Coronavirus, intervista al medico di famiglia: "Non esiste ancora profilassi farmacologica efficace, attenersi alle indicazioni date"

Oltre al personale sanitario in trincea negli ospedali, schierati sul fronte anche i medici di Medicina Generale. Nuove regole per le visite, chiamate triplicate, prime valutazioni via telefono, e il rischio quotidiano col quale confrontarsi. A colloquio con la dottoressa Caporale

L’emergenza sanitaria scoppiata dal dilagare del Coronavirus ha portato il Governo ad adottare decreti che limitano la libertà personale, al fine di tutelare la salute dei cittadini ed evitare il collasso delle strutture sanitarie. In Emilia Romagna il numero dei contagi continua ad aumentare e ogni giorno si contano decessi. Ma oltre a medici, infermieri e tutto il personale sanitario in trincea negli ospedali del territorio, ci sono anche i medici di famiglia: persone quotidianamente chiamate a fare ‘da primo filtro’, a capire telefonicamente sintomi e problemi del paziente e  se necessario, visitarlo in un secondo momento in ambulatorio. Anche per loro infatti, le misure preventive anti Covid-19 hanno portato numerosi cambiamenti. Abbiamo intervistato Paola Caporale, medico di Medicina Generale a Bologna, per capire la situazione, quali sono i principali problemi e timori.

Da quando è scoppiata l’emergenza Coronavirus cosa è cambiato per voi medici di medicina generale? “E’ cambiata la gestione ambulatoriale. Riceviamo tantissime telefonate al giorno e vagliamo tutto, e spesso è difficile rispondere e tutti. Valutiamo eventuali visite a domicilio, per decidere se è necessario un intervento medico o infermieristico e se siamo di fronte a un caso sospetto di Coronavirus. In ambulatorio riceviamo i pazienti previo appuntamento dopo contatti telefonici, per evitare anche le attese in sala di persone con possibili sintomi influenzali. Chiunque entra in ambulatorio deve indossare una mascherina, e se non è in possesso gliela procuriamo noi. Possiamo dire che la tipologia di visita ambulatoriale è totalmente cambiata, e il 70% delle richieste vertono sul problema Coronavirus”.

Come funziona una visita ambulatoriale oggi? “Le visite vengono eseguite rispettando le regole di sicurezza, manteniamo le distanze dove possibile, abbiamo guanti monouso e disinfettiamo di volta in volta tutti i dispositivi che vengono utilizzati. Il problema è che di mascherine non ne abbiamo tante, utilizziamo quelle chirurgiche che servono a proteggere più i nostri pazienti che noi stessi, sostituendole tutti i giorni, e se possibile più volte al giorno. La visita ambulatoriale viene effettuata solo se non procrastinabile”.

Quali sono le vostre maggiori difficoltà? “Gestire il flusso di telefonate perché si sono triplicate, così come fare da filtro per patologie simil influenzali, decidere in poco tempo chi ha bisogno di un intervento diagnostico o meno. Dobbiamo sempre chiedere se c’è stata qualche esposizione in zone a rischio o contatto con qualche caso sospetto di Coronavirus. Se ci contattano persone che possono essere casi sospetti di Covid-19 contattiamo il medico di igiene pubblica con il quale ci interfacciamo per confrontarci, tuttavia la linea telefonica spesso risulta occupata per ore. Diversamente, per i casi gravi attiviamo il 118, caso per caso, cercando di capire se possono rimanere a casa in isolamento fiduciario o devo andare in pronto soccorso. La gestione non è semplice perché tantissime persone hanno sintomi influenzali, e la diagnosi con i tamponi orofaringei viene riservata solo a chi ha sintomi importanti, o sintomi lievi ma è stato a contatto con persone positive”

Ma tramite telefono come è possibile capire se sia influenza, allergia o Coronavirus, magari con sintomi lievi? “ È questa la difficoltà. Fino a quando le persone hanno una sintomatologia lieve, anche se è stata riscontrata positività al Coronavirus , la gestione può avvenire anche a domicilio. Vengono ricoverate solo persone con instabilità clinica. Il problema è gestire telefonicamente una sintomatologia riferita, e decidere in poco tempo quali pazienti inviare in ospedale”

Lei hai avuto pazienti affetti da Coronavirus? “Due, un uomo di 63 anni ricoverato al Bellaria e un uomo di 93 anni deceduto alcuni giorni fa”

E’ possibile stimare quando si arriverà al picco dei contagi? “Adesso siamo in crescita, vedremo tra qualche giorno. E’ necessario capire cosa accade dopo le restrizioni di queste due ultime settimane, ma è impossibile stabilirlo adesso”.

Come medici di base vi sentite tutelati? Avete paura? “Noi facciamo solo il nostro mestiere. Il rapporto di positivi tra personale sanitario e popolazione generale è alto. E’ necessario avere tutti i dispositivi di sicurezza, che in parte li ho procurati autonomamente altri sono stati forniti in modo parziale ma l’Asl ci ha garantito che ci sosterrà con delle forniture adeguate a breve”

Nonostante divieti e restrizioni le autorità dicono che c’è ancora molta in giro… “Le persone devono ragionare, capire che rimanere in casa in questo momento è un atto di sicurezza per se stessi e per gli altri. Chi non lo fa ha una mancanza di rispetto anche verso tutto il personale sanitario che ogni giorno corre tanti rischi, e tutti i loro sforzi potrebbero essere vanificati. In questo momento non esiste ancora una profilassi farmacologica efficace, la cosa migliore è seguire le indicazioni che sono state date e che tutti ormai conosciamo bene. Le persone devono responsabilizzarsi, e restare a casa. L’indifferenza da parte di chi non rispetta le regole è disarmante, le persone non devono uscire se non in caso di estrema necessità”

E’ stata contattata da persone con attacchi di ansia in questo momento? “Si. Sono persone che puntualmente vengono tranquillizzate, alle quali spieghiamo che devono stare a casa e che se in quel momento non hanno determinati sintomi non corrono rischi particolari. Serve dialogo, anche perché in una situazione difficile come questa è normale avere paura”

Se potesse, alla luce di tutte le difficoltà che il suo mestiere comporta, cosa chiederebbe? “Proporrei l’aumento dell’esecuzione dei tamponi orofaringei anche agli asintomatici random per conoscere l’effettiva epidemiologia del Sars-Cov2, e soprattutto al personale sanitario per tutelare la popolazione che viene a contatto con noi”.

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