Coronavirus nelle case di riposo. Intervista all'assessore Barigazzi: "Più sanitari e task forces. Intanto mappare decessi nelle Rsa"

480 gli ospiti positivi su 7760, tra sospetti e positivi circa 400 operatori sanitari su 5000. Le contromisure allo studio per evitare che il contagio si riaccenda. "Ci saranno sempre più anziani, è ora di ripensare il sistema di welfare in questo settore"

"Bisogna ripensare tutto il sistema, mettendo al centro la terza età e i suoi bisogni". Il punto è politico per l'assessore al welfare del comune di Bologna e presidente della Conferenza territoriale socio-sanitaria Giuliano Barigazzi, che a Bolognatoday illustra lo stato dell'arte e le prospettive che si scrutano all'orizzonte dell'epidemia da Coronavirus. Un epidemia che, dati Iss alla mano, a livello nazionale ha mietuto vittime nelle strutture per anziani nel quasi 40 per cento dei casi.

In provincia di Bologna, secondo gli ultimi dati, sono 480 gli ospiti nelle strutture risultati positivi, su una popolazione di 7760, mentre tra sospetti e positivi si contano circa 400 operatori sanitari su circa 5000 che lavorano all'interno delle strutture. Forte è l'attenzione a Bologna per le strutture gestite da Asp, in particolare quella di via del Saliceto, dove ancora si registrano decessi dopo il ricovero in ospedale e la residenza continua a essere osservata speciale.

Così, mentre proseguono i tamponi per pazienti e e i test sierologici al personale anche per questa settimana (900 i primi, oltre il migliaio per i secondi) all'interno delle direzioni sanitarie della provincia ci si comincia a chiedere dove si andrà nel prossimo futuro, dove la fase due sarà quella di convivenza con il virus. Si tornerà come prima? Dovremo ripensare in modo radicale l'assistenza agli anziani e alle persone non autosufficienti?

Assessore Barigazzi, cosa è successo nelle case di riposo e nelle strutture socio-sanitarie?

Stiamo chiedendo a tutto il sistema cosa è successo, con un questionario stiamo interrogando tutte le 292 strutture del territorio metropolitano: case residenza anziani, comunità di alloggio, centri disabili. Ci interessa capire cosa ha funzionato e cosa no, per ricostruire ciò che hanno fatto le gestioni, per andare a mettere le basi di una discussione pubblica, per guardare oltre l'emergenza. Questo, naturalmente, va al di là di quello che sta appurando la magistratura, che è gusto che veda se e quali mancanze ci sono state e cosa sia accaduto nei singoli casi.

Avete idea della dinamica del fenomeno in provincia, nel complesso?

Uno dei prossimi lavori sarà quello di mappare i decessi nelle Rsa, rapportato a quello dei cinque anni precedenti. Ho chiesto al dipartimento di sanità pubblica di lavorare su questi dati, per capirne la dinamica, disaggregarla. Questo è un elemento che aiuta a ricostruire e a capire la mortalità degli anni scorsi e dei primi mesi di quest'anno, quale è stato l'impatto, che peraltro sicuramente c'è stato, ma per metterlo nell'ottica di capire quali requisiti servano per arrivare pronti nel prossimo futuro.

Come si può essere sviluppata la rete dei contagi del virus nelle strutture?

Guardi, il blocco delle visite dei parenti è stato fatto molto presto. Anche quando nei decreti governativi era rimasta la possibilità di una visita alla volta, molti gestori avevano provveduto autonomamente a chiudere in via precauzionale. Ma questa del resto è la storia dell'epidemia in Italia. C'è stato tutto un periodo di "rimaniamo aperti" e di aperitivi che... non mi sento di puntare il dito contro nessuno, ma c'è stato un momento in cui il virus è girato. Poi sicuramente un po' come negli ospedali, quello degli operatori che poi tornavano in famiglia sicuramente è stato un problema. Ma c'è stato per tutti, almeno nella prima parte del contagio.

