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Immigrati a Bologna: crescono (poco) di numero e sono pagati meno

Presentato il rapporto Unar sull'immigrazione 2018. Molti impiegati nei lavori di cura e manuali: 'Servirebbe decreto specifico per badanti'

Uno stipendio medio netto di 1091 euro, contro i 1421 della media degli occupati italiani. E' il dato più rilevante che emerge dai dati regionali sull'immigrazione residente, contenuta nel dossier Unar 2018.

Presentato stamane a Palazzo D'Accursio alla presenza degli operatori del settore e con un intervento in apertura dell'assessore all'economia Marco Lombardo, il dossier come ogni anno snocciola dati sulla presenza straniera in Italia e in particolare in Emilia-Romagna.

Gli stranieri residenti a Bologna sono circa 118mila, in leggero aumento (0,8%) rispetto al 2017. Gli extracomunitari sono 84mila, di cui il 60 per cento è lungo soggiornante. I  detentori di asilo e permessi umanitari sono il 9,3 per cento degli extracomunitari, mentre più di uno su tre ha un permesso per lavoro. Più della metà degli stranieri residenti è donna. In Emilia-Romagna gli ospiti complessivi tra centri Sprar e Cas sono in tutto circa 15mila. A Bologna la nazionalità più presente si conferma quella dei cittadini rumeni, seguiti poi da marocchini, albanesi e pakistani. I lavori eseguiti sono per lo più nell'edilizia, nella logistica, nella manodopera non specializzata.

La differenza sui redditi -spiega poi Andrea Stuppini, redattore del dossier statistico- è principalmente dovuta alla differenza di lavori che compiono gli immigrati residenti, e cioè manodopera non specializzata e lavori di cura e manuali. Anche gli italiani sono impiegati in talia sioni ma in misura minore, essendo invece maggioranza relativa nel terziario e negli impieghi dirigenziali.

 Proprio sulle badanti è concentrata l'osservazione di Stuppini, secondo il quale sarebbe necessario "un decreto flussi per alcuni lavori specifici, come quelli di cura e di assistenza agli anziani, figure di cui c'è bisogno". Per quanto riguarda invece i richiedenti asilo e i cosiddetti 'sbarchi' sulle coste italiane "più che profughi per cause di guerra assistiamo a profughi per cause ambientali" poiché " in diverse parti dell'Africa non è più possibile raggiungere fonti di acqua potabile entro le 24 ore".

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