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Gianluca Notari

Opinioni

Gianluca Notari

Collaboratore Sport BolognaToday

Diario di un viaggio al contrario. Così da Bologna sono partito per l'Ucraina bombardata | FOTO-RACCONTO

Io, giornalista, nella zona del conflitto. Volti, storie, i graffi della guerra. Ecco cosa mi sono ritrovato davanti agli occhi

La cosa che più mi colpisce, nelle due ore e mezza di auto che separano Cracovia da Przemysl, è che dopo un centinaio di chilometri le strade si svuotano completamente. Quello che di solito deve essere un tratto di autostrada ad alta percorrenza che collega la Polonia all’Ucraina, di colpo diventa vuoto. Il profilo desertico della strada è intervallato ogni tanto da qualche convoglio militare o assistenziale: c’è la Croce Rossa, un enorme camion dei Vigili del Fuoco del Principato di Andorra, vetture con targhe da ogni parte dell'Europa. Il giorno dopo incontrerò anche l’assistenza sociale di Sasso Marconi, di Pianoro, di Vado e la sindaca di Marzabotto, Valentina Cuppi. Sei van, scorte di cibo e medicinali ma soprattutto la giovialità e i sorrisi che solo Bologna sa regalare. Gli dico che sono reporter di BolognaToday, loro sono sorpresi nel vedermi lì ma prontamente mi offrono da mangiare e da bere: “Abbiamo anche le raviole bolognesi”, mi dicono.
Ma ad andare verso il confine di guerra sono soprattutto i mezzi militari. Sono senza targa e senza alcun simbolo. Muti, come me e la mia compagna di viaggio Lucia. Mentre guido verso l’Ucraina sento quel brivido tipico delle prime volte, solo che in questo caso si tratta della mia prima volta su un confine di guerra. Non sono spaventato dal conflitto: so che il posto dove sto andando è sicuro, presidiato da forze dell’ordine ed organizzazioni umanitarie internazionali, ma ciò che mi preoccupa è la disperazione umana di cui, in un modo o nell’altro, sarò spettatore.

Dall’Appennino al confine: in viaggio con i volontari in aiuto ai rifugiati ucraini |VIDEO 

Przemysl, l’impatto emotivo è fortissimo

È venerdì 11 marzo e alle ore 17 circa arrivo alla stazione ferroviaria di Przemysl. È una serata fredda, faranno non più di due o tre gradi. Fuori dalla stazione c’è un gran movimento: decine di persone con le valigie in mano, qualche pullman, giornalisti, cameramen, volontari con il gilet giallo. 
L’impatto emotivo è fortissimo. Attraverso la hall ferroviaria circondato da centinaia e centinaia di persone sedute a terra, avvolte in grandi coperte o intente a mangiare ciò che viene loro offerto. I volontari delle organizzazioni umanitarie sono tantissimi e girano freneticamente dentro e fuori la grande stanza per assicurarsi che tutti abbiano vestiti e cibo a sufficienza. Sono per lo più bambini, donne e anziani. Gli uomini non possono lasciare l’Ucraina, devono combattere.

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Il nemico qui non è la Russia ma il tempo

Il primo sistema di accoglienza, allestito in quella piccola, anonima stazione ferroviaria, sembra però reggere. Si sta scomodi, ma c’è cibo e assistenza per tutti. Il nemico qui non è la Russia ma il tempo: treni e bus carichi di persone continuano ad arrivare da ogni parte dell’Ucraina e la stazione deve svuotarsi per poi riempirsi ciclicamente per permettere a tutti di ricevere un’accoglienza che sia almeno utile. Da qui, infatti, partono pullman e automobili diretti in ogni parte dell’Europa. I profughi che superano il confine si ritrovano quindi nella scomoda posizione di dover scegliere, nel giro di una manciata di ore, quale direzione prendere: Germania, Olanda, Italia, Portogallo. Chi invece sceglie di restare in Polonia e non può permettersi un alloggio viene ospitato dalla gente del posto. In molti hanno messo a disposizione una stanza o due per le persone che desiderano rimanere lì, con la speranza che il conflitto termini presto e che i rifugiati possano far ritorno a casa.

