Dozza, giovane detenuto si suicida in cella

Si è impiccato alle sbarre con le lenzuola. Era sta condannato in Cassazione

Un giovane ergastolano si è tolto la vita nel carcere di Bologna, ieri sera, impiccandosi alle sbarre della sua cella con le lenzuola. Vittima un 27enne romeno alla Dozza per scontare una condanna definitiva per un reato grave, commesso nel ferrarese, del quale era stato ritenuto responsabile .

Era stato condannato in Cassazione all'ergastolo e a diversi mesi di isolamento diurno, quindi si torna a parlare delle condizioni di vita in carcere, a partire dal sovraffollamento: in particolare, la capienza regolamentare dell'istituto di Bologna +è di 500 persone, mentre al momento i detenuti sono 900. Solo 5 gli educatori, che dovrebbero essere almeno 10 in più.

I sindacati hanno denunciato più volte la situazione critica, a partire dalle condizioni dell'infermeria e del settore riservato ai nuovi giunti, persone che vengono dalla libertà o da altri istituti. 

Dall'inizio dell'anno, nella casa circondariale bolognese, è il terzo suicidio. In Italia, secondo quanto riportato nel dossier "Morire di carcere: dossier 2000-2019" di Ristretti Orizzonti, nel 2019 (dati aggiornati al 20 novembre, ndr) si sono suicidati 42 detenuti, su un totale di 115 detenuti morti in carcere.

Poche settimane fa, nella relazione annuale, Antonio Ianniello, Garante dei detenuti del Comune di Bologna, aveva parlato di "numerosi atti di autolesionismo -287 nel 2018- e tentativi autosoppressivi -23 nel 2018- sventati anche grazie al tempestivo intervento del personale penitenziario", per poi aggiungere: "Proprio per quanto riguarda il rischio suicidario in carcere risulta necessaria l'attivazione di un'adeguata per una più incisiva attuazione del Piano nazionale di prevenzione in quanto, oltre all'attenzione degli operatori professionali, risultano decisivi ai fini della prevenzione anche i contributi atecnici che comunque possono, e auspicabilmente devono, portare le figure che hanno una presenza costante nei settori detentivi e possono venire in contatto con situazioni di rischio. Fra questi ci sono gli operatori della Polizia Penitenziaria, le stesse altre persone detenute, i volontari". 

Un "tragica vicenda personale di un ragazzo condannato all’ergastolo e in isolamento diurno che ha deciso di spezzare la propria vita difficile. C’è grande sconforto personale e istituzionale al cospetto di questi tragici
accadimenti, anche considerando che, nell’attuale contesto penitenziario, le condizioni detentive delle persone e le condizioni lavorative degli operatori sembrano tendere a un progressivo deterioramento alla luce del numero  sempre meno sostenibile delle presenze in carcere". Lo scrive oggi in una nota Antonio Inanniello e fa riferimento anche al "peggioramento delle condizioni detentive presso gli spazi dell’Infermeria del carcere e in particolare di quelli destinati all’accoglienza delle persone che fanno ingresso in carcere dove stanno sino a 3 persone per cella, anche per non brevi lassi temporali, chiuse 20 ore su 24. In simili frangenti emerge l’inadeguatezza del complessivo sistema che deve tendere al recupero della persona e che, invece, non di rado, può anche degradare verso 
trattamenti inumani
- continua il Garante - pur nell’attuale complessità della situazione, e nella pratica impossibilità di poter presidiare le (non poche) situazioni che possono essere potenzialmente stressanti in un contesto di privazione della libertà personale, risulta urgente rendere più incisivi gli interventi orientati alla prevenzione delle condotte suicidarie in carcere, attraverso il coinvolgimento di tutti i soggetti, istituzionali e non, che fanno parte
della comunità penitenziaria, e anche chiedendo l’ausilio delle persone detenute, addestrate, attraverso attività di gruppo fra area penitenziaria e area sanitaria, a offrire vicinanza e supporto sociale ai soggetti a rischio". 

Ianniello intende coinvolgere non solo i detenuti, ma anche il personale  "prevedendo uno spazio in cui possa essere rielaborato emotivamente l’evento, secondo quanto indicato dal Piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidarie in carcere. Persiste la necessità che la società esterna perseveri nella costruzione di relazioni di prossimità con il carcere, coltivando buone prassi all’interno insieme a chi lì vive con grande senso di responsabilità, insieme a chi lì lavora con grande senso del dovere, insieme a chi lì opera in attività di aiuto con grande generosità"

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