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Foto: Michele Lapini - Valrio Muscella

Foto: Michele Lapini - Valrio Muscella

Fermati al confine mentre documentano il passaggio dei migranti: "E' capitato a noi, ma è normalità anche per famiglie con bimbi piccoli"

Il fotografi professionisti Michele Lapini e Valerio Muscella sono impegnati in un lavoro di raccolta di immagini attorno al transito dei migranti che dalla rotta balcanica cerca di arrivare in Francia

"Sì qui la prassi è fermare, identificare e respingere, e questo vale anche per famiglie con bimbi piccoli al seguito". Si sta apprestando a rientrare per lavorare al materiale che ha acquisito Michele Lapini, 38 anni, fotografo professionista toscano di nascita, ma da anni di stanza a Bologna.

Lapini, insieme al suo collega Valerio Muscella, l'altra notte sono stati fermati dalla gendarmerie francese nei presi del colle del Monginevro, al confine tra Piemonte e Francia, mentre stavano scattando immagini al seguito di un gruppo di migranti intenzionato a oltrepassare il confine tra i due paesi Ue.

I due sono stati tenuti una notte in camera di sicurezza durante gli accertamenti e poi rilasciati, ma non dopo una notte passata di fatto in cella, scalzi, con telefoni sequestrati, e con il permesso da chiedere anche per andare in bagno.

Lapini, come è successo?

"Stavamo seguendo un gruppo di 8 ragazzi, 5 afghani e 3 iraniani, all'imbrunire. Dopo un centinaio di metri che avevamo preso una strada secondaria ci ha bloccato la gendarmerie. Non sapevamo di essere già in territorio francese, non c'era nessun cartello che lo dimostrasse. A ogni modo ci siamo annunciati subito come fotogiornalisti, abbiamo fatto vedere le macchine fotografiche professionali. Ci è già capitato anche in Italia di essere fermati dalle forze dell'ordine quindi eravamo relativamente tranquilli".

Però poi siete stati portati in caserma...

"Già. Qui abbiamo dovuto fornire ancora le stesse argomentazioni date prima, facendo vedere tesserini, siti internet, spiegando e rispondendo alle domane. Poi è arrivata una funzionaria che ci ha messo al corrente del fatto che solo il procuratore di turno poteva disporre il nostro rilascio, che non sarebbe arrivato prima di domani mattina. Sulle prime non abbiamo mosso obiezioni, ma sicuramente non pensavamo di passare una notte in una cella".

Proprio una cella?

"Sì sì, sempre illuminata, con la telecamera all'interno, una panca e un materasso, la porta chiusa a chiave, Tra l'altro non ci siamo andati subito, prima abbiamo dovuto rispondere molte volte ancora a un'altra una sfilza di domande. Nel frattempo i nostri cellulari sono stati requisiti e io e Valerio siamo stati separati. Poi, prima di entrare nella camera di sicurezza mi hanno fatto svuotare le tasche e fatto togliere le scarpe". 

Le era già capitato altre volte un simile episodio?

"Beh capita che ci si ritrovi 'attenzionati' dalle forze dell'ordine, soprattutto quando si va a lavorare in certi territori, come i balcani e il medio oriente, ma capita benissimo anche dentro i confini e i paesi Ue. In sostanza, è normale che ti chiedano i documenti e ti chiedano i motivi della tua presenza sul posto. Meno normale è che ci vogliano 14 ore per capire che siamo fotoreporter e che senza nessuna accusa indiziaria ci si ritrovi a passare la notte in una cella. Ecco, questo francamente non è normale".

E gli altri migranti fermati con voi?

"Sono stati identificati, perquisiti e infine respinti al confine italiano. La procedura di solito prevede che la polizia francese chiami quella italiana, la quale poi arriva con un mezzo di trasporto per riportarli dall'altra parte del confine. Di base qui va così da anni: i sentieri di montagna, anche quelli più impervi, sono pattugliati, il confine è militarizzato. Succede qui, al Monginevro, succede a Ventimiglia, a Trieste, In Croazia e in Bosnia. C'è una differenza nel trattamento, nel senso che i confini tra paesi Ue e quelli extra Ue sono quelli più a rischio violenza, ma non è detto. Per esempio, una settimana fa una ragazzina di 11 anni è stata ricoverata in ospedale a Torino, perché aveva avuto un attacco di panico. La famiglia ha raccontato che durante un respingimento sono stati sparati anche dei colpi in aria. Insomma, la prassi consolidata è fermare, identificare e respingere. Anche le famiglie con bimbi piccoli al seguito". 

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