli che scioperavano". E anche ora, dopo il focolaio alla Bartolini, "si continua con gli stessi ritmi e i richiedenti asilo nuovi vanno a sostituire quelli che si ammalano". (San/ Dire)

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