Infermiera reparto Covid: "Non chiamateci eroi, ma ricordatevi di quello che facciamo anche quando tutto finirà"

Irene Leccese è una giovane infermiera chiamata ad affrontare l'emergenza Coronavirus nell'ospedale Sant'Orsola: "Il nostro lavoro ha solo una missione, cioè aiutare gli altri, chiunque ne abbia bisogno. Lo abbiamo sempre fatto, e continueremo a farlo senza riserve"

Medici e infermieri reparti Covid / Foto archivio/ Foto Ansa

Ventotto anni, lontana dalla famiglia e dalla sua terra per aiutare chi ha bisogno, perché quando il dovere chiama “non c’è niente che può o deve ostacolarci”. Irene Leccese è un’infermiera arrivata sotto le Due Torri nei giorni scorsi, e già operativa nel reparto alta intensità Covid dell’ospedale Sant’Orsola.  Come tanti altri giovani il suo nome era nella graduatoria di idonei per solo titoli in attesa di un concorso, ma è stata chiamata dal Ministero della Salute per far fronte all’emergenza, e senza esitare è partita dalla provincia di Brindisi per approdare nella struttura sanitaria sotto le Due Torri.

Irene, da quanto è a Bologna?

Sono arrivata da qualche settimana. Ero in una graduatoria per un concorso per le Asl di Bologna che doveva essere fatto a fine febbraio e che ovviamente è stato bloccato, ma dalla quella graduatoria dove c’erano idonei per soli titoli sono state chiamate già circa 800 persone, dislocate anche tra il  Sant’Orsola e l’ospedale Maggiore. Sono partita e ho trovato subito casa rispondendo all’annuncio di un privato che per alcuni mese metteva a disposizione la sua abitazione gratis per infermieri e medici chiamati a far fronte all’emergenza. In questa situazione tutti, a loro modo, stanno facendo il possibile. Adesso ho un contratto per 36 mesi”.

Come è la situazione?

“Sono un’ infermiera in un reparto alta intensità , e in terapia intensiva ci sono tutti pazienti con una emodinamica instabile, intubati, critici e un infermiere segue al massimo due persone perché li deve seguire in tutto”. Io sono in affiancamento e vista l’emergenza stanno facendo in modo di rendere tutti autonomi il prima possibile. Non sono alla mia prima esperienza lavorativa, anzi…e devo dire che  qui sono tutti eccezionali. Al Sant’Orsola ho trovato persone preparatissime, umane, un ambiente unico che aiuta ad affrontare una situazione difficile.."

Come si sente in questi giorni? Come sta affrontando tutto quello che sta vedendo?

“Fin dall’inizio sono stata molto carica e adrenalinica perché aiutare gli altri è la nostra missione, ma adesso c’è anche un po' di timore perché c’è sempre la paura di essere contagiati. A casa sono da sola, lontana da tutti e questa è la mia paura ma cerchiamo tutti di non pensarci e andiamo avanti, come è giusto fare. I più preoccupati però sono i miei genitori ma loro, così come il mio ragazzo, sono molto orgogliosi e mi danno la forza di andare avanti. Ogni volta che entro in reparto mi auguro che vada tutto bene perché siamo in reparti impegnativi e l’attenzione deve essere altissima”

Quale tipologie di pazienti ci sono in terapia intensiva?

“Non è possibile fare una statistica, per lo più persone dai 50 anni in su ma nella terapia intensiva accanto a quella dove sono io c’era anche un ragazzo di 38 anni che poi è deceduto”.

E i turni? Come sono?

“Siamo in piena emergenza e facciamo turni da 7 e 12 ore, ma in questa situazione non guardiamo l’orologio. Tutti lavorano senza sosta”

Tutta Italia ringrazia il personale sanitario per il lavoro, la dedizione e l’impegno nel cercare di salvare quante più vite possibili, e anche a Bologna oltre a striscioni fuori dagli ospedali tante attività vi mostrano gratitudine inviandovi dolci, pizze, colazioni…

“Sicuramente tutto questo è molto bello,  così come vedere tutte queste persone che fanno il tifo per noi. Vedere gente che offre case, chi ha attività mandarci di tutto è molto bello e da tanta forza, ma credo che non debbano chiamarci eroi. Io stessa ho vissuto situazioni molto brutte in altri ospedali , non dell'Emilia Romagna, dove io e i miei colleghi siamo stati aggrediti anche fisicamente e verbalmente. Prima che scoppiasse l’emergenza sanitaria Covi-19 in tanti pronto soccorso degli ospedali italiani si parlava delle difficoltà degli operatori, aggrediti e insultati spesso inutilmente. Poi in un’ora tutto si è ribaltato, e  siamo eroi perché le persone vedono come lavora chi è in ospedale, senza mai tirarsi indietro. Spero che tutti se ne ricordino anche quando tutto sarà finito, perché questo è stato sempre il mio e il lavoro di tantissimi altri colleghi, medici, oss. Un lavoro quotidiano che ha solo una missione, cioè aiutare gli altri, chiunque ne abbia bisogno. Lo abbiamo sempre fatto, e continueremo a farlo senza riserve".

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