Nell'ultimo Question Time in comune lei ha parlato di "una opportunità per mettere in sicurezza nei prossimi mesi e anni, e anche riflettere sul nostro sistema di assistenza". Cosa intende?

Io credo che dovremmo andare sicuramente verso un cambiamento del sistema pubblico-privato, in termini di formazione del personale, di aumento dei requisiti sanitari, di presenza medici all'interno, in un periodo intermedio in cui dovremo mantenere le task force, per aiutare i centri. Questo sistema, il sistema delle case di riposo, è partito per scopi sociali e assistenziali: per esempio, in alcune strutture l'orario di visita per i parenti era libero, prima dell'emergenza. Con il passare degli anni si sono aggiunte le necessità sanitarie. Ora in queste strutture stanno persone con elevata fragilità e scarsissima autonomia. Molti non sono autosufficienti, molti con patologie croniche.

E poi è arrivato il virus.

La pandemia è arrivata e ha trovato questo sistema, non preparato a tutto questo. Del resto anche negli ospedali la situazione era inedita e si è definita mano a mano. Il personale delle residenze, che come i sanitari ha dato tutto in questa fase, e per questo va ringraziato, probabilmente già prima aveva bisogno sostegno, di più formazione specifica a riguardo.

Ora come state affrontando il problema, al netto dei dati che -sembra- vadano migliorando?

Stiamo andando a regime con le task force: sono gruppi di professionisti -geriatri, infettivologi, medici, infermieri, igienisti- che intervengono in struttura appena c'è un caso di Covid-positivo, sono operative da marzo. Agiscono in direzione clinica, cioè la cura proprio dell'infezione, ma anche in quella logistica e cioè preparare gli spazi per isolare i reparti, fare percorsi puliti. Siamo ormai a decine e decine di interventi.

Una base di partenza da seguire in futuro?

Ecco, questa parte, messa in piedi nei momenti più drammatici, deve essere mantenuta. Stiamo lavorando con l'azienda perché ci sia una sorta di accordo-quadro per mantenere questo assetto nei prossimi mesi. Dobbiamo tenere assolutamente sotto controllo la situazione, perché al di là di aperture e riaperture, bisogna mantenere questo assetto logistico, organizzativo e clinico. E questo andrà avanti per un certo periodo, nell'ordine dei mesi, per intenderci.

E dopo?

Dobbiamo adeguare i requisiti strutturali e anche di personale di questi luoghi alla nuova emergenza. Ma va fatta una riflessione politica.

Quale?

Dobbiamo pensare che questo sistema dedicato alla terza e alla quarta età sia un sistema territoriale che sicuramente li aiuti a tenerli a domicilio. L'istituto, la casa di cura, deve essere l'ultima possibilità. Per questo all'inizio dell'anno avevamo stanziato un milione per il supporto ai caregiver. E' un sistema di sinergie, con la sanità ma anche con l'aiuto delle famiglie, con il terzo settore con i servizi sociali, nel mantenere il più possibile le persone a domicilio.

Medici, formazione, sinergie, assistenza a domicilio reti territoriali. Questa però ha l'idea di essere un progetto che richiede risorse, investimenti, denaro. 

Ci vuole un investimento pubblico naturalmente, all'interno di un quadro che rimane quello dell'accreditamento. Le rette le fa il pubblico, ma è evidente che non possiamo poi scaricare i maggiori costi sulle famiglie. E' anche per questo ci vuole legge sulla non autosufficienza e un investimento in questo settore.

Una legge?

Sì, questo deve diventare priorità a livello nazionale. Nella media, rispetto ad agli altri paesi europei, spendiamo molto poco sulla non autosufficienza. Ci sono venti proposte di legge in parlamento: ancora nessuna è andata avanti da 15 anni a questa parte. E tempo di andare avanti, perché gli anziani non sono vuoti a perdere, è un pezzo della popolazione. A Bologna ci sono 20mila persone sopra gli 85 anni, si capisce l'impatto che ha e che avrà sempre più negli anni questa dinamica. Dobbiamo farci trovare pronti, investire di più su questo, sulle persone che rappresentano la memoria e l'esperienza del tessuto sociale.

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