Cronaca

Morì al Maggiore per un "errore": la famiglia di Gustavo Biagi fa causa all'Ausl

Una querela già presentata e ora la famiglia del 66enne morto nel reparto di terapia intensiva dell'ospedale cita anche la Ausl: "Moduli standard, mio padre trattato come parafango ammaccato"

Una querela presentata a fine e febbraio e ora la famiglia di Gustavo Biagi, 66enne con un defibrillatore interno morto nel reparto di terapia intensiva cardiologica dell'ospedale Maggiore qualche giorno prima, per arresto cardiaco, cita civilmente anche l'Ausl.

Lo hanno annunciato in una conferenza stampa i due figli, Gianmarco e Lorenzo, assistiti dall'avv. Ugo Ruffolo, mentre l'avv. Paola Benfenati segue la vicenda dal punto di vista penale. Dall'inchiesta per omicidio colposo aperta del pm Beatrice Ronchi, che vede indagati cinque infermieri e tre medici, emerge che l'arresto cardiaco dell'uomo non venne segnalato perché l'allarme sonoro era stato disattivato manualmente e questo provocò un ritardo nelle manovre rianimatorie.

''Che nostro padre sia morto non sulle scale o in ascensore, ma mentre era a letto, monitorato, per un gesto, è inaccettabile e non ci consente di elaborare il lutto. Andremo avanti fino alla fine, anche per evitare che cose del genere succedano ad altre famiglie'', ha detto Gianmarco Biagi. Ma la decisione di fare causa all'azienda deriva anche da una ''incredibile superficialità: quando abbiamo scritto all'Ausl per il risarcimento, ci ha risposto l'assicurazione inviandoci un semplice modulo standard, come si fa per un parafango ammaccato. E anche da parte delle istituzioni c'è un silenzio mostruoso''.

APPELLO ALL'ASSESSORE ALLA SANITA'. Gianmarco Biagi si è rivolto all'assessore regionale alla Sanità, Carlo Lusenti, ricordando che all'inizio ''aveva chiesto chiarezza. Bene, che la faccia. La politica scenda in campo''. L'avvocato Ruffolo ha sottolineato l'importanza dell'azione civile: ''E' un problema non di soldi, ma di moralizzazione dell'ente. Se si colpisce l'ente, questo è più incline a cacciar via quelli che sbagliano. Le aziende sanitarie devono smetterla di nascondersi dietro al dito delle assicurazioni''. Nel caso specifico, ''fermo restando la presunzione di innocenza'', appare evidente, secondo il professore, ''il nesso di causalità tra la disattivazione dell'allarme e l'evento morte''.

 A CAVALLO TRA DUE TURNI. Quel 20 febbraio, in servizio nel reparto nei due turni, smontante e montante, sei infermieri e due medici ora accusati di omicidio colposo. In una nota, l'Ausl aveva scritto che non si potevano "escludere elementi riferibili al malfunzionamento delle tecnologie utilizzate e all'intervento del fattore umano".

NAS. Anche un'indagine da parte dIi Nas per mancato allarme a causa di un sensore, collegato al paziente e che è stato staccato. Non sarebbe così stata segnalata la crisi cardiaca che ha colpito l'uomo prima di entrare in sala operatoria per un intervento programmato, rendendo vani i soccorsi.


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