Sul mio cammino Ivan e Viktoria, bombe in luna di miele

C’è invece chi ha le idee più chiare, come Ivan e Viktoria. Li incontro a Medyka, hanno appena passato la dogana che separa Polonia e Ucraina. Sono giovani, trentatré anni lui e ventisei lei. Ivan non può combattere, ha un problema alla gamba ma ha dovuto aspettare sedici giorni affinché gli arrivasse il documento che attestava la sua esenzione alla leva. Ci conosciamo mentre sono in fila per prendere uno dei pullman diretti a Przemysl: io e Lucia gli offriamo un passaggio, loro accettano. Ivan parla inglese, ci racconta che ha vissuto un anno a Londra. Lui e Viktoria si sono sposati lo scorso 19 febbraio, il 24 è scoppiata la guerra. “Bel tempismo” scherzo io, lui mi risponde ridendo: “Speravo in una luna di miele diversa”.

Nonostante il dramma che Ivan sta vivendo, e che io posso solamente immaginare, ci riconosciamo nell’esigenza di una certa spensieratezza. Il tempo di un breve viaggio in macchina e io e Ivan ci sentiamo già amici, anche se solo per qualche ora. Al di là dell’aiuto materiale, necessario in un esodo di questa portata, credo sia questo ciò di cui Ivan, e io come lui, sente il bisogno: sapere che esiste qualcuno pronto ancora a scherzare, a ridere, ad offrire un passaggio quando qualcuno ne chiede uno. Qualcuno in cui riconoscersi, con cui condividere una battuta o un viaggio in macchina.

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Medyka. C'è chi resta al confine, chi volta pagina senza guardarsi indietro

Medyka. Per i rifugiati ucraini Medyka è il primo centro in cui chiedere aiuto. Anche se non c’è bisogno di chiedere: passata la dogana, le persone vengono fisicamente accompagnate ai bus messi a disposizione dalle organizzazioni umanitarie. Lungo il corridoio di circa trecento metri formato dai banchi che offrono cibo, medicinali e peluche per i più piccoli, si ascoltano lingue provenienti da tutto il mondo. Irina sente me e Lucia parlare in italiano e subito si avvicina a noi: avrà circa trent’anni, ha appena superato la frontiera ed è felice di sentire una lingua che conosce.

“Ho vissuto quattro anni in Italia, in Sardegna. Ho degli amici lì e mi piacerebbe tornarci”. Mi dice che è contenta di incontrare due persone italiane e di sentir parlare la nostra lingua. Irina ha un sorriso grande e due occhi profondi. Le piace l’Italia, le piace la Sardegna – e come darle torto? – ed è felice di essere riuscita a lasciare l’Ucraina. Viveva a Kiev, ma con il trolley in mano è già pronta a cambiare pagina. Ci salutiamo affettuosamente, le dico che magari ci rivedremo in Italia. La sua è una storia simile a quella di moltissime persone che, come lei, si sono viste costrette a cambiare vita per la volontà di qualcun altro. Ciò che mi ha colpito, nelle parole di persone come Irina e Ivan, è la tenacia con cui hanno affrontato questo difficile momento. C’è chi desidera lasciare l’Ucraina per rifarsi una vita altrove e non tornare mai più, chi invece rimane vicino al confine, pronto a tornare in Ucraina una volta che il conflitto sarà terminato.

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Volevo vedere con i miei occhi. Torno a Bologna con un'idea diversa

Non esiste una conclusione per questa storia. Io ho intrapreso questo viaggio perché per la prima volta in vita mia ho sentito l’impulso di andare a vedere con i miei occhi quanto il mondo potesse essere un brutto posto. Misurarmi con questo, vedere fino a che punto avrei retto. E invece torno a Bologna con la convinzione che il mondo sa essere splendido anche nel dramma. Splendidi erano gli occhi di Irina, splendida era la reporter catalana che mi ha prestato il suo computer quando ne ho avuto bisogno. È splendido Ivan, che mi ha abbracciato come fossi suo fratello, e sono splendide tutte quelle persone che sono accorse da ogni parte del modo, rinunciando a tempo e denaro, per rendersi utili e aiutare chi è in difficoltà. C’è del bello là fuori, e ora penso di essere un passo più vicino a riconoscerlo.